Capitale intangibile: quello che i bilanci non dicono: Valori e tesori nascosti nelle aziende (italiane)

Quanto vale il capitale di simpatia, empatia e fedeltà accumulato da personale, agenti e venditori nei confronti dei clienti di un’azienda?

 È possibile che i dipendenti di uno stabilimento abbiano sviluppato una speciale rete di relazioni col territorio che rende socialmente accettata la sua produzione (magari inquinante) che altrove sarebbe invece osteggiata? 

Si può quantificare il valore reputazionale di una compagnia aerea che non ha mai avuto incidenti e che da anni primeggia nelle classifiche di qualità del servizio di bordo? 

Infine: il capo del personale è cosciente che licenziare un indisciplinato ma brillante addetto alle relazioni istituzionali vuol dire privarsi della sua agenda, delle entrature faticosamente costruite nel tempo e che per sostituire quel dipendente ci si dovrà rivolgere ad una società esterna con costi tripli e risultati incerti?
Se non avete mai pensato a tutto questo, benvenuti nel mondo degli asset immateriali: ossia tutto ciò che fa funzionare e guadagnare un’azienda, ma che non traspare leggendo il suo bilancio.
Se è infatti immediato dare valore a capannoni, macchinari o furgoni, financo all’etere (pensate ad una TV o una radio che hanno bisogno di concessioni per le frequenze) attribuire ai casi elencati nel paragrafo sopra un valore finanziario è davvero difficile, impossibile e/o opinabile (le ultime due cose spesso coincidono).

Quest’ultimo sforzo gli gnomi della finanza però lo fanno in sede di spinoff o di quotazione in borsa dove spesso il valore dell’azienda prospettato arriva anche ad essere sei o sette volte quello di bilancio: e questo poiché bisogna allettare, far venire l’acquolina in bocca agli investitori. Ma nella realtà spicciola, quotidiana, le cose sono differenti.

Ci sono piccole aziende innovative del Made in Italy con dipendenti brillanti, creativi e progetti ad altissimo potenziale che purtroppo, non operando in settori high tech, stile Silicon Valley, sono obbligate a rivolgersi alle banche che le analizzano con gli stessi parametri di credito di un salumificio. E questo perché il capitale intangibile non è ancora quantificabile con criteri contabili condivisi.

Sia chiaro: quando si tratta di dare un valore alle voci di bilancio è meglio andarci con i piedi di piombo tanto in America (come insegna il caso Enron) quanto in Italia (Parmalat docet) ma qualcosa si sta muovendo a livello internazionale e anche italiano, sia a livello di ipotesi di regolamentazione che di pratiche concrete fino ad arrivare a sfatare, un giorno, il cosiddetto effetto San Tommaso (quello del: “finché non tocco, non credo”) e liberare una volta per tutte il tesoretto nascosto nelle aziende italiane.

Quale il primo dei tesoretti??

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