Meritocrazia: parliamone!

La parola Meritocrazia è completamente vuota, illusoria e truffaldina.

È una di quelle buzzword — come la chiamano gli americani — e non soltanto perde significato a furia di ripeterla, ma non è altro che una maschera che nasconde tutt’altro.

Meritocrazia è una parola che mente già dal nome, perché malgrado finga una lontana origine greca — come Democrazia — è un’invenzione molto recente e con la Grecia non c’entra nulla.

Il termine nasce nel 1958, più o meno negli stessi anni in cui iniziavano a diffondersi i curriculum vitae. Fu quell’anno che il sociologo inglese Michael Young lo usò nel suo saggio Rise of Meritocracy. Ma, sorpresa, il significato che Young gli dette non era affatto positivo. Tutto il contrario, perché nella società distopica che si inventò l’inglese per dimostrare le sue teorie, la meritocrazia era la giustificazione ideologica di una società sostanzialmente divisa in caste, basata su una profonda ingiustizia e sulla marginalizzazione totale delle classi subalterne.

Una società che determina la posizione sociale dei suoi componenti rigidamente e a tavolino, basandosi solamente su quoziente intellettivo e capacità non meglio identificata di lavorare, difficilmente potrà generare democrazia, libertà e uguaglianza. E infatti, non a caso, nel libro di Young quella società distopica, governata da pochi e certificati “meritevoli”, finisce molto male, ribaltata dalle stesse masse che pretendeva di dominare, escluse e ignorate dal potere.

La visione di Young è drammatica, e lo è soprattutto perché è estremamente credibile. Perché la meritocrazia funziona sul serio, ma il problema è che non serve a quel che ci hanno sempre detto che dovesse servire. L’obiettivo della meritocrazia infatti non è formare una società libera, i cui componenti individuali siano felici e liberi di autodeterminarsi. Lo scopo ultimo della meritocrazia non è affatto livellare le disuguaglianza, ma essere funzionale alla struttura, giustificare il mantenimento dell’ordine costituito, obliterare il comando dei pochi sui tanti.

La meritocrazia condensa in sé due pericolosi mali. Da una parte diffonde ancor di più nelle classi subalterne la scarichissima barzelletta cattolica degli ultimi che possono arrivare per primi, ovvero che il figlio di un panettiere, grazie al ridicolo elenco dei propri ingenui successi che chiamiamo curriculum vitae e grazie a qualche annetto di studio, possa giocare alla pari con il figlio dell’avvocato; dall’altra ha in sé ben radicata una condanna certa, che commina inderogabilmente al figlio del panettiere. Perché il poveretto, quando tenterà e fallirà, dovrà anche convivere con il fatto che è stata solo colpa sua.

Oltre a questa matrice cattolica a base di illusione di eguaglianza e senso di colpa, la meritocrazia ha in sé un ulteriore elemento che ne svela il carattere menzognero. È la pretesa, questa volta probabilmente ereditata dal positivismo, della oggettività e della misurabilità di ogni cosa, anche delle persone. Pretesa arrogante e pericolosa che secondo Young sarebbe potenzialmente la base di una forma nuova velenosissima di fascismo, perché costruisce la diseguaglianza non sulla magia come si faceva una volta — la storiella del sangue blu, della elezione divina o del figlio della nazione — ma con sulla scienza, decretando la superiorità di taluni su talaltri sulla base di competenze che si pretendono oggettive, misurabili, scientifiche. E quindi, non contestabili.

La meritocrazia è sbagliata, è la pillola azzurra che Morpheus offre a Neo in Matrixe che troviamo in ogni discorso di quella classe politica neoliberista che si dice democratica e progressista, quell’arco politico ambidestro che va da Hillary Clinton a Matteo Renzi passando per David Cameron e Angela Merkel che si appresta, scarsamente contrastato, a tenersi le redini del mondo per un bel po’ ancora. La meritocrazia è una dolce menzogna che ci piace raccontarci per andare a dormire tranquilli e rimandare la rivoluzione alla prossima domenica.

La meritocrazia, come ci ha avvisato il buon Young, è una minaccia. È per questo che il compito dei prossimi anni, subito dopo aver capito il trucco, deve essere rimettere a nuovo e riappropriarsi di uno strumento antico come l’Umanità e stigmatizzato al limite della demonizzazione negli ultimi anni, soprattutto da Renzi&Co: la raccomandazione e la cooptazione.

Non sarà facile, perché la raccomandazione e la cooptazione sono sempre stati gli strumenti privilegiati dalle classi dominanti per conservare il potere, ben prima dell’invenzione della meritocrazia. Non sono più da secoli — difficile in realtà dire se lo sia mai stata dopo l’epoca delle comunità di pastori dell’Asia minore — strumenti per rigenerare le strutture sociali e di potere in modo sano, funzionale alla sopravvivenza della società.

Oggi però l’occasione di trasformarle in qualcos’altro c’è e ce la offre la tecnologia. Negli ultimi anni è successo qualcosa di molto grosso, talmente grosso che per alcuni starebbe modificando profondamente il capitalismo, provocandone il superamento. È successo che la tecnologia sta cambiando radicalmente le relazioni tra le persone e i prodotti, sta disintermediando e sovvertendo i rapporti tra chi produce e chi consuma. Sta cambiando l’economia e con essa sta modificando noi.

Tra le tante dinamiche che ha messo in moto questa rivoluzione, c’è anche qualcosa che c’entra proprio con la raccomandazione. Ereditata dal passato come forma di clonazione e moltiplicazione dell’ingiustizia e della maladistribuzione di ricchezza e potere, oggi la raccomandazione potrebbe rientrare dalla finestra e quella finestra è la sharing economy, sia quella vera e rivoluzionaria che cerca di riportare al centro della vita sociale la comunità, ridistribuendo potere e capitale, sia quella finta che è soltanto una maschera utile al vecchio capitalismo per isolare gli individui e sfruttarne meglio la debolezza, concentrando sia potere che capitale.

Al centro di questa nuova economia c’è proprio la raccomandazione, presente in quasi tutte le idee vincenti del nuovo millennio sotto falso nome. Che cosa sono le recensioni di Airbnb, se non raccomandazioni? E i feedback su cui si basano Ebay, o Blablacar o Couchsurfing? E a ben vedere probabilmente non sono molto diversi nemmeno i like su Facebook o, ancora di più, i link tra i siti, che agli occhi di Google sono uno dei modi di classificare i produttori di contenuti e indicizzarli sul motore di ricerca. La raccomandazione che ognuno di noi fa, consapevolmente o meno.

Mah…meritocrazia!

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