Come auto-presentarsi ad un colloquio.

Recentemente ho adottato la tecnica ca di chiedere ai candidati di auto-presentarsi in un paio di minuti.

Di fronte a delle prestazioni non sempre eccellenti, mi sono chiesta quali fossero le reali dinamiche sottese ad una presentazione efficace. 

Ho fatto le mie personali considerazioni, che introduco a fine articolo e  sono andata alla  ricerca di uno studio scientifico sull’argomento. 

Pubblicato sul prestigioso Journal of Applied Psychology, l’articolo che uso come fonte parla delle tattiche di auto-presentazione nei colloqui di lavoro, raccogliendo i risultati di più ricerche messe a sistema.
In particolare, lo studio si concentra sul cosiddetto impression management, inteso come descrizione delle esperienze e dei conseguimenti in un’ottica positiva per elicitare una percezione di professionalità e preparazione agli occhi dell’intervistatore. Uno dei comportamenti tipici (anche incoraggiato nei colloqui) è la semplificazione, che consiste nel convincere che uno specifico comportamento sia abbastanza buono da fungere come modello per una data competenza. I candidati sono inoltre portati a dare un particolare significato, un colore, a specifici eventi del proprio percorso anche in funzione dell’aspettativa dell’intervistatore.

Un primo dato mostrato dalla ricerca è che con il crescere della strutturazione dell’intervista di selezione, le tattiche di auto-presentazione tendono ad avere un impatto minore sull’intervistatore. Tradotto: queste tattiche contano in misura maggiore quando l’intervista è più libera e i due interlocutori hanno maggiore libertà di spaziare. Di conseguenza, la dialettica e l’abilità di persuasione individuale rischiano di non funzionare bene quando ci viene chiesto di rispondere a domande precise e serrate. Ai selezionatori è infatti consigliato adottare interviste strutturate, riferiscono molte ricerche da tempo. Qui uno studio di approfondimento.

E la prima impressione quanto conta? Premettendo che un intervistatore esperto sa come allontanare i bias che sopraggiungono nell’incontro con la persona, l’apparenza fisica e il modo di vestire hanno, secondo la ricerca, un peso che può essere superiore a quello dell’impression management del candidato. Per quest’ultimo, si tratta chiaramente di un rischio: una sensazione “a pelle” negativa o comunque distonica può pregiudicare tutta l’intervista. Perciò l’impressione iniziale è il fattore che deve essere posto al sicuro per primo.

Aggiungo la mia considerazione personale: l’auto-presentazione è forse una delle poche attività puramente analogiche che ci sono rimaste. Se i social possono insegnare a trasmettere il nostro valore in modo rapido e con pochi elementi (pochi caratteri, cv minimal o tag unici), nell’allenamento per l’auto-presentazione siamo da soli con la nostra storia personale e, se necessario, tocca riprendere confidenza con noi stessi, ovvero riconoscere la responsabilità delle scelte effettuate e le conseguenze. Non è facile.

Ci sono, infine, alcune lezioni pratiche …

L’allenamento volto a presentarsi in due minuti non è mai da sottovalutare e va fatto regolarmente. Provate: per alcuni 120 secondi sembreranno un tempo troppo largo e per altri insufficiente.

Evitare l’effetto “pagina di wikipedia”: non siamo una lista di titoli ed esperienze. Alcuni elementi devono avere maggior colore e devono risultare coerenti; l’interlocutore non vuole necessariamente conoscere la nostra storia anno per anno.

Preferire ordine e parsimonia, perchè perdersi nel racconto di sé è un rischio. Inoltre occorre  essere sicuri di aver il permesso dell’intervistatore di estendere l’auto-presentazione e aprire ulteriori cassetti.

Tocca fare un’ultima precisazione: l’uso di parole come “tattiche” e “persuasione” non può assolutamente coniugarsi con tentativi di inganno dell’intervistatore, che hanno come unico effetto quello di far perdere tempo a entrambe le parti. L’accento di questo articolo è piuttosto sulla preparazione personale in vista di un colloquio di lavoro: è come andare a fare un esame. Solo che è più difficile, perché non ci si può accontentare della mera sufficienza.

Riferimenti

Barrick, M. R., Shaffer, J. A., & DeGrassi, S. W. (2009). What you see may not be what you get: relationships among self-presentation tactics and ratings of interview and job performance. Journal of Applied Psychology, Vol 94(6), Nov 2009, 1394-1411.