Donne ai vertici: come migliorare risultati aziendali …

Forse lo abbiamo sempre pensato, ma ora una ricerca ci fornisce delle belle conferme!

Sembra infatti che le donne sappuano valorizzare meglio degli uomini le altre donne.

 E, cosa altrettanto rilevante, ciò fa sì che la produttività di un’azienda ne benefici e in maniera considerevole. 

Lo dice una recente ricerca condotta da quattro economisti italiani, dei quali tre operativi in altrettante facoltà americane (Luca Flabbi, Mario Macis, Andrea Moro) e uno, Fabiano Schivardi, docente alla Bocconi, sfatando di fatto un preconcetto “ancestrale” secondo cui le donne non sono solidali tra loro, anzi.

I valori, sui quali è stata realizzata l’analisi, sono piuttosto datati, l’arco temporale di riferimento va dal 1981 al 1997, tuttavia il teorema è affascinate e il campione è certamente rappresentativo. 

Nella loro analisi Hanno preso in considerazione circa 800 aziende del settore manifatturiero italiano con almeno cinquanta dipendenti ed è stata valutata la performance di quelle stesse società se guidate da una donna. 

Dall’esito della ricerca,  pare che un ceo donna riesca a valutare meglio le capacità di un’altra donna e quindi a promuoverne la crescita. 

In sostanza, volendo far parlare i numeri, se un’impresa è guidata da un manager donna, le dipendenti capaci vedranno crescere del 10% la propria retribuzione e quelle meno capaci, invece, vedranno scendere lo stipendio di circa il 3%.

Altro tassello chiave della ricerca riguarda la capacità di incidere sulla performance dell’azienda. 

Gli economisti hanno concludo che l’attitudine a saper valutare al meglio le virtù delle altre donne è un fattore determinante per la produttività. 

Ma lo è solo se la presenza femminile nell’insieme della forza lavoro è rilevante.

Difatti, se in azienda le dipendenti sono almeno il 20%,  allora un ceo donna riesce a incrementare le vendite per lavoratore fino al 14%.

Diversamente, se le figure femminili sono percentualmente trascurabili, un ceo donna non riesce ad essere altrettanto incisivo.

Ora però mi sorge spontanea una domanda… quante donne Ceo ci sono rispetto a ceo uomini? 

Tutto questo è contenuto in una ricerca dal titolo esplicativo, “Do female executives make a difference? The impact of female leadership on gender gaps and firm performence”, firmata da Luca Flabbi (University of North Carolina), Andrea Moro (Venderbilt University), Mario Macis (Johns Hopkins University) e Fabiano Schivardi (Bocconi).
Buona lettura!

Mark Zuckerberg agli studenti italiani: «Il segreto del successo sono le persone di cui ti circondi»

Bello scoprire che il n* 1 di FB la pensi esattamente come noi!!!

Scherza (su PokemonGo: «Sono andato al Colosseo non per correre, ma per cercarli»), si commuove (parlando della figlia), si dice vicino al nostro Paese (soffermandosi sul terremoto). E, dopo aver bevuto un sorso d’acqua ed essersi preso qualche secondo, Mark Zuckerberg risponde al quesito più delicato e attuale propostogli dagli studenti della Luiss di Roma, dove si è intrattenuto per un’ora di botta e risposta, sul ruolo di Facebook nell’industria dell’informazione.

«Siamo una società di tecnologia, non una media company. Non produciamo e non modifichiamo contenuti. Mettiamo a disposizione gli strumenti per connettervi», ha dichiarato il fondatore di Facebook, esprimendo una posizione chiara sul dibattito sulle responsabilità — economiche e non — delle piattaforme che ospitano materiale giornalistico. Secondo Zuckerberg, il social network integra l’attività dei media tradizionali ma con una missione esclusivamente tecnologica e di stimolo alla condivisione di opinioni. I differenti modi per informarsi nell’era di Internet coesistono e non si sovrappongono.

La piattaforma da 1,7 miliardi di iscritti, ha aggiunto, «non sostituisce l’interazione personale, ma è utile per comunicare con persone con le quali è difficile rimanere in contatto. In Europa ogni utente ha almeno 50 amici che provengono da un altro paese». «Io non parlo con mia moglie via Facebook», ha precisato chiamando in causa Priscilla Chen, che lo ha accompagnato durante il suo viaggio in Italia. Spazio anche al resto della famiglia: ai genitori, «mi hanno insegnato che bisogna sfruttare al meglio il tempo a disposizione e continuare a migliorarsi», e alla figlia Max, «mi manca. Niente mi rende più felice nella vita. Sono molto fiero di lei».

«Non avere paura degli insuccessi»

Coinvolto, quando parla dei suoi cari, ma molto chiaro nel ripetere che «bisogna avere idee che lascino un segno nel mondo». Il segreto del successo «sono le persone giuste di cui bisogna circondarsi».Bisogna «costruire imprese fondate sull’apprendimento continuo», «imparare», verbo utilizzato spesso nel discorso. Anche dagli insuccessi, che non devono condizionare:   «Verremo ricordati per le cose che facciamo, non per i nostri errori». Cita Einstein, e i suoi errori seppelliti sotto il peso delle sue scoperte. Ed Enea, che ci ha insegnato la perseveranza. Dalla mitologia greca, al latino: «L’ho studiato perché sono un disastro con le lingue, e il latino non si deve parlare».

Fonte: Corriere della Sera

L’Italia non è un paese per meritevoli

Dalla politica alle organizzazioni sindacali, passando attraverso la scuola, l’azienda e la pubblica amministrazione. Potere al merito è oggi il leitmotiv dell’occidente post-crisi che, fra biasimi ed entusiasmi, continua a dividere la società in meritevoli e immeritevoli, persone di successo e soggetti mediocri.

Non tutti sanno però che, nell’elaborazione originaria, l’espressione meritocrazia (dal latino merēre, «guadagnare» e dal greco kratos, «potere») è intrisa di valore distopico. Sì, perché il saggio di Michael Young del 1958, The Rise of the Meritocracy, individua in principio una forma di governo, dispotico appunto, nella quale la posizione sociale dell’individuo viene determinata dal QI e dall’attitudine al lavoro. 

Insomma, potere al merito e onore al merito, ma senza entrare nel merito degli elementi costitutivi e dei significati del discusso termine. E, mentre l’Italia della Buona Scuola, del Jobs Act e della riforma Madia invoca il patibolo per fannulloni e scansafatiche, ci si chiede se la rottamazione dei vecchi istituti riuscirà davvero a dare vita a una società più equa.

Merēre contro kratos

Ma le differenze fra prestazioni dipendono davvero dalla buona volontà? Secondo il sociologo Carlo Barone, autore del saggio Le trappole della meritocrazia, le cose stanno diversamente. E decenni di letteratura scientifica smentiscono un approccio meramente volontaristico. «Le competenze, le prestazioni e i titoli di studio — commenta Barone — dipendono da fattori come l’origine sociale, etnica e di genere. Fare quindi un discorso individualistico e basato solo sulla buona volontà significa mettere da parte le cause che sono all’origine della possibilità di acquisire determinate competenze».

Nonostante ciò, le ragioni che determinano le differenze fra performance sembrano passare in secondo piano. La ragione? «Nel DNA italiano è assente di fatto una reale attenzione all’equità sociale», sottolinea Barone. «Emblematicamente, l’Italia è fra i Paesi che investe meno nel diritto allo studio. Esiste, quindi, una vera e propria contraddizione fra la retorica del merito, secondo cui la performance dipende da intelligenza e buona volontà e la realtà di un Paese, che non mette in campo politiche atte a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e che, come il genere, l’etnia e l’origine sociale, rischiano di compromettere l’acquisizione del sapere». Ergo, l’esito della performance.

Insomma, merito e pari opportunità non sono concetti di segno opposto. Al contrario. Ed ecco perché, è sempre necessario operare una distinzione fra contesti che promuovono le pari opportunità de iure e situazioni che contrastano atteggiamenti discriminatori de facto.

Secondo Andrea Rapini, Ricercatore Universitario di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, la differenza consiste nelle possibilità di accesso. «I Paesi che sostengono reali politiche di pari opportunità — commenta Rapini — garantiscono anche l’accesso a posizioni di élite a un elevato numero di persone. Nei contesti meno vantaggiosi, al contrario, le élite tendono a riprodursi. Si pensi alla élite accademica: solo l’impiego di dispositivi di pari opportunità, come le borse di studio, può consentire all’individuo di non rimanere inchiodato alla propria classe di provenienza. E di fare sì che, per diventare docente universitario, non si debba essere necessariamente figlio di un altro docente universitario».

«Ma l’Italia è un paese bloccato — prosegue Rapini — e la composizione attuale del nostro Parlamento, che si è chiuso progressivamente, ne è il segno più evidente. Benché in passato il Parlamento italiano fosse costituito da rappresentanti di ceti diversi oggi, invece, è composto in massima parte dai figli delle élite. Tanto che, quando un operaio vi accede, la questione fa notizia. Come nel caso di Antonio Boccuzzi, operaio specializzato alla ThyssenKrupp di Torino negli anni del rogo, che diventò parlamentare in seguito all’incidente che si verificò in fabbrica: Boccuzzi, non entrò in Parlamento come operaio sic et simpliciter,  bensì in quanto testimone di un incidente».

Un esempio ulteriore di disattenzione nei confronti di politiche incentivanti nel campo dell’istruzione è rappresentato dal testo sulla Buona Scuola. «La riforma tocca una serie di temi, che spaziano dalla professionalizzazione delle scuole, ai rapporti col territorio, al reclutamento degli insegnanti», puntualizza Barone. «Un tema, però, è totalmente assente: è quello delle politiche sulle pari opportunità, della necessità di garantire pari opportunità di studio a chi proviene da contesti svantaggiati. Si noti: questo tipo di approccio non è caratteristico del governo Renzi, ma si pone in una dimensione di continuità con i governi italiani precedenti. Di destra, ma anche di sinistra».

Diverse competenze, im-pari opportunità

«Oggi il ragionamento sul merito viene portato avanti in modo astratto», prosegue Rapini. «Chi potrebbe negare che è più giusto che progredisca chi è più meritevole, rispetto a chi lo è meno? Bisognerebbe, però, ri-definire nel contempo il concetto di merito, indagando sulle chance reali che le persone hanno nelle loro traiettorie di vita per diventare meritevoli. Nel nostro Paese le diseguaglianze di tipo economico, sociale, culturale, geografico sono tali che, parlare di merito astrattamente e senza calarlo in queste situazioni, comporta un ragionamento di pura retorica».

«Viviamo in un Paese in cui le scuole materne e dell’infanzia — le prime istituzioni formative nella vita dell’individuo — quando presenti sono talvolta parcheggi, attorno ai quali sono presenti situazioni di disagio: tassi di disoccupazione vicini al 30%, istituzioni poco inclusive. Se la realtà del Paese è questa, le chance concrete che certe persone hanno di diventare meritorie sono inferiori rispetto a quelle di persone che nascono in contesti socio-economici che funzionano», chiarisce Rapini.

Ecco perché non è possibile fare un ragionamento concreto sul merito, che non tenga conto delle condizioni su cui il merito si fonda. «Perché il merito si fabbrica, si costruisce socialmente. E non esistono persone che nascono meritevoli», sottolinea Rapini. «Un ragionamento sensato sul merito deve quindi tenere conto delle condizioni tramite cui questo può essere costruito, impegnandosi parallelamente nella rimozione degli ostacoli che impediscono a chi proviene da contesti svantaggiati di emanciparsi». In conclusione, premiare sì il più competente, ma fornendo a tutti pari possibilità di acquisire competenze e titoli di studio.

L’Italia, però, non è un Paese equo. E l’istruzione in Italia non è uguale per tutti. Secondo uno studio OCSE elaborato nel 2015, Does homework perpetuate inequities in education? la scuola italiana è la più discriminatoria d’Europa. Peraltro l’Italia, a pari merito con la Cina, si colloca al vertice delle diseguaglianze fra studenti di condizione socio-economica svantaggiata e studenti di famiglie abbienti. Inoltre, l’Italia è fra i Paesi europei più iniqui a livello di diseguaglianze sociali. Ed è anche uno dei Paesi in cui il reddito viene distribuito in modo meno equo: secondo dati OCSE del 2015, in Italia l’1% della popolazione più benestante detiene il 14,3% della ricchezza. «E una cultura orientata al familismo e alla solidarietà ristretta, poco incline alla solidarietà universalista, rende estremamente complessa l’introduzione di politiche egualitariste e basate sul welfare state», commenta Barone.

«In Italia lo stato sociale comincia ad affermarsi intorno alla metà degli anni Settanta», prosegue Rapini. «La nostra Costituzione prevede formalmente una ricca gamma di diritti sociali e l’art. 3 impone allo Stato di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». 

«Ciononostante, per larga parte del dopoguerra, la Costituzione non viene applicata. Solo negli anni Settanta alcuni diritti sul lavoro, sulla famiglia e sulla salute iniziano a prendere corpo: lo Statuto dei lavoratori (1970), la riforma del diritto di famiglia (1975), il sistema sanitario nazionale (1978). Solo l’introduzione di queste misure di pari opportunità hanno potuto rendere più concreto il concetto di merito», chiarisce Rapini. E il loro progressivo smantellamento, oggi, dovrebbe fare riflettere su cosa realmente significhi meritocrazia in questo momento. Tant’è che, la meritocrazia e la sua attuale applicazione non sono esenti da trappole.

Secondo Barone, le trappole della meritocrazia possono essere di tre tipi: «In primo luogo, ci si focalizza sul premiare i più produttivi, senza chiedersi cosa c’è a monte delle competenze. In secondo luogo, il giudizio morale: la meritocrazia tende a essere un discorso moralistico, che si basa sul premiare chi merita e punire il pigro, che non si impegna. Ma questa connotazione, evidente nella letteratura e nella stampa è anche evidentemente un’ipersemplificazione della realtà, pericolosa perché dà giudizi morali sulle persone e divide la società in buoni e cattivi, senza tenere conto di quelle cause, alla base delle differenze di prestazione, che esulano dalla volontà degli individui».

«La terza trappola della meritocrazia — prosegue Barone — è rappresentata dal disegno degli incentivi di prestazione, che non sempre si traducono in una maggiore produttività. Gli schemi di incentivazione si basano sull’assunto ingenuo, secondo cui è necessario aumentare il salario al dipendente produttivo e decurtarlo al dipendente meno produttivo. Molti lavori centrali nel pubblico impiego, però, sono essenzialmente basati sulla cooperazione e sul lavoro di gruppo. Nella scuola, nei servizi sociali, nella sanità: il lavoro di équipe è fondamentale e quindi è altrettanto importante promuovere la cooperazione. Un altro rischio degli schemi di incentivazione è legato all’assunto, secondo cui le decurtazioni salariali dovrebbero essere un incentivo a impegnarsi maggiormente. Eppure, nei contesti in cui è stato portato avanti questo discorso, la punizione non ha spronato de facto i meno produttivi a impegnarsi e ha prodotto, al contrario, tutta una serie di effetti collaterali».

«Ad esempio, negli Stati Uniti sono stati introdotti schemi che punivano gli insegnanti nelle scuole in cui gli studenti avevano livelli di apprendimento più bassi e si è osservato che gli insegnanti hanno reagito agli schemi punitivi barando: ad esempio, durante il giorno della prova hanno suggerito agli studenti le risposte esatte, falsificato i risultati o chiesto agli studenti meno capaci di restare a casa. I dibattito sul cheating è presente anche in Italia e l’esito controverso dei test INVALSI ne è un esempio. Per questa ragione, gli schemi di incentivazione devono tenere conto di questi rischi e operare una diagnosi delle cause alla base della performance», conclude Barone.

Crisi del merito e rappresentanza politica: i populismi

«Negli ultimi vent’anni in Europa, e con una recrudescenza negli anni più recenti, si è affermato il populismo, fenomeno che il vecchio continente aveva conosciuto negli anni Trenta del Novecento», sottolinea Rapini. «Il populismo può essere definito come la tendenza del popolo, visto come massa aggregata indistinta e quindi socialmente poco connotata ad affidarsi a leader salvifici. D’altro canto, rovesciando questo rapporto, populismo è anche la tendenza di leader politici di rivolgersi direttamente al popolo, evitando la mediazione di corpi intermedi che, come i partiti e i sindacati, avvicinano gli individui alle istituzioni. Inoltre, il revival del populismo è contemporaneo alla crisi della democrazia, della rappresentanza politica, delle pari opportunità e delle possibilità di accesso delle classi svantaggiate a posizioni di élite. Insomma, alla crisi dello stato sociale. E non è un caso, quindi, che la crisi dei dispositivi, che avevano tentato di ridurre le diseguaglianze, produca il successo del populismo».

«Il fatto che i cittadini si sentano sempre meno cittadini e sempre più esclusi per la crisi di questi dispositivi fa sì che essi proiettino il legittimo desiderio di cittadinanza e ascesa sociale verso leader che sembrano garantire la soluzione ai propri problemi, evocando l’idea di popolo, criticando la democrazia e i dispositivi democratici e rimandando — nel caso del populismo di destra — a soluzioni di tipo autoritario». Ecco perché il rapporto fra meritocrazia, crisi della rappresentanza e revival dei populismi in Europa è così stretto. «Peraltro, è opportuno ricordare – conclude Rapini – che il welfare state nasce proprio in opposizione ai fascismi che, seppure in modo totalitario, avevano garantito l’inclusione sociale alle masse. Inclusione che lo Stato liberale, invece, aveva loro negato. Soltanto il neoliberismo di Margaret Thatcher metterà in discussione questo sistema». Per combinazione, in concomitanza con l’esaltazione del potere al merito.

Insomma, è nella natura del cittadino ambire all’inclusione e alla rappresentanza, anche quando le élite sono chiuse e continuano a riprodursi su se stesse. Sarà questa la ragione, per cui una città come Torino ha scelto, contro ogni previsione, di convertirsi a un movimento che, secondo i detrattori, è privo di un programma politico definito e di un’ideologia di fondo. Un movimento che, al tempo stesso, fa della rappresentanza la propria bandiera. E sembra quasi che, in quest’Italia così disuguale, l’idea retorica e astratta di meritocrazia offra quell’illusione di eguaglianza che però, nella realtà, è di fatto assente.

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Meritocrazia: parliamone!

La parola Meritocrazia è completamente vuota, illusoria e truffaldina.

È una di quelle buzzword — come la chiamano gli americani — e non soltanto perde significato a furia di ripeterla, ma non è altro che una maschera che nasconde tutt’altro.

Meritocrazia è una parola che mente già dal nome, perché malgrado finga una lontana origine greca — come Democrazia — è un’invenzione molto recente e con la Grecia non c’entra nulla.

Il termine nasce nel 1958, più o meno negli stessi anni in cui iniziavano a diffondersi i curriculum vitae. Fu quell’anno che il sociologo inglese Michael Young lo usò nel suo saggio Rise of Meritocracy. Ma, sorpresa, il significato che Young gli dette non era affatto positivo. Tutto il contrario, perché nella società distopica che si inventò l’inglese per dimostrare le sue teorie, la meritocrazia era la giustificazione ideologica di una società sostanzialmente divisa in caste, basata su una profonda ingiustizia e sulla marginalizzazione totale delle classi subalterne.

Una società che determina la posizione sociale dei suoi componenti rigidamente e a tavolino, basandosi solamente su quoziente intellettivo e capacità non meglio identificata di lavorare, difficilmente potrà generare democrazia, libertà e uguaglianza. E infatti, non a caso, nel libro di Young quella società distopica, governata da pochi e certificati “meritevoli”, finisce molto male, ribaltata dalle stesse masse che pretendeva di dominare, escluse e ignorate dal potere.

La visione di Young è drammatica, e lo è soprattutto perché è estremamente credibile. Perché la meritocrazia funziona sul serio, ma il problema è che non serve a quel che ci hanno sempre detto che dovesse servire. L’obiettivo della meritocrazia infatti non è formare una società libera, i cui componenti individuali siano felici e liberi di autodeterminarsi. Lo scopo ultimo della meritocrazia non è affatto livellare le disuguaglianza, ma essere funzionale alla struttura, giustificare il mantenimento dell’ordine costituito, obliterare il comando dei pochi sui tanti.

La meritocrazia condensa in sé due pericolosi mali. Da una parte diffonde ancor di più nelle classi subalterne la scarichissima barzelletta cattolica degli ultimi che possono arrivare per primi, ovvero che il figlio di un panettiere, grazie al ridicolo elenco dei propri ingenui successi che chiamiamo curriculum vitae e grazie a qualche annetto di studio, possa giocare alla pari con il figlio dell’avvocato; dall’altra ha in sé ben radicata una condanna certa, che commina inderogabilmente al figlio del panettiere. Perché il poveretto, quando tenterà e fallirà, dovrà anche convivere con il fatto che è stata solo colpa sua.

Oltre a questa matrice cattolica a base di illusione di eguaglianza e senso di colpa, la meritocrazia ha in sé un ulteriore elemento che ne svela il carattere menzognero. È la pretesa, questa volta probabilmente ereditata dal positivismo, della oggettività e della misurabilità di ogni cosa, anche delle persone. Pretesa arrogante e pericolosa che secondo Young sarebbe potenzialmente la base di una forma nuova velenosissima di fascismo, perché costruisce la diseguaglianza non sulla magia come si faceva una volta — la storiella del sangue blu, della elezione divina o del figlio della nazione — ma con sulla scienza, decretando la superiorità di taluni su talaltri sulla base di competenze che si pretendono oggettive, misurabili, scientifiche. E quindi, non contestabili.

La meritocrazia è sbagliata, è la pillola azzurra che Morpheus offre a Neo in Matrixe che troviamo in ogni discorso di quella classe politica neoliberista che si dice democratica e progressista, quell’arco politico ambidestro che va da Hillary Clinton a Matteo Renzi passando per David Cameron e Angela Merkel che si appresta, scarsamente contrastato, a tenersi le redini del mondo per un bel po’ ancora. La meritocrazia è una dolce menzogna che ci piace raccontarci per andare a dormire tranquilli e rimandare la rivoluzione alla prossima domenica.

La meritocrazia, come ci ha avvisato il buon Young, è una minaccia. È per questo che il compito dei prossimi anni, subito dopo aver capito il trucco, deve essere rimettere a nuovo e riappropriarsi di uno strumento antico come l’Umanità e stigmatizzato al limite della demonizzazione negli ultimi anni, soprattutto da Renzi&Co: la raccomandazione e la cooptazione.

Non sarà facile, perché la raccomandazione e la cooptazione sono sempre stati gli strumenti privilegiati dalle classi dominanti per conservare il potere, ben prima dell’invenzione della meritocrazia. Non sono più da secoli — difficile in realtà dire se lo sia mai stata dopo l’epoca delle comunità di pastori dell’Asia minore — strumenti per rigenerare le strutture sociali e di potere in modo sano, funzionale alla sopravvivenza della società.

Oggi però l’occasione di trasformarle in qualcos’altro c’è e ce la offre la tecnologia. Negli ultimi anni è successo qualcosa di molto grosso, talmente grosso che per alcuni starebbe modificando profondamente il capitalismo, provocandone il superamento. È successo che la tecnologia sta cambiando radicalmente le relazioni tra le persone e i prodotti, sta disintermediando e sovvertendo i rapporti tra chi produce e chi consuma. Sta cambiando l’economia e con essa sta modificando noi.

Tra le tante dinamiche che ha messo in moto questa rivoluzione, c’è anche qualcosa che c’entra proprio con la raccomandazione. Ereditata dal passato come forma di clonazione e moltiplicazione dell’ingiustizia e della maladistribuzione di ricchezza e potere, oggi la raccomandazione potrebbe rientrare dalla finestra e quella finestra è la sharing economy, sia quella vera e rivoluzionaria che cerca di riportare al centro della vita sociale la comunità, ridistribuendo potere e capitale, sia quella finta che è soltanto una maschera utile al vecchio capitalismo per isolare gli individui e sfruttarne meglio la debolezza, concentrando sia potere che capitale.

Al centro di questa nuova economia c’è proprio la raccomandazione, presente in quasi tutte le idee vincenti del nuovo millennio sotto falso nome. Che cosa sono le recensioni di Airbnb, se non raccomandazioni? E i feedback su cui si basano Ebay, o Blablacar o Couchsurfing? E a ben vedere probabilmente non sono molto diversi nemmeno i like su Facebook o, ancora di più, i link tra i siti, che agli occhi di Google sono uno dei modi di classificare i produttori di contenuti e indicizzarli sul motore di ricerca. La raccomandazione che ognuno di noi fa, consapevolmente o meno.

Mah…meritocrazia!

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