” DISPONIBILE PER OGNI POSIZIONE LAVORATIVA”…NON SCRIVERLOOO!

A volte mi capita di leggere dei post su linkedin o di venire contattato da ragazzi che mi dicono disposti a ricoprire qualsiasi posizione lavorativa. Badate bene, non parliamo di operai generici, ma di laureati spesso con un percorso di studi eccellente.
Il tema è delicato, e capisco che potrei urtare la sensibilità di molti. Lavorare è importante!

Ma proprio per questo motivo vorrei dire la mia su questo tema.

Dal mio punto di vista dichiararsi disposti a qualsiasi posizione lavorativa è il modo peggiore per presentarsi al mondo del lavoro. Una comunicazione di questo tipo se da un lato dimostra voglia di mettersi in gioco, abnegazione e spirito di sacrificio porta a delle pericolose controindicazioni.

Se sei disponibile a QUALSIASI posizione lavorativa le prime cose che penso sono:

1- Non hai un progetto professionale, un obiettivo, oppure non sai bene nemmeno tu cosa vuoi fare “da grande”.

2- Non hai fiducia nelle tue capacità. Ti dichiari già sconfitto rispetto al settore o alla posizione in cui vorresti davvero lavorare.

3- La tua motivazione è debole, basata sull’esigenza piuttosto che su un desiderio.

4- Sei poco ambizioso.

5- Non mi dai nessun aiuto per inquadrarti e per capire come potresti essere utile alla mia azienda o organizzazione.

In pratica se qualcuno ti offrisse un lavoro lo farebbe per beneficenza e non perchè crede nelle tue potenzialità e al contributo che puoi dare.

Quindi piuttosto che presentarsi come disponibili a qualsiasi posizione lavorativa, ritengo molto più efficace dichiarare il proprio sogno professionale, le ambizioni, dire senza paura cosa si sa fare anche al di là del percorso professionale. Identificare e mostrare cosa ti contraddistingue come persona e come professionista.

L’obiettivo di tutto questo è molto semplice, anticipare la vera e unica domanda sottostante ogni processo di selezione: Perchè dovrebbero scegliere te?

“Io, io” e altre 20 cose che possono farvi andar male un colloquio di lavoro

Secondo Business Insider ci sono 21 frasi che è bene evitare per non uccidere sul nascere un proficuo rapporto di lavoro. Ve le riproponiamo adeguandole un po’ alla realtà italiana,
Essere un po’ burberi tra amici può anche suscitare l’effetto simpatia, ma quando questo atteggiamento si trasferisce in ufficio o, peggio, durante un colloquio di lavoro, le conseguenze possono essere fatali per la carriera. Secondo Business Insider ci sono 21 frasi che è bene evitare per non uccidere sul nascere un proficuo rapporto di lavoro.

1. “Stavo aspettando da un po’”. Non è mai carino far aspettare qualcuno, ma è peggio sottolinearlo al vostro futuro datore di lavoro.

2. “Salve! So di essere in ritardo…”. 

D’altro canto se chi fa la selezione del personale può permettersi di arrivare in ritardo, ciò non è permesso all’aspirante lavoratore. Pertanto assicuratevi di arrivare in orario al colloquio, anche se questo significa alzarsi all’alba per una bella doccia e arrivare in anticipo. A quel punto sedetevi e bevete un caffè nell’attesa che arrivi l’ora giusta per presentarsi all’appuntamento. Se però vi capita di arrivare in ritardo, non rimarcate troppo la cosa: scusatevi velocemente e voltate pagina.
3. Che succede se non si va d’accordo con i colleghi o, peggio, col capo? Questione delicata. Ciò non fa di voi dei burberi sia chiaro, ma il vostro interlocutore potrebbe semplicemente dedurre che siate dei maleducati o inadatti a lavorare con gli altri.
4. “Sposato? Hai bambini? Quanti anni hai?”. Ecco, evitate le domande personali al vostro interlocutore durante il colloquio di lavoro. Sempre.
5. Gossip. “A proposito del vostro CEO, ho sentito che…”: il gossip lasciatelo agli amici. Durante un colloquio di lavoro potrebbe offrire un’immagine di voi altamente non professionale.
6. “Chi dovrei evitare in ufficio?”. Non avete ancora messo piede in ufficio, ma già mettete il “coworker drama” nella vostra vita professionale? Pessima idea.
7. Sai cosa fa l’azienda che dovrebbe assumerti? Presentarsi a un colloquio di lavoro senza aver fatto qualche ricerca su ciò che si fa nell’impresa che dovrebbe assumervi, non è una buona strategia. Chiedere durante un colloquio “Cosa fa la sua azienda?”, vi farà apparire impreparati e sconsiderati. Spendete qualche minuto su Google per salvare la faccia.
8. “Non ho debolezze”. Certo che le avete, tutti le hanno, e sostenere il contrario vi farà solo apparire arroganti.
9. Parolacce. Non vorrete apparire volgari e non professionali solo perché non sapete controllare gli intercalari più truci?
10. “Come sono andato?”. Ok, l’ansia da prestazione è a mille e avete bisogno di conferme, ma il vostro interlocutore non amerà molto essere messo all’angolo con questo tipo di domande. Se avete bisogno di un riscontro sulla vostra performance durante il colloquio, attendete il riscontro dell’azienda e poi, se non avete ottenuto il lavoro, chiedete in un’email chiarimenti su cosa è andato storto.
11. Punti critici. Non sta a voi giudicare l’azienda in cui volete entrare. Quindi frasi come “Credo che questa sia la più grande debolezza della vostra organizzazione” non rappresentano le uscite più felici durante un colloquio di lavoro. Tuttavia essere propositivi durante un incontro è un punto che può andare a vostro favore, a patto che restiate positivi.
12. Cellulare. Non rispondete mai a una telefonata durante un colloquio. Mai.
13. “Ho bisogno di un lavoro”. Anche se è vero, non lo spiattellate in faccia al vostro interlocutore.
14. Dritti al punto. Prima di passare al colloquio vero e proprio, potrebbe essere necessario scambiarsi qualche convenevole. Contenete il nervosismo e ricordatevi di presentarvi.
15. “Mi spiace, devo scappare”. Non c’è niente di più urgente di quello che state facendo: organizzate la vostra agenda in modo da non avere appuntamenti ravvicinati al vostro colloquio di lavoro.
16. Caffè, acqua, tè. Se vi offrono qualcosa da bere, accettare va bene. Ricordatevi di dire sempre “per favore” e “grazie”: mostrare di possedere buone maniere è un buon punto di partenza.
17. “Io”. Anche se siete al centro del colloquio, non è detto che dobbiate parlare solo di voi. Ricordatevi che il focus dell’incontro è capire come le vostre capacità possono migliorare il business dell’azienda. Quindi attenetevi a questo obiettivo.
18. “L’ufficio non è come mi aspettavo”. Dato che non siete stati interpellati come interior designer, lasciate fuori i vostri apprezzamenti sull’arredamento e concentratevi sul colloquio.
19. “Come ha ottenuto questo lavoro?”. Questa sì che è una domanda insolente! Non vorrete indispettire la persona che potrebbe traghettarvi verso il vostro nuovo lavoro, vero?
20. Politica. Commentare le elezioni o fare domande sul proprio orientamento politico potrebbe rivelarsi molto controproducente. Se però la domanda parte dal vostro interlocutore, fate del vostro meglio per cambiare argomento di conversazione.
21. “Ehi, ragazzi!”. Occhio all’ambiente in cui vi trovate: se per alcuni essere chiamati “ragazzi/e” potrebbe non essere un problema, per altri invece sì.

Per una simulazione di colloquio, in italiano o inglese, scrivi a info@RespiraLavoro.eu

Linguaggio del corpo: quanto puoi “muoverti” durante un colloquio

La comunicazione non verbale gioca un ruolo fondamentale in ogni interazione o scambio comunicativo: al di là del linguaggio verbale anche il corpo, con gesti, espressioni facciali e movimenti, contribuisce in modo decisivo alla trasmissione di un certo messaggio e all’efficacia stessa della comunicazione. 

Sul linguaggio corporeo influisce il nostro stato d’animo del momento e questo è tanto più vero in occasioni che mettono alla prova la nostra capacità di controllo dell’ansia e dello stress. 

Come nel corso di un colloquio di lavoro, ad esempio, circostanza in cui la potenzialità espressiva del corpo non deve essere sottovalutata, perché ha il potere di agire, anche inconsciamente, sul selezionatore, e di influenzare il giudizio che egli si forma su di noi. 
Ecco allora una serie di errori di comunicazione non verbale da evitare accuratamente durante un’intervista di lavoro. Basta solo un po’ di concentrazione e autocontrollo per evitare di tradire le nostre emozioni e tenere la nostra immagine al riparo da considerazioni negative. 

Postura scorretta 

La postura è la prima cosa da curare non appena si entra nella stanza del colloquio e ci si mette seduti di fronte al recruiter. Occorre, infatti, sedersi in modo adeguato e composto, assumendo una posizione il più possibile rilassata e naturale e cercando di mantenere la schiena diritta. Non bisogna esagerare, però, con la rilassatezza e reclinare troppo la schiena all’indietro, se non si vuole correre il rischio di dare un’impressione di eccessiva confidenza e presunzione. Al contrario, curvare la schiena in avanti trasmette una sensazione di chiusura e insicurezza

Incrociare le braccia

La posizione delle braccia durante un colloquio è importante, perché è in grado di comunicare molto più di quanto si possa immaginare. Regola d’oro impone che si eviti di incrociare le braccia sul petto: è una posizione che indica l’esigenza di mettersi sulla difensiva e di non essere aperti a consigli, nuove sfide e proposte. La cosa migliore da fare è appoggiare naturalmente le braccia sul tavolo di fronte a noi.

Posizioni e movimenti inadeguati delle mani

Una delle domande che sempre ci assilla durante un colloquio o qualsiasi altra occasione importante è: dove mettere le mani? La loro posizione o i loro movimenti indicano molto del nostro stato d’animo e bisogna fare molta attenzione a controllarle per non tradirsi inequivocabilmente:

Incrociare le mani sulle nuca indica impazienza ed agitazione

Mettersi le mani in tasca dà l’idea che si voglia nascondere qualcosa

Poggiare le mani sulle cosce nascondendole sotto il tavolo indica timore dell’altro e tendenza alla sottomissione

Mangiarsi le unghie trasmette nervosismo e insicurezza

Scrocchiarsi le dita, tamburellare sul tavolo con le dita o fare qualunque altro rumore che possa distrarre o, peggio, infastidire l’interlocutore è da evitare accuratamente 

Portarsi le mani al volto o alla testa 

Tra i movimenti inopportuni delle mani, quello di portarle alla faccia è forse uno dei più comuni e fastidiosi, perché denota nervosismo e agitazione incontrollata. Toccarsi ripetutamente il viso, giocare con la barba o i capelli spostandoli dietro le orecchie, portare le mani di fronte al naso o alla bocca mentre si parla, giocare con gli orecchini o sistemarsi continuamente gli occhiali sul naso sono tutti atteggiamenti automatici, simili a tic nervosi, che bisogna imparare a controllare. In linea generale, è opportuno evitare di avvicinare le mani alla faccia.  

Poggiare oggetti sulle gambe

Nel corso di un’intervista, qualunque atteggiamento che indichi timore, insicurezza, chiusura e volontà di difesa deve esser evitato. Poggiare oggetti sulle gambe, come la borsa, la ventiquattrore o una cartellina con documenti, è uno di questi, poiché denota l’esigenza di interporre una barriera fisica tra noi e l’interlocutore, come strumento di protezione. Per non parlare, poi, del fatto che può esser d’impaccio al momento di alzarsi, quando ci si presenta o ci si commiata: impressione di goffaggine, questa, che è bene non dare.

Annuire ripetutamente 

Mostrare di seguire il discorso del proprio interlocutore, prestando attenzione e tenendo in considerazione le sue affermazioni, è segno di attenzione ed educazione. Annuire di tanto in tanto può essere utile a questo scopo, ma farlo ripetutamente rischierebbe di infastidire chiunque, anche il recruiter! 

Fissare insistentemente o tenere lo sguardo basso

Lo sguardo è fondamentale in qualunque scambio comunicativo. 

Fissare negli occhi l’interlocutore è indice di rispetto e attenzione, ma bisogna anche dare tregua a chi ci sta di fronte, abbassando lo sguardo al momento giusto. Al contrario, tenere gli occhi costantemente fissi a terra e sfuggire lo sguardo del recruiter non trasmette sicurezza ed è ugualmente da evitare.

Movimenti nervosi

Muoversi nervosamente sulla sedia, cambiando posizione di continuo, e accavallare alternativamente prima una gamba, poi l’altra, comunica ansia e agitazione e indispone il recruiter, rischiando di penalizzarci e di pregiudicare l’andamento stesso del colloquio.  
Volete altri suggerimenti?

Scriveteci a info@respiralavoro.eu

Buon week end

“Mi parli di lei”: come rispondere alla più semplice domanda dei recruiter

Una delle prime domande che i selezionatori amano porre ai candidati durante un colloquio di lavoro è il fatidico: “Mi parli di lei”. Invito tanto generico quanto spiazzante, te lo sarai sentito rivolgere anche tu e, magari, senza riuscire a nascondere del tutto il tuo imbarazzo, avrai risposto senza dare troppa importanza al contenuto del tuo intervento. 
Il “Mi parli di lei” apre spesso il colloquio in virtù della sua funzione “rompighiaccio”, questo è vero, ma non è una domanda da sottovalutare. 

Essa, infatti, non si limita semplicemente a dare il via all’intervista e mettere a suo agio il candidato, tutt’altro. Invitando a fornire una presentazione personale, offre l’opportunità di fare una buona impressione iniziale, dunque la risposta, all’apparenza semplice e innocua, è in realtà decisiva per il proseguimento, se non per l’esito stesso, del colloquio.

Per questo è necessario prepararsi una risposta chiara ed esauriente per non esitare, né tradire le attese di chi si ha di fronte. Una risposta adeguata non dovrebbe durare più di 3 minuti: prolissità e vaghezza possono dare l’impressione di inconsistenza e disorganizzazione mentale. L’obiettivo è, dunque, riuscire ad essere concisi ma, al tempo stesso, sufficientemente dettagliati per infondere nel selezionatore la convinzione di avere davanti la persona giusta.

Per una presentazione convincente, tieni presente che il selezionatore non è interessato alla tua vita in senso lato: concentrati su ciò che è rilevante per la posizione oggetto di selezione e comunica solo gli aspetti della tua vita pertinenti ad essa. Assicurati, in definitiva, di toccare 4 punti fondamentali e di non commettere alcuni errori nel corso della loro trattazione: 

Studi 

Esperienza professionale

Competenze

Obiettivi

Per i primi 2 argomenti vale lo stesso principio: descrivi brevemente le tue esperienze – formative prima, professionali poi – specificando tipologia di diploma/laurea e di azienda ed evidenziando i progetti significativi cui hai preso parte o gli obiettivi concretamente conseguiti svolgendo una mansione specifica. 

Questo ti permetterà di passare al terzo punto, in cui porrai l’accento sui risultati ottenuti e sulle competenze acquisite in ambito formativo e professionale, e spiegherai perché credi possano rappresentare un valore aggiunto per l’azienda e per la funzione che ricopriresti al suo interno. 

In questo modo darai l’impressione di conoscere già l’azienda, di condividerne la vision e di essere realmente motivato a farne parte. 

Puoi esprimere questa convinzione nell’ultima fase della presentazione, quando parlerai degli obiettivi professionali che vorresti raggiungere nell’azienda. Cerca di far trapelare che si tratta di obiettivi a lungo termine, dunque che aspiri a costruirti una solida carriera. 

Di contro, ecco gli errori da non commettere: non dilungarti troppo su esperienze formative molto vecchie ed evita di citare competenze professionali che non hanno nulla a che vedere con la posizione per cui ti sei candidato. Non limitarti a ripetere le voci del tuo curriculum o a comporre liste di competenze scarne e asettiche. Infine, non parlare di obiettivi professionali irrealizzabili all’interno dell’azienda per cui stai sostenendo il colloquio, né esplicita di volere il posto per un mero bisogno economico, magari facendo riferimento a una situazione familiare complicata.  

In sostanza, sii specifico, organizzato e concreto, per far capire al selezionatore i benefici che deriverebbero dalla tua assunzione.

Millennial a colloquio: qualche dritta per lasciare il segno (Y Generation: a few tips for a striking job interview)

Il processo di recruting uno dei temi più  di un’azienda. 
E’ necessario strutturare il processo in modo robusto (test, panel, assessment) per rendere la scelta corroborata, ma poi arriva il colloquio ‘de visu’, che continuo a considerare per un recruiter il momento chiave per capire se la persona ‘può fare al caso nostro’.

Ecco sette semplici suggerimenti (e solo apparentemente scontati) per gli under 30 impegnati in colloquio:

“Informatevi sull’azienda”: In fase di colloquio dovete conoscere il business dell’azienda di riferimento e le sue dimensioni chiave (es. il fatturato). Questa è dimostrazione di interesse genuino nei confronti della stessa azienda verso cui vi state approcciando.

“Preparatevi a sostenere un colloquio”: Autenticità non significa improvvisazione. Il colloquio va preparato con cura e attenzione. E’ necessario avere ben chiara la realtà presso la quale vi state candidando e la motivazione che vi ha spinti a candidarvi proprio per quella posizione. E’ importante essere consapevoli di quali sono i vostri obiettivi professionali, le competenze da voi realmente possedute (e sulla base di quali esperienze pregresse ritenete di averle sviluppate) e come queste possono essere utili e funzionali per la posizione per la quale vi state candidando.

“Non millantate competenze che non possedete”: Durante il colloquio si avrà occasione di approfondire quanto indicato nel curriculum e le competenze che si ritiene di possedere. Ricordate, inoltre, che il processo di selezione è costituito da più fasi, le quali possono prevedere valutazioni testali e ulteriori colloqui con differenti interlocutori/valutatori. Emergeranno, quindi, sia le competenze possedute sia quelle non possedute.

 “Fate domande”: Le domande sull’attività prevista per il ruolo e su come questa si declina all’interno della realtà aziendale è dimostrazione di interesse e di curiosità autentica verso la posizione per la quale ci si sta candidando.

“Siate concreti, fornite esempi pratici di quello che asserite”: “Possiedo buon orientamento al risultato e buone capacità di problem solving”. Questa frase la possono dire tutti. Dichiarate in quali occasioni, esperienze pregresse, avete avuto modo di sviluppare quelle competenze. La presenza di esempi pratici incrementa la credibilità delle affermazioni asserite.

“Siate flessibili, dimostrate capacità di adattamento”: La flessibilità è fondamentale, sia in fase di colloquio, sia durante l’attività lavorativa. Il colloquio è costituito da più fasi, dove vi sarà occasione di approfondire, oltre alle esperienze pregresse, anche le proprie capacità di ragionamento e di problem solving. E’ importante quindi non irrigidirsi a fronte di un cambiamento di scenario; occorre gestire lo stress per far emergere le proprie abilità di orientamento alla soluzione dei problemi. A fronte dei quesiti che possono essere formulati durante un colloquio di selezione è rilevante avere una buona dimestichezza con i numeri e con le stime. Avere un’idea dei fenomeni consente una presa di decisioni basata su considerazioni realistiche.

“Ok l’autostima, mai l’arroganza”: Avere una buona stima di se stessi è una componente importante al fine di trasmettere sicurezza e fiducia nelle proprie capacità (se non avete fiducia in voi stessi, chi altro può averne?). Come sempre è importante la giusta misura. Una fiducia nelle proprie capacità troppo marcata, ma soprattutto non fondata su fatti reali ed esperienze concrete, rischia di essere controproducente. Un atteggiamento arrogante può elicitare nel selezionatore impressioni e reazioni avverse che possono inficiare negativamente l’esito del colloquio e della valutazione.

Consiglio personale? Siate autentici, trasparenti, motivati!

Errori da evitare in un colloquio di lavoro

Ce l’hai fatta: ribaltando ogni pronostico della vigilia, sei riuscito ad abbattere la muraglia dell’indifferenza a colpi di curriculum. E ora a separarti dal posto di lavoro dei tuoi sogni è rimasto un ultimo ostacolo. 

Il temutissimo colloquio, ovviamente, da affrontare con sicurezza, ma non troppa, disinvoltura, ma non troppa, voglia di emergere, ma non troppa. 

Trovare il giusto equilibrio per lasciare una buona impressione non è semplice, è vero, ma è importante evitare con attenzione di cadere in una serie di errori grossolani che potrebbero rovinare tutto!

Qualche esempio? Ecco una lista stilata da Business Insider delle 10 cose da evitare assolutamente in fase di colloquio.

Arrivare in ritardo

È la base, ma non è così scontata. Chi arriva tardi a un colloquio di lavoro si è giocato immediatamente il 50% delle possibilità di essere assunto.

Forse anche qualcosina in più. E non importa che sia per un guasto al treno o per un posteggio che non si trova: l’idea che passerà sarà quella di mancanza di interesse e serietà.

Fumare appena prima

Il nervosismo gioca brutti scherzi, è vero, ma fumare come una ciminiera prima di incontrare la persona che potrebbe assumerti non è una buona idea. L’odore sgradevole di bocca e vestiti non sarebbe sicuramente d’aiuto. La stessa cosa, ovviamente, vale per l’alcol.

Non rasarsi a dovere

Alcuni studi suggeriscono che la barba, in fase di colloquio, non sia un buon biglietto da visita. In ogni caso se proprio non si può fare a meno della peluria sul proprio viso è importante che sia almeno curatissima. L’effetto trasandato può piacere a certe ragazze, ma di sicuro non alle Risorse Umane.

Usare compulsivamente lo smartphone

Capita, a volte, di dover sedere qualche minuto in una sala d’attesa prima di sostenere il colloquio. Il consiglio è quello di spegnere il telefono da subito, o di impostarlo in modalità silenziosa lasciandolo nella tasca. Dimostrarsi uno smartphone-dipendente può non essere opportuno.

Vestirsi in modo non appropriato

Il che vuol dire: niente t-shirt bucherellata con grossi teschi, niente smoking per una serata di gala. L’abbigliamento deve risultare curato ma senza eccessi, e soprattutto adeguato al posto di lavoro che si desidera andare a ricoprire. Nel caso, un pizzico in più di eleganza non guasta.

Essere troppo informali

Il “tu”, in generale, non è mai una buona idea, a meno che non venga esplicitamente richiesto dall’interlocutore. Tenere un briciolo di distanza è fondamentale, per non cadere nella rozza informalità. Insomma, non sei al bar con un amico.

Interrompere chi parla

La persona con cui stai parlando potrebbe non essere dotata del dono della sintesi, ma non importa. In fase di colloquio è severamente vietato interrompere chi sta parlando: l’interlocutore potrebbe sentirsi a disagio, e questo andrebbe solo a tuo sfavore.

Essere logorroici

Parla, certo, ma non esagerare. Se essere troppo timidi e insicuri è ovviamente un problema, lo è altrettanto essere logorroici e prolissi in modo inappropriato. Racconta pure chi sei, insomma, ma non perderti in dettagli assurdi che non interessano a nessuno.

Non badare al linguaggio del corpo

Il linguaggio del corpo è un’arma di comunicazione estremamente efficace, e questo lo sai bene. Ricordati, dunque, che anche il modo in cui stai seduto, la postura che tieni e il tuo gesticolare con le mani stanno raccontando qualcosa di te.

Essere troppo apprensivi

Ok, il colloquio è finito, e sembra essere andato tutto bene. A questo punto saluta, esci e non pensare neanche lontanamente di chiedere un feedback immediato. Domande del tipo “come sono andato?” o “allora, mi avete preso?” potrebbero rovinare tutto a un passo dal traguardo. 

Morale: armati di tanta pazienza. 

L’esito, prima o poi, arriverà.

Noi ti aiutiamo a prepararti!

RespiraLavoro 🍃🍃

Colloqui impossibili: 7 domande (e 7 risposte)

Magari ci si sente preparati e sicuri di sé. Però, a un colloquio di lavoro, è di solito l’ansia che la fa da padrone. Perché vengono in mente i nostri punti deboli. E non vorremmo che ‘una certa domanda’ li smascherasse.
Ma può capitare che un candidato (con un curriculum non proprio brillante) colpisca il selezionatore per l’originalità della risposta. Per l’intraprendenza nel sapersi destreggiare di fronte a un nonsense, a un quesito bizzarro.

Ne abbiamo scelti sette e abbiamo chiesto lumi a due esperte di risorse umane/selezione del personale: Francesca Contardi, amministratore delegato di Page Personnel Italia ed Elena Fatone, recruitment specialist di Lvmh Italia.

In coro hanno spiegato che, se è vero che non esistono risposte giuste a domande strampalate, è anche vero che ‘quello che può colpire’ è il dimostrarsi aperti e la voglia di trovare una soluzione.

Ecco, quindi, 7 domande che sono state poste intercalandole in alcuni (normali) colloqui di lavoro. E com’è meglio rispondere.
1) Chi dovrebbe vincere il duello tra Spiderman e Batman? 

NO: Ma di chi parla, scusi?…forse non ho capito bene…; 

SI’: si riferisce ai personaggi dei fumetti o a quelli dei film? Il duello è con le armi o a mani nude? 

2) Che cosa farebbe se fosse l’unico superstite di un disastro aereo? 

 NO: Pregherei che qualcuno si facesse vivo; 

SI’: cercherei subito un telefonino che funzioni per chiedere aiuto oppure vedrei di attivare il sensore di avvistamento del giubbotto di salvataggio.  

3) Dove si vede fra dieci anni? 

 NO: mah, dipende sempre dalla fortuna; SI’: dovunque le mie capacità mi porteranno. E farò di tutto perché il mio lavoro non sia solo un dovere ma che mi dia soddisfazione ed entusiasmo.

4) Quante finestre ci sono a New York? NO: Ma è impossibile dirlo!…; 

SI’: Un mio amico che ci vive mi ha detto che, in media, a New York ci sono 10 finestre a persona: basta quindi moltiplicare per dieci il numero degli abitanti.

5) Qual è il suo punto debole? 

 NO: Ho sempre voglia di lavorare; 

 SI’: Ho scelto di non dedicarmi ad attività che non mi vengono bene e di preferire quelle in cui sono bravo.  

6) Come descriverebbe il colore rosso a un non vedente? 

 NO: Se è cieco, non può capire i colori!…; SI’: Farei leva sulle emozioni. Cercherei quindi di abbinare la passione al rosso, la calma al blu e così via.

7) Se vincesse 10 milioni di euro come li spenderebbe? 

 NO: Io, li scialacquerei; 

 SI’: Mi documenterei. Una buona parte li investirei in modo oculato. Gli altri li destinerei a riconoscenza e beneficienza.

Vuoi una simulazione?

Contatta info@respiralavoro.eu

21 frasi da evitare durante un colloquio di lavoro

Un bell’articolo su Business Insider da leggere. Esempi semplici, ma utili e devo dire molto comuni. Buona lettura.              http://startupitalia.eu/61825-20160928-frasi-colloquio-lavoro?utm_content=buffer7f39a&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer 

Selezione del personale: 10 errori da evitare

Dieci passi falsi che possono impedire ai recruiters di scegliere le risorse migliori da assumere.
Il processo di selezione che porta i responsabili delle risorse umane a riconoscere il candidato ideale che corrisponde pienamente alle esigenze aziendali, è un percorso disseminato di ostacoli non solo per chi aspira a un determinato impiego ma anche per chi ha il compito di prendere la decisione giusta.

Spesso i recruiters dimenticano che si tratta di una strada a doppio senso, infatti non solo i candidati devono proporsi al meglio sfoderando tutte le loro carte vincenti, ma anche chi seleziona deve saper vendere e promuovere l’azienda per attirare i talenti migliori.

Un’interessante infografica pubblicata da Resoomay mette nero su bianco quali sono i primi dieci errori compiuti dai selezionatori, la top ten delle trappole più comuni che caratterizzano la ricerca delle risorse migliori:

1. Sopravvalutare il Curriculum Vitae, spesso sovrabbondante di informazioni poco veritiere comunque da verificare.

2. Porre domande poco approfondite in fase di colloquio, omettendo i quesiti maggiormente rivelatori.

3. Non avere ben chiare le caratteristiche del profilo ricercato, dando il via a una selezione lunga e improduttiva.

4. Basarsi esclusivamente sul colloquio di lavoro, che da solo non aiuta più di tanto a scegliere la risorsa più adatta per ricoprire un determinato ruolo.

5. Omettere di richiedere e valutare le referenze.

6. Puntare sui candidati che sembrano esageratamente qualificati, senza tenere conto che raramente esiste una corrispondenza esatta tra una risorsa e il lavoro proposto.

7. Non gestire al meglio la comunicazione con i vertici aziendali, anche in fase di selezione.

8. Farsi prendere dalla fretta e dall’urgenza di trovare, subito, una nuova risorsa da inserire nell’organico.

9. Non offrire ai candidati una descrizione dettagliata e accurata di lavoro.

10. Come detto sopra, spesso non si riesce a valorizzare l’azienda al meglio lasciandosi sfuggire i talenti più qualificati.

Lavoro: 3 Frasi e 3 domande da evitare ad un colloquio

Sbagliare durante un colloquio di lavoro è, in fondo, molto semplice: basta una frase detta in automatico, una domanda infelice, e la tua partita è inevitabilmente persa. 

 Non ci sono chance di giocare una seconda volta: il tuo interlocutore è così pieno di colloqui da fare che per lui è solo un sollievo averti fatto fuori. Pertanto, quando l’occasione arriva, specie se si tratta del tuo lavoro ideale, devi essere bravo a ridurre il margine di errore.

Come fare? Iniziare dalle tre frasi e dalle tre domande che NON devi in alcun modo dire e chiedere è senza dubbio un buon punto di partenza.

 3 frasi da evitare in un colloquio

 # Il mio ex capo è un imbecille

La prima regola dei colloqui è non parlare mai male dei capi delle tue precedenti esperienze di lavoro. È lo stesso errore che compie chi, al primo appuntamento, trascorre la serata a criticare il suo o la sua ex. Anche se il tuo ex capo è davvero un incompetente, non ti ha pagato gli ultimi stipendi e ti ha fatto fuori senza un preavviso, non devi mai cadere nella tentazione di parlarne male. Ciò perché il tuo interlocutore è interessato alla tua capacità di creare un clima sereno di lavoro, di risolvere i conflitti, e non a quella di criticare i supervisori.

 # Odiavo il mio lavoro

Il tuo interlocutore ti chiede perché sei alla ricerca di un nuovo lavoro e tu gli rispondi con estrema sincerità che odiavi quello che facevi in precedenza. Niente di più sbagliato. Molto meglio ragionare con lui su quello che hai imparato nelle esperienze passate e sulla voglia che hai di sperimentare qualcosa di diverso.

# La vostra azienda è fantastica

Evita tutti quei commenti che possono risultare esagerati e peggio ancora falsi. Modera sempre il tuo entusiasmo per non sembrare immaturo o opportunista.


3 domande da non fare durante un colloquio

# Di cosa si occupa la vostra azienda?

Mai domanda fu così infausta! Chiedere informazioni che avresti facilmente potuto ottenere da Google crea una brutta impressione. Che è fatale in gran parte dei casi.

# Quale sarebbe il mio salario?

Non fare questa domanda, almeno non nel primo colloquio. Aspetta che sia il tuo interlocutore a parlartene. Si tratta di una questione di stile ed è importante che tu NON appaia come una persona interessata esclusivamente ai soldi.

# Che ne pensa di me?

Non essere impaziente. Non chiedere nulla sull’esito del tuo colloquio. Per capire se sei piaciuto o meno al tuo interlocutore potresti chiedergli se sono previste altre selezioni nel caso si superi la prima. Non si sa mai: potrebbe sbottonarsi ed anticiparti qualcosa!

Non c’è che dire: cercare un lavoro è già di per sé un lavoro. Occorrono una gran preparazione e un impegno costante.
Se cerchi un aiuto potresti chiedercelo scrivendo a info@respiralavoro.eu


“Mi parli di lei”: come rispondere alla più semplice domanda dei recruiter

Una delle prime domande che i selezionatori amano porre ai candidati durante un colloquio di lavoro è il fatidico: “Mi parli di lei”. 

Invito tanto generico quanto spiazzante, te lo sarai sentito rivolgere anche tu e, magari, senza riuscire a nascondere del tutto il tuo imbarazzo, avrai risposto senza dare troppa importanza al contenuto del tuo intervento. 
Il “Mi parli di lei” apre spesso il colloquio in virtù della sua funzione “rompighiaccio”, questo è vero, ma non è una domanda da sottovalutare. Essa, infatti, non si limita semplicemente a dare il via all’intervista e mettere a suo agio il candidato, tutt’altro. 

Invitando a fornire una presentazione personale, offre l’opportunità di fare una buona impressione iniziale, dunque la risposta, all’apparenza semplice e innocua, è in realtà decisiva per il proseguimento, se non per l’esito stesso, del colloquio.

Per questo è necessario prepararsi una risposta chiara ed esauriente per non esitare, né tradire le attese di chi si ha di fronte. Una risposta adeguata non dovrebbe durare più di 3 minuti: prolissità e vaghezza possono dare l’impressione di inconsistenza e disorganizzazione mentale. L’obiettivo è, dunque, riuscire ad essere concisi ma, al tempo stesso, sufficientemente dettagliati per infondere nel selezionatore la convinzione di avere davanti la persona giusta.

Per una presentazione convincente, tieni presente che il selezionatore non è interessato alla tua vita in senso lato: concentrati su ciò che è rilevante per la posizione oggetto di selezione e comunica solo gli aspetti della tua vita pertinenti ad essa. Assicurati, in definitiva, di toccare 4 punti fondamentali e di non commettere alcuni errori nel corso della loro trattazione: 

Studi 

Esperienza professionale

Competenze

Obiettivi

Per i primi 2 argomenti vale lo stesso principio: descrivi brevemente le tue esperienze – formative prima, professionali poi – specificando tipologia di diploma/laurea e di azienda ed evidenziando i progetti significativi cui hai preso parte o gli obiettivi concretamente conseguiti svolgendo una mansione specifica. 

Questo ti permetterà di passare al terzo punto, in cui porrai l’accento sui risultati ottenuti e sulle competenze acquisite in ambito formativo e professionale, e spiegherai perché credi possano rappresentare un valore aggiunto per l’azienda e per la funzione che ricopriresti al suo interno. 

In questo modo darai l’impressione di conoscere già l’azienda, di condividerne la vision e di essere realmente motivato a farne parte. 

Puoi esprimere questa convinzione nell’ultima fase della presentazione, quando parlerai degli obiettivi professionali che vorresti raggiungere nell’azienda. Cerca di far trapelare che si tratta di obiettivi a lungo termine, dunque che aspiri a costruirti una solida carriera. 

Di contro, ecco gli errori da non commettere: non dilungarti troppo su esperienze formative molto vecchie ed evita di citare competenze professionali che non hanno nulla a che vedere con la posizione per cui ti sei candidato. Non limitarti a ripetere le voci del tuo curriculum o a comporre liste di competenze scarne e asettiche. Infine, non parlare di obiettivi professionali irrealizzabili all’interno dell’azienda per cui stai sostenendo il colloquio, né esplicita di volere il posto per un mero bisogno economico, magari facendo riferimento a una situazione familiare complicata.  
In sostanza, sii specifico, organizzato e concreto, per far capire al selezionatore i benefici che deriverebbero dalla tua assunzione.

COSA NON DIRE AD UN COLLOQUIO DI LAVORO

Avete inviato centinaia e centinaia di curriculum vitae e finalmente vi hanno chiamato per sostenere un colloquio di lavoro. Siete a un passo dall’ottenere finalmente un impiego quindi è bene curare ogni minimo dettaglio e prepararsi con cura perché anche solo una piccola parola fuori posto potrebbe farvi perdere l’occasione di ottenere il lavoro. 
Già, perché secondo Bernard Marr, LinkedIn Influencer, esistono alcune parole che non vanno assolutamente dette durante un colloquio di lavoro. 

Vi sveliamo quali sono. 

1. Influenza, sinergia, idea…

Se il gergo giovanile non va usato, troppo di quello aziendale va assolutamente evitato. Le possibilità di sembrare degli sfigati sono troppo alte. Troppe parole prese dal gergo aziendale vi farebbero sembrare troppo pretenziosi e, alla peggio, stupidi.

2. Sono un perfezionista

Ormai, secondo Bernard Marr, è diventato un clichè rispondere ad una domanda negativa come “qual è il tuo peggior difetto?” con qualcosa di positivo come “sono un perfezionista”. No, grazie.

3. Odio

Dire che si odia qualcosa durante il colloquio di lavoro non è proprio inappropriato. Lo è, però, se utilizzate questa espressione riferendovi al vostro lavoro, ai vostri colleghi o al vostro datore di lavoro passato. Assolutamente da evitare.

4. Motivato, giocatore di squadra

Sono parole positive, è vero, ma anche inflazionate. Le utilizzano tutti durante i colloqui di lavoro, anzi ne abusano. Se volete far emergere quanta dedizione avete per il lavoro, quanto siete motivati e bravi nel gioco di squadra, meglio fare esempi concreti riferendosi, ovviamente, alle vostre esperienze di lavoro (o di studio) passate.

5. Scialla zio

Il gergo giovanile non vi aiuterà durante il colloquio di lavoro. Dovete sembrare persone serie e professionali e chi vi farà il colloquio non deve sfogliare un dizionario di slang per capirvi. Ah, lo stesso vale se il colloquio di lavoro è in inglese: niente espressioni da Urban Dictionary, please.

6. Er… umh

Un vecchio adagio dice: “Se non hai niente da dire, allora non dire niente”. E secondo Bernard Marr è assolutamente vero. Se non sapete cosa dire, scegliete il silenzio: è molto meglio del sentirvi mugugnare.

7. No

Mai dire no, o almeno, mai fermarsi al no. Farlo vuol dire chiudere, anzi troncare la conversazione. Se vi fanno una domanda e non potete che rispondere negativamente, almeno date una spiegazione e accompagnate il vostro no in maniera positiva. Per esempio, se durante il colloquio di lavoro vi chiedono se sapete usare un certo programma per il pc che non avete mai sentito nominare, rispondete: “No, ma mi piacerebbe molto imparare a farlo”.

Risposte che non vorresti mai sentire durante una intervista di lavoro.

Intervista ( reale) per ruolo di impiegato junior.

Interlocutore: buongiorno

Candidato: salve

I: ( pensa>>>No, salve no, non si dice…ma che cavolo!)

I: si presenti, cortesemente

C: sono Lupo Alberto, nato a Roma il 20 settembre…vivo in via Roma Capoccia, ho due sorelle, un fratello…

I:( pensa >> lo so, lo leggo dal tuo CV, ma che me frega?…va beh…lo blocco e andiamo avanti)

I: mi può descrivere le sue scelte scolastiche ( mettiamolo a suo agio con domanda semplice, lo vedo già in crisi respiratoria e non abbiamo ancora iniziato)

C: ho fatto le elementari a Roma, le mie materie preferite erano matematica ed educazione fisica; medie nella stessa scuola, le mie materie preferite matematica e geometri.

Ho proseguito con il liceo scientifico, perché mamma ci teneva tanto e poi università, filosofia

I: pensa >>> e all’asilo??? Ma come mai ti è sempre piaciuta matematica e sei finito col fare filosofia????😳😳😳)

I:  come mai la scelta di proseguire con filosofia?

C: ehm, mah, ehm, mamma ci teneva tanto ad avere un filosofo in famiglia

I: mi racconti le sue esperienze lavorative

C: barista, commesso, bagnino d’estate, poi ancora barista…ah no, prima commesso e poi barista.

I: pensa>>> ma povero, diploma al liceo scientifico, laurea in filosofia …e non trova qualcosa di più attinente…mi spiace )

I: come mai la scelta di candidarsi per questo ruolo di impiegato logistico?

C: mah, ehmmm, mamma ha detto che la vicina del piano di sopra ha saputo dalla sorella che ha la figlia che lavora in aeroporto che cercavate, e allora mi ha detto de prova’

I: pensa>>> non cavolo, no basta mamma…proviamo a stimolarlo un po’ 

I: ha visto il nostro sito? Sa di cosa ci occupiamo?

C: no

I: pensa>>> come no? Coooome no e punto. Ma minimi dovevi guardare sito per sapere cosa facciamo, ma per cosa ti sei presentato??? Ma porca……

I: allora le faccio un breve riassunto: siamo azienda logistica, che opera su diversi scali italiani…bla..bla ..bla… Il ruolo che dovrebbe ricoprire implica una prima fase di affiancamento, gestione documentale della merce in partenza e arrivo e bla, bla, bla….

C: ok

I: il suo livello di inglese??

C: scolastico

I: pensa>>> ma non si dice scolastici, cosa intendi???? Base, intermedio…cosa ne so cosa intendi per scolastico, non da idea…anche se capisco che ormai è consuetudine usarlo come sinonimo di scarso livello. Mi irrita questa cosa, mica tutte le scuole preparano male…andiamo avanti…

I: nelle sue precedenti esperienze di lavoro, si è mai trovato in situazioni complicate? Se di, come l’ha gestita?

C: no

I: pensa>>> ma che cavolo, ti sto dando opportunità di inventarti qualcosa, non puoi dirmi no.

I: le faccio qualche domanda in inglese ora

C: ok

I: telo me please something about you ( e’ facile, no???)

C: my name is Lupo Alberto, ehm, ehm, two sisters and ehm ehm a brother, my mum.

I: pensa>>> altro che scolastico….ultima domanda, non ne posso più!

I:qualora le dicessi che potrebbe, se selezionato, iniziare da luglio, potremmo procedere??

C: mah, si, pero’  ad a Agosto vado con gli amici miei a Ibiza…ho già prenotato….

I: purtroppo noi avremo bisogno da luglio e le ferie, per i neo assunti, vengono programmate dopo le ferie delle persone già in forza.

C: no, allora no…non posso, come spiego a mamma che non vado Ibiza?

I : perché dovrebbe spiegarlo? Lei sta rinunciando ad un posto di lavoro, questo sarebbe da spiegare….

C: ehmmm, me l’ha pagata lei la vacanza….

I: pensa>>> sai che c’è … Ma vai a Ibiza va, che di persone che hanno davvero bisogno di lavorare ce ne sono…

I: guardi allora la ringrazio, ma non posso tenere in considerazione la sua candidatura non essendo disponibile a lavorare ad Agosto.

C: eh va beh….ciao

I: arrivederci ( a mai più)

Ma puoi dirmi ciao….no, non puoi dirmi ciao…non puoiiiiiiii. Ibiza??? Ma mandaci tua mamma ad Ibiza. Io un figlio così lo strozzerei….

Colloquio effettuato realmente due settimane fa, per ruolo simile, ma preferisco non si capisca tipo azienda, per una posizione ancora aperta a Fiumicino….

SONO SEMPRE SCONVOLTA DA CERTE RISPOSTE, NON MI ABITUERÒ’ MAI!!!!!!

COSA NON RISPONDERE AD UN COLLOQUIO A QUESTA DOMANDA…

Vi è mai capitato?

Siete chiusi in una saletta, l‘incontro con il selezionatore è andato bene e siete abbastanza certi di aver fatto una buona impressione.

Ma…imagesproprio nel momento in cui siete certi di averlo ammaliato, il selezionatore vi pone a tradimento la seguente domanda: “quale è il suo principale difetto?” .

Vi siete preparati a casa per fornire una risposta accettabile, ma – siamo sinceri – chiunque avrebbe preferito non doverlo fare. Effettivamente è una domanda che viene posta spesso per valutare sia la capacità di reazione del candidato, sia la propria autovalutazione.

Noi selezionatori ascoltiamo quasi sempre le stesse risposte: “sono un perfezionista” oppure “lavoro tanto” o “sono molto testardo“. Io vi consiglio di evitare di dare queste risposte, perché dimostrano che non avete riflettuto molto sulla risposta.

Vi propongo, allora, 4 strategie per rispondere in modo più efficace a questa domanda insidiosa e qualche esempio di ciò che forse è meglio non dire:

  • 1   Parlare di difetti senza collegarli alla posizione per cui vi siete candidati

Io suggerisco di menzionare i difetti che potrebbero avere un impatto minore sulla posizione che andrete a ricoprire. Questo dimostrerà che non siete perfetti, ma soprattutto che questo non andrà ad impattare sul lavoro.

  • 2   Evitare Generalizzazioni

Dovete assolutamente provare ad evitare qualsiasi tipo di generalizzazione. Ad esempio, dire solamente “sono un testardo” non basta, anzi rischia di essere controproducente. E’ preferibile, invece, trovare degli esempi concreti e positivi, in modo che la vostra forza di volontà – e non la vostra testardaggine che può essere negativa – vi ha permesso di superare le difficoltà incontrate o di raggiungere gli obiettivi prefissasti.

Dovete – in altre parole – dimostrare che non è un difetto costante, ma che si presenta solo in determinate situazioni.

  • 3  Ricondurre la conversazione sulle competenze richieste per la posizione.

Potete provare ad eludere la domanda dando una risposta più generica del tipo “tutti abbiamo delle qualità e dei difetti”, salvo poi  iniziare a spiegare quali sono le vostre qualità che meglio si adattano al posto di lavoro proposto.

Se vi mancano delle competenze per la posizione potete utilizzare il suggerimento di Bernard Marr, esperto francese di management, che consiglia di dire: “questa nuova posizione andrà a sviluppare delle nuove competenze come X, che fino ad ora non ho avuto l’opportunità a pieno di mettere a frutto nel mio lavoro. Imparo rapidamente e potrò concentrarmi sullo sviluppo di tutte le competenze richieste”.

Ma fate attenzione: se evitate la domanda il selezionatore potrebbe riproporvela.

  • 4 Parlate di difetti che avete superato o migliorato

Potrebbe essere utile non raccontare i difetti attuali, ma parlare piuttosto della vostra capacità a identificare i vostri difetti e come avete fatto per superarli o per migliorare certi tratti del vostro carattere.

Avete fatto dei corsi di formazione per sviluppare una competenza specifica? Avete cercato consigli di un mentor, di colleghi  o di un manager con maggiore esperienza? Avete semplicemente fatto uno sforzo per cancellare questo difetto? Raccontate al selezionatore cosa avete fatto e che risultati avete raggiunto.

  • 5 Evitate di elencare i seguenti difetti:

Abbiamo già detto dei soliti “sono un perfezionista” o “sono uno/a che lavora tanto” di seguito alcuni difetti che vi consiglio di non dire mai durante un colloquio di lavoro:

  •  «non ho uno spirito di squadra»
  • « Non accetto facilmente le critiche»
  • «Di solito non prendo l’iniziativa o  faccio fatica a  lavorare in maniera indipendente»

E voi avete qualche consiglio da aggiungere sulla base della vostra esperienza?

MINI GUIDA PER IL COLLOQUIO PERFETTO…

Ecco una mini-guida dedicata a come affrontare la partecipazione ad una selezione, iniziando dal primo passo: come presentare il proprio curriculum ad una azienda o ad una agenzia per il lavoro.

Oramai la stragrande maggioranza delle selezioni prevede l’invio di una e-mail, la compilazione di format su siti web aziendali o l’utilizzo di siti per la pubblicazione annunci e raccolta delle candidature. In ognuna di queste modalità esiste la possibilità di allegare una lettera motivazionale.

La lettera di presentazione non è un accessorio inutile: i selezionatori la leggono!

Vogliono sapere quali sono le tue motivazioni per la candidatura alla specifica azienda o posizione, specialmente quando il profilo non risulta completamente allineato.

Quali informazioni deve contenere una lettera di presentazione?

  1. L’indicazione della selezione per la quale ti stai candidando o l’informazione che si tratta di una auto-candidatura;
  2. Una breve descrizione di te: chi sei in termini di studi e/o esperienze fatte (massimo 2 righe);
  3. Perché stai mandando quella candidatura: cosa ti interessa di quella posizione o azienda (massimo 3 righe);
  4. Cosa ti rende il candidato ideale: cosa hai da offrire, cosa rende il tuo profilo conforme alle necessità dell’azienda (massimo 3 righe).

Nel complesso questa lettera dovrebbe essere lunga non più di 10 righe e concentrare le informazioni utili a far capire al selezionatore che il candidato ideale sei tu. Lettere più lunghe risultano inefficaci: racconterai a colloquio tutto ciò che hai da dire, ora l’obiettivo è dare quelle poche indicazioni che possono facilitare la scelta del recruiter di contattarti per un approfondimento.

Ovviamente la lettera – così come il curriculum – deve essere aggiustata  per renderla efficace per la specifica posizione. Mi è capitato di ricevere lettere di presentazione intestate ad altre aziende: al di là dell’errore umano, è inevitabile pensare che il candidato sia poco preciso o che non sia più di tanto motivato. Non proveresti fastidio anche tu, se ricevessi una comunicazione diretta a te ma con il nome di un’altra persona?

Dulcis in fundo: la lettera di presentazione è importante anche se stai inviando un’autocandidatura. Serve a far capire a quella azienda che la conosci, e che hai interesse a lavorare proprio per loro.

Evita di mandare il tuo curriculum  con una stessa e-mail a più aziende: è come se stessi dicendo che per te quelle realtà sono tutte uguali, una vale l’altra.

Evita di mandare il tuo curriculum senza indicare nulla  nel testo della mail: suona maleducato. Se proprio non hai voglia di scrivere una lettera, aggiungere un buongiorno non ti costerà granché!!!

Per altre informazioni essenziali scrivi a info@respiralavoro.eu. Ti aiuteremo ad avere

supradaccesso al tuo prossimo colloquio!

Così si accolgono i neoassunti nelle migliori aziende d’Italia

Sono lontani i tempi in cui i nuovi assunti venivano etichettati come novellini, presentati brevemente ai colleghi e abbandonati alla scrivania. Oggi chi entra per la prima volta in azienda viene considerato un patrimonio da valorizzare. Non solo perché accogliere e formare nel migliore dei modi un neoassunto è il segreto per svilupparne appieno il potenziale e renderlo pienamente produttivo più rapidamente, ma anche perché un percorso di inserimento ben strutturato – soprattutto ai tempi dei social network – rappresenta un importante elemento di attrazione e fidelizzazione dei talenti e aumenta sensibilmente l’appeal aziendale.

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NEOASSUNTI IN AZIENDA

È quanto emerge dalla recente ricerca condotta da Top Employers Institute, che evidenzia come stanno cambiando le nuove politiche di on-boarding (l’inserimento dei nuovi assunti) all’interno delle aziende. L’indagine ha preso in considerazione oltre 600 società di 102 Paesi nel mondo, coinvolgendo anche le 66 aziende certificate Top Employers Italia. Ecco i risultati:

COINVOLGIMENTO DEL TOP MANAGEMENT. A prendersi cura dei nuovi assunti sono sempre più spesso le alte sfere aziendali: nel 94% si trata di Business Leader, ritenuti responsabili delle strategie e attività relative, nel 71% dei casi sono i membri del top management ad accompagnare in azienda e presentare i neo assunti ai colleghi, mentre nel 77% sono previsti incontri con l’Executive Management entro i primi sei mesi dall’assunzione.

OLTRE LA METÀ HA UN MENTORE. Oltre all’ovvio incontro con il manager di riferimento (effettuato nel 100% dei casi), che illustra le procedure HR, la cultura aziendale, i compiti e le aspettative, nel 94% delle aziende viene fornito un dettagliato manuale di inserimento; nell’82% vengono stabilite riunioni periodiche per verificare come sta procedendo il percorso di inserimento; oltre la metà (59%) prevede l’assegnamento di un “buddy” al neo assunto e un58% di aziende mette a disposizione del futuro dipendente un “pacchetto pre-assunzione” che illustra le caratteristiche aziendali e quale sarà il suo percorso aziendale.

LA FORMAZIONE DURA UN ANNO. Fino a pochi anni fa, il processo di on-boarding durava al massimo 2-3 giorni ed era di stampo generalista, uguale per tutti. Oggi, si adottano processi che durano dai 3 ai 6 mesi, veri percorsi di formazione che in qualche caso possono arrivare anche a 12 mesi e che sono sempre più personalizzati. Nell’88% delle aziende sono previsti percorsi di formazione specifici e mirati e nel 52% vengono programmati incontri di verifica e sessioni di follow-up a un anno dall’assunzione.

IL CONSIGLIO: CHATTA CON I COLLEGHI. Il dato più innovativo è quello relativo alla vita e alle attività non strettamente lavorative e/o produttive. Nelle aziende si è osservato un crescente interesse e attenzione verso le attività di socializzazione e interazione con i colleghi, nel segno di un inserimento armonioso non solo a livello professionale, ma anche umano. Ecco allora che un efficace proceso di on-boarding caldeggia nel 76% le attività social con i colleghi, nel 67%sollecita la condivisione delle esperienze tramite i social media, nel 65% organizza pranzi e cene con il team, nel 55% promuove eventi di social networking.

TECNOLOGIA A 360°. La tecnologia assume un ruolo centrale nella razionalizzazione dell’on-boarding, e rappresenta anche uno strumento di facilitazione e monitoraggio per individuare esigenze specifiche, creare piani di apprendimento, impostare moduli di e-learning, oltre che per aiutare i dipendenti a connettersi, coinvolgere e condividere. L’ 88% delle aziende ha un portale di on-boarding dedicato, il 26% ha un sistema di gestione delle pratiche di on-boarding e il 18%permette ai futuri dipendenti di accedere a una piattaforma di on-boarding online ancora prima del primo giorno di lavoro in azienda.

“Attenzione al non verbale”

Oggi sarò lieto di parlarvi della comunicazione non verbale.

Avete ricevuto la tanto agognata telefonata per sostenere in colloquio, ed ora?

La prima cosa che vi passa per la mente in vista di quel giorno qual è? Come prepararvi? Che info raccogliere?  Mi studio il mio CV per vedere se ho qualche punto debole? Cosa indossare?

Va bene, diciamo che chi più chi meno, è giusto prendere in considerazione questi punti, ma esiste una componente che non è assolutamente semplice da controllare, ossia il non verbale, in pratica tutti gli aspetti propri del linguaggio del proprio corpo.

Parliamoci chiaro, quando siamo “sotto esame” scattano in noi comportamenti a volte insoliti, che possono metterci a disagio. Ovviamente ci sono i ” veterani” che ormai ci sono abituati ed affrontano con estrema scioltezza i colloqui, mentre altri, pur non essendo alle prime esperienze, continuano ad incontrare difficoltà. Per tutti, noi di Renon verbale.jpgspiraLavoro mettiamo a disposizione un servizio di simulazione di colloqui, in modo da poter analizzare punti forti e deboli e lavorarci sopra. Buona giornata.

A cura del dott. A. Sacchettini.

Cercare un nuovo lavoro a 40 anni: si può fare!

Il periodo storico che stiamo vivendo è caratterizzato da una serie di problematiche che lasciano poco spazio o addirittura nessuna manovra d’azione a chi, tra le altre cose, incontra difficoltà nella ricerca di un nuovo lavoro.

E’ molto comune sentir parlare di difficoltà di questo tipo, vuoi perché, per alcuni della “vecchia guardia”, gli strumenti di ricerca “classici” come CV e Lettera di presentazione, sono mezzi a cui non si può proprio rinunciare, vuoi perché la “digitalizzazione del mercato del lavoro” si sta lasciando alle spalle vecchie strategie di candidatura, ma una cosa è certa più di tutte le altre e cioè che se a questi problemi sommiamo anche quelli legati all’età anagrafica, il dato è tratto.

Ebbene sì, c’è poco da fare per chi, giunto ormai a 40 anni o più, si trova costretto a doversi barcamenare tra le innumerevoli ed innovative strategie di ricerca di un lavoro, poiché la famosa crisi economica ha colpito anche lui/lei.

Ma mi domando: è proprio vero che chi ha raggiunto questa età è DAVVERO FUORI DAI GIOCHI?

A prima vista la risposta di molte persone che appartengono a queste generazioni, e che non sono tanto addentro al mondo dei social, porterebbe far pensare che sia davvero così, che ormai non ci sia più niente da fare se non quella di sperare che attraverso qualche“vecchia conoscenza” si riesca di nuovo a ri-entrare nel mercato del lavoro, ma se possibile, con questo articolo, vorrei sottolineare il fatto che spesso “essere in là con gli anni” può essere un valore aggiunto per chi vuole trovare un nuovo lavoro piuttosto che il contrario.

Di motivi ce ne sono tanti, ma uno in particolare attira la mia attenzione e cioè quello legato all’esperienza di lavoro acquisita nel corso degli anni: ora, tenendo presente innanzitutto che è ASSOLUTAMENTE CONSIGLIABILE candidarsi per le offerte di lavoro per le quali si ha già maturato una certa esperienza (e non come fanno in molti inviando CV “a pioggia” con l’idea che prima o poi si accorgeranno del nostro nome), pensate a quanti “soldi” (tradotto in termini puramente economici) un candidato40enne potrebbe far risparmiare ad un’azienda che, invece di assumere un neolaureato o comunque un candidato giovane (spesso senza esperienza), decida di investire invece su una figura più “professional”, già competente e dotata di tutto l’occorrente per lavorare fin da subito con zero preoccupazioni per l’azienda?

Mi viene da pensare però che in tutto questo insieme di ingranaggi apparentemente vincenti, c’è un solo ingranaggio che può essere d’ostacolo al raggiungimento di  quel fatidico obiettivo professionale: mi riferisco alla CAPACITA’ DI SAPERSI VENDERE EFFICACEMENTE sul mercato.

C’è poco da fare in effetti, poiché se manca questo elemento, l’insuccesso è inevitabile con i conseguenti abbassamenti dei livelli di autostima e di imminente”stato depressivo” cui ci possiamo imbattere.

E allora cosa fare?

 Quello che TU devi fare prima di tutto è EVITARE DI RIPETERE GLI STESSI ERRORI, quindi eccoti 3 consigli di immediato “sollievo”, che spero troverai utili:

  1. inizia a capire come funzionano i social e come li puoi utilizzare per i tuoi scopi professionali;
  2. rendi ancor più credibili ed efficaci le tue esperienze professionali avvalendoti di certificazioni, attestati, referenze, etc.
  3. aumenta la tua capacità di “empatia” verso le esigenze dell’azienda cercando di comprendere fino in fondo quale è il suo obiettivo così da poterla “persuadere”del fatto che di te non potrà proprio fare a meno se vuole crescere ancora di più sul mercato.

 ricerca.jpgColtiviamo le tue potenzialità!

“Liberi pensieri sulla figura dell’Orientatore”

Troveremo una strada, se non la troveremo la costruiremo. (Annibale)

Domani sarò ciò che oggi ho scelto di essere. (James Joyce)

orientatore

Al giorno d’oggi, però, quando, ad esempio, si sceglie la scuola da frequentare ci si trova nella difficile situazione in cui non ci si conosce abbastanza, non ci si è chiesti quali siano i propri bisogni e le proprie aspettative, non si conosce abbastanza il mondo scolastico o universitario.

D’altro canto, quando ci si trova a progettare la propria vita all’interno del mondo del lavoro, è facile scontrarsi con la difficile situazione odierna che spinge sempre più ad abbandonare l’idea del “posto fisso” in favore di una carriera flessibile. Risulta ormai necessario, infatti, tener presente la possibilità di cambiare occupazione anche nel giro di pochi mesi, oppure di svolgere più occupazioni contemporaneamente.

In un tale contesto – compresso se non caotico – ha assunto sempre più rilevanza l’attività di orientamento e la figura dell’Orientatore.

Ma di cosa si occupa e chi è veramente l’Orientatore?

In generale, l’Orientatore si occupa di futuro.

Chi si occupa di futuro è costretto ad immaginare, a creare, a pensare in divenire, ad accettare il rischio dell’errore nel formulare ipotesi ed anticipazioni. È chiamato ad accettare l’incertezza e il disagio. L’accettazione del rischio comporta l’uso del condizionale (potrebbe, sarebbe…).

Chi si occupa di futuro, agendo su incertezza e disagio, camminando lungo un percorso costellato di condizionali, è chiamato a ragionare in modo probabilistico.

A chi si occupa di futuro piace inventare soluzioni a problemi che ancora non esistono, immaginare a prospettare visioni e scenari anche improbabili o utopistici con lo scopo di indurre gli altri ad aprire la mente ed esplorare la moltitudine di possibilità che si hanno di fronte, guardare le cose da più punti di vista per individuare quello più conveniente.

Chi si occupa di futuro non può essere pessimista; al contrario, è un ottimista cronico che vede sempre il lato positivo delle cose ed è capace di trasmettere questa positività anche agli altri. Solo chi è ottimista è capace di trarre il massimo vantaggio dalle vittorie così come dalle sconfitte, di trasformare problemi in opportunità piuttosto che opportunità in problemi come farebbe un pessimista.

Chi si occupa di futuro sa bene che il cambiamento, le scelte, le vittorie ma anche le sconfitte, fanno parte della vita. E sa bene che dalle sconfitte c’è solo da imparare.

Chi si occupa di futuro è capace anche di raccogliere tutte le proprie energie e capacità per puntare sempre al miglioramento.

L’Orientatore è quel professionista che possiede tutte queste competenze e riesce a trasmetterle agli altri. Le basi della sua azione affondano le radici nelle conoscenze teoriche e metodologiche legate alla Psicologia dell’orientamento e del lavoro, nella capacità di ascolto e analisi dei bisogni, nell’uso di strumenti adeguati all’attività orientativa e nella conoscenza del funzionamento del mondo scolastico, universitario e lavorativo.

Per affrontare il futuro tutti abbiamo bisogno di una certa dose di ottimismo, di fiducia in noi stessi, di resilienza – per rialzarci dopo aver subito un trauma –, di autoefficacia – per non dimenticare che possiamo farcela –, di conoscere le opportunità che ci sono e spesso non siamo in grado di individuare da soli…E di non dimenticare che «il vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare!!! » (N. Mandela).

a cura del Dott. Andrea Zammitti.

Non conta quello che si dice, ma come lo si dice

piccolo principe.jpg

Nel Piccolo Principe si dice che “le parole sono una fonte di malintesi”.

È una frase molto saggia, se consideriamo il fatto che non è per niente facile trasformare i nostri pensieri in parole ed esprimerle in modo che il nostro interlocutore le capisca alla perfezione. Quello che diciamo dev’essere capito, non ci possono leggere nel pensiero.

Ma la verità è che i nostri messaggi non vengono mai compresi al 100%. Se qualcuno dice, per esempio, “sono innamorato”, si riferisce a una sensazione che difficilmente gli altri possono capire del tutto.

“Sono innamorato” può essere sinonimo dell’essere pieno di speranze ed entusiasmo, dell’aver ottenuto un legame molto stretto con il partner o semplicemente del sentirsi molto attratto da qualcuno. Dobbiamo conoscere davvero bene una persona per capire che cosa intende quando dice che è innamorata.

“A prescindere da quello pensi, credo sia meglio dirlo con buone parole.”

-William Shakespeare-

Le parole non sono l’unico mezzo con cui comunichiamo, visto che sono accompagnate dall’atteggiamento, dai gesti, dalla posizione del corpo. Possiamo dire qualcosa con le parole e comunicare qualcosa di completamente opposto con il tono di voce, lo sguardo o il nostro atteggiamento in generale. Per questo motivo, imparare a comunicare è una vera e propria arte.

Quello che dici…

La sfida maggiore della comunicazione si verifica quando parliamo del nostro mondo interiore. In particolare dei nostri sentimenti, delle nostre emozioni o delle nostre percezioni. Oltre al fatto che esprimere tutto questo a parole non è facile, è anche impossibile liberarci dai sentimenti e dalle emozioni che proviamo quando dobbiamo comunicare certe cose.

Quando vogliamo comunicare qualcosa, dobbiamo sempre tenere in considerazione la reazione che scateniamo in chi ci ascolta. Di solito, infatti, non comunichiamo soltanto per trasmettere un’informazione, ma principalmente perché vogliamo ottenere qualcosa dai nostri interlocutori. Vogliamo che ci credano, che ci ammirino, che ci valorizzino o che ci comprendano.

Altre volte, invece, vogliamo che ci temano, che ci obbediscano, che ci permettano di prendere il comando o che si sentano feriti. A volte ne siamo coscienti, altre volte no. Per quanto sembri strano, a volte il nostro obiettivo quando comunichiamo è confondere. Non farci capire, ma risultare incomprensibili.

…e quello che c’è dietro a quanto detto

È proprio l’intenzione a definire l’essenza di ogni messaggio. Si può fare un complimento a qualcuno per riconoscerne un pregio, ma anche adulare una persona solo per renderla più vulnerabile e farla cadere in qualche tipo di manipolazione emotiva.

Molto spesso l’intenzione della comunicazione non è chiara nemmeno a noi stessi Pensiamo che il nostro obiettivo sia aiutare gli altri o far notare loro un errore, ma non prendiamo in considerazione la possibilità che a sbagliare siamo proprio noi.

Crediamo che il nostro proposito sia mettere a nudo i nostri sentimenti, ma ignoriamo che in fondo l’unica cosa che vogliamo è ottenere la compassione o l’ammirazione degli altri. E, se non la otteniamo, pensiamo che siano gli altri a non averci capiti.

Al di là delle parole

La comunicazione umana è un processo complicato, che non sempre va a buon fine. E non dipende soltanto dalle parole che utilizziamo per dire le cose (anche se sono molto importanti), ma da un insieme di fattori.

Bisogna tenere in considerazione il momento, il luogo e l’interlocutore. E soprattutto dobbiamo fare un grande sforzo per assicurarci, nel limite del possibile, di dire davvero quello che vogliamo dire. Gli esseri umani passano la maggior parte del loro tempo a comunicare. Non solo con le parole, ma anche attraverso l’espressione del viso, il modo in cui ci vestiamo, in cui camminiamo, il nostro sguardo, ecc.

Buona parte dei nostri messaggi, quindi, si realizza in modo incosciente. Quando decidiamo che qualcuno “non ci ispira fiducia”, è perché, attraverso le sue azioni o il suo atteggiamento, ci ha comunicato che potrebbe non essere affidabile. E anche noi facciamo lo stesso: quello che comunichiamo su noi stessi costruisce le basi per creare legami costruttivi, distruttivi o neutri.

Comunicare in modo affettivo

I legami quotidiani, a partire da quello semplicissimo con il panettiere da cui andiamo ogni giorno, sono impregnati di sensazioni ed emozioni a cui probabilmente non diamo molta importanza. Tuttavia, quando si tratta dei grandi vincoli affettivi della nostra vita, il problema della comunicazione assume un’importanza molto maggiore.

I legami più stretti sono pieni di elementi comunicativi. Le parole, i silenzi, gli sguardi… Tutto ha un significato.

È a questo punto che diventa più importante che mai sviluppare alcuni meccanismi che permettano alla comunicazione di fluire in modo sano e positivo. Per riuscirci, è importante eliminare alcuni modi negativi di comunicare, e stimolare la comunicazione positiva.

Nella pratica, è necessario imparare a comunicare in modo affettivo. Parlare dei nostri sentimenti nel modo più chiaro possibile, ed evitare quella cattiva abitudine di dare per scontato quello che sente qualcun altro. Come facciamo a capire che cosa prova un’altra persona, se in realtà molto spesso non sappiamo nemmeno che cosa proviamo noi?

La comunicazione aggressiva, inoltre, lascia sempre ferite profonde. Le uniche reazioni della rabbia dovrebbero essere il silenzio e la pausa: se ci comportiamo diversamente e cerchiamo di comunicare quando siamo arrabbiati, molto probabilmente deformeremo quello che avremmo voluto dire.

Una comunicazione positiva ha bisogno di serenità e pertinenza. Dobbiamo cercare il momento, il luogo e lo stato d’animo adatto per affrontare temi difficili. E lasciar fluire in modo spontaneo il nostro affetto quando ci sentiamo tranquilli e aperti verso gli altri.

In realtà, quello che rovina la comunicazione non è quello che diciamo, ma il modo in cui lo diciamo. E quello che invece arricchisce un legame importante è il riuscire ad avere la delicatezza di scegliere il modo migliore per dire agli altri e a noi stessi quello che proviamo e pensiamo.