COS’È LA ZONA DI COMFORT.

La zona di comfort è quel luogo dove la psiche e il corpo si riposano perché sono al sicuro da ogni pericolo. È impossibile fornire una descrizione unica di questo luogo poiché per ognuno di noi è differente.
Per alcuni la zona di comfort è la compagnia di un amico, uno di quelli che prende le decisioni al posto tuo e tu lo lasci fare, perché ti fidi e ti rilassa lasciare che sia lui a mettersi in gioco. 

Per altri è la solitudine della propria cameretta, lontano da tutto e da tutti, un luogo dove nessuno vede quello fai, giudica quello che pensi né ti chiede nulla. 

Per altri ancora è la famiglia in cui sono cresciuti, il grembo materno che negli anni si è fatto sempre più anziano ma resta metaforicamente un luogo dove puoi riposare.

Le zone di comfort possono essere più di una nella nostra vita. Più sono e maggiori saranno le nostre occasioni per ricaricare le energie.

Nella zona di comfort lo stress, i rischi e il brutto della vita scompare e regala uno stato di sicurezza mentale. Viene voglia di viverci per sempre.

PERCHÉ DOVREMMO USCIRE DALLA NOSTRA ZONA DI COMFORT.

La zona di comfort è un momento in cui siamo immobili. È come se si trattasse di una pausa nel flusso della nostra crescita personale.

Da quando nasciamo fino a quando muori amo, non smettiamo mai di crescere e di imparare, giorno dopo giorno diventiamo persone diverse. A volte cambia in noi qualcosa di impercettibile, ma quel mattoncino diventa presto il sostegno per un cambiamento più grande.

Il cambiamento è la nostra risposta alle richieste dell’ambiente che ci circonda. Cambiamo per adattarci, per riuscire a fare meglio qualcosa, per non fare più qualcosa di vecchio.

Ci sono dei contesti che non ci chiedono più niente. 

Per esempio un lavoro abitudinario che svolgiamo ormai a occhi chiusi senza bisogno di spendere nemmeno un pensiero per portarlo a termine. O una relazione dove la routine si insegue uguale giorno dopo giorno e non ha bisogno di niente più che ripetere gli stessi gesti. O una vacanza dove restiamo inermi a guardare il mare senza muoverci, senza pensare, lasciando solo che il sole ci scaldi e il vento scivoli sulla nostra pelle.

La zona di comfort non è un luogo buono o cattivo. Sarebbe sbagliato giudicarlo. È qualcosa da cui dobbiamo uscire se vogliamo che la nostra vita ricominci.

La crescita personale di ogni uomo e poi quella della società passa necessariamente per lo scontro contro qualcosa che ci destabilizza. Allora comincia una lotta mentale e fisica per risolvere un problema, uscire da una situazione critica, capire qualcosa di strano e cosi via. Tutto questo avviene solo fuori dalla zona di comfort.

LE BUGIE CHE CI RACCONTIAMO…

1. “Non sono obbligato a farlo”

È vero, nessuno ti obbliga ad uscire dalla tua zona di comfort, ma se resti dentro non crescerai mai. Ricorda che non cresci semplicemente perchè passano gli anni, ma grazie alle nuove sfide che devi affrontare. Quando pensi a un progetto che rappresenta una grande sfida e improvvisamente la tua voce interiore ti dice che non sei obbligato ad affrontarla, in realtà ciò che stai esprimendo è la resistenza al cambiamento, perché una parte di te desidera mantenerti entro i limiti del conosciuto. Ma se mai penserai ancora di non avere alcun motivo di intraprendere qualcosa di nuovo, ricorda che il semplice fatto di crescere e scoprire, sono ragioni più che sufficienti.

2. “Non è il momento giusto”

Raramente si vrificano le condizioni perfette per intraprendere qualcosa di nuovo, ma perseguire un sogno significa combattere contro vento e tempesta, preparando il terreno lungo il cammino. Quando dici a te stesso che non è il momento giusto chi sta parlando è la paura, probabilmente una paura intensa del fallimento che ti inculcarono a partire dall’infanzia. Naturalmente, non si tratta di lanciarsi nel vuoto senza valutare pro e contro, ma se vogliamo davvero realizzare qualcosa nella vita, dobbiamo renderci conto che non possiamo stare fermi, dobbiamo sempre avanzare a piccoli passi. E prima ci mettiamo in camino meglio sarà.

3. “Comincerò quando …”

Questa è una delle scuse più comuni per rimanere al sicuro nella zona di comfort. In pratica, è l’auto-inganno perfetto, perché non stiamo rinunciando al sogno o progetto che abbiamo in mente, ma lo rimandiamo fino al verificarsi di determinate situazioni. Il problema è che questa scusa porta direttamente a procrastinare, per cui è probabile che quando la condizione che necessitiamo si verifica, ne inventeremo un’altra e un’altra ancora. In questo modo teniamo in vita la speranza, ma allo stesso tempo non dovremo lavorare sodo per trasformare questo sogno in realtà. Così, anche se non esistono tutte le condizioni, tu avanza semplicemente a piccoli passi, non avere aspettative eccessive perchè la vita è troppo corta.

4. “Non fa per me”

In sostanza, dietro a questa frase si nasconde l’idea che non siamo abbastanza capaci o buoni. Si tratta della scusa perfetta delle persone insicure e con una bassa autostima. È anche il pretesto utilizzato dalle persone che hanno paura del mondo e si chiudono alle nuove esperienze. In ogni caso, non potrai mai sapere se qualcosa ti piace o meno prima di averla provata. Infatti, è probabile che più di una volta hai pensato che qualcosa non era fatto per te, ma dopo averlo provato ti è piaciuto e ora non ne puoi più fare a meno. Quindi, non chiuderti mai alle nuove esperienze e non porti dei limiti come persona. È la cosa peggiore che puoi farti.

5. “Non so come farlo”

Le cose nuove possono spaventare, così una delle scuse che inventiamo per rimanere nella nostra zona di comfort è quella di ripeterci che non sappiamo come affrontare la sfida. Possiamo pensare di non avere le competenze necessarie o che non le potremo mai sviluppare. Ma ricorda che quando hai un “che cosa” i “come” vengono da soli. È vero che per intraprendere alcuni progetti è necessaria una determinata preparazione, ma questo non significa che non lo potrai fare mai, significa solo che avrai bisogno di più tempo o di qualcuno che ti aiuti. Nessuna abilità viene dal nulla, tutte nascondono alla base tanta passione e fatica.

Che cos’è la sindrome di Stendhal?

La sindrome di Stendhal, detta anche sindrome di Firenze (città in cui si è spesso manifestata), è una affezione psicosomatica osservabile nei soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza, specialmente se esse sono compresse in spazi limitati. 

Ma in che modo si manifesta? E, soprattutto, quali sono i sintomi?
ORIGINE DEL TERMINE – Fenomeno verificatosi di frequente al cospetto delle opere di Caravaggio e Michelangelo, il nome della sindrome si deve allo scrittore francese Stendhal. Fu proprio lui a descrivere nell’opera “Roma, Napoli e Firenze” scritta nel 1817, gli effetti dei questa patologia psicosomatica, sperimentata in prima persona. Stendhal in effetti racconta che, durante una visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze, fu colto da una crisi che lo costrinse a guadagnare l’uscita dell’edificio al fine di risollevarsi dalla reazione vertiginosa che il luogo d’arte scatenò nel suo animo.

L’ANALISI PSICOLOGICA – Ma è stata una psichiatra italiana a divulgarla grazie alla pubblicazione di un libro in cui descrisse più di 100 casi. Si tratta di Graziella Margherini, responsabile del servizio per la salute mentale dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Firenze, che nel 1979 scrisse “La sindrome di Stendhal. Il malessere del viaggiatore di fronte alla grandezza dell’arte”. L’indagine prese atto dalla cura di turisti che, usciti dagli Uffizi, e in preda a singolari malori, si recavano nel vicino ospedale fiorentino. Nello studio furono osservato soggetti per lo più di sesso maschile, di età compresa fra 25 e 40 anni e con un buon livello di istruzione scolastica, che viaggiavano da soli, provenienti dall’Europa Occidentale o dal Nord-America e si mostravano molto interessati all’aspetto artistico del loro itinerario. L’esordio del disagio si presentò poco tempo dopo il loro arrivo a Firenze, e si verificò all’interno dei musei durante l’osservazione delle opere d’arte.

In merito alla sua ricerca, Graziella Magherini afferma che “l’’analisi della sindrome di Stendhal ha messo in evidenza le complesse interazioni psicosomatiche che possono attivarsi in alcuni individui, con particolari condizioni psichiche predisponenti, quando il contesto ambientale favorisce gli aspetti di sradicamento rispetto alle proprie abitudini di vita. La Bellezza e l’opera d’arte sono in grado di colpire gli stati profondi della mente del fruitore e di far ritornare a galla situazioni e strutture che normalmente sono rimosse”.  

I DISTURBI – “Nello studio” continua la studiosa “abbiamo osservato diverse forme. La maggior parte dei turisti manifestavano attacchi di panico, alcuni presentavano disturbi del contenuto e della forma del pensiero con intuizioni e percezioni deliranti associate a disturbi delle senso/percezioni con allucinazioni uditive, altri ancora percepivano fenomeni illusionali e cenestofrenie; altri presentavano disturbi affettivi, con umore orientato in senso depressivo con contenuti olotimici di colpa e di rovina o, viceversa, in senso maniacale con euforia e manifestazioni di estasi. Altri ancora manifestavano sintomi riferibili agli attuali criteri diagnostici per il disturbo di panico, con crisi acute di ansia libera o situazionale; ed infine, alcuni, oltre ad un senso di profondo turbamento, percepivano la città incombente, quasi nemica, come se si sentisse perseguitato non già da un’entità, ma dalla città stessa”.

MICHELANGELO E L’ARTE RINASCIMENTALE – Eseguito a Firenze, lo studio era rivolto all’osservazione dei disturbi provocati soprattutto dalla visione di opere rinascimentali. In particolare, il divino Michelangelo è l’artista che più di altri ha contribuito a scuotere gli animi. Graziella Magherini infatti afferma che “nei miei studi su Michelangelo, mi sono soffermata soprattutto sul David. Il David presenta delle caratteristiche eccezionali: in primo luogo possiede una bellezza anatomica straordinaria e poi, contemporaneamente, è un eroe biblico e, per la città, un eroe civico. Soprattutto, ciò che colpisce chiunque, è il lato estetico: è un bellissimo nudo e ciò riesce a influenzare l’animo di alcune persone rendendole in qualche modo eccitate, depresse e così via, influenzando perciò l’emotività dello spettatore, in un senso o in un altro”.

Quando la cultura invade il nostro essere… RespiraLavoro ama l’arte!!

5 MOSSE PER COLTIVARE LA VOSTRA TENACIA

Grintose di diventa, parola di Angela Duckworth.

Ecco alcuni consigli dal suo libro Grit, The power of passion & perseverance, che vi consiglio di leggere.

  • Segui la tua passione: c’è chi ha un forte interesse per qualcosa fin da piccola e chi lo trova nel corso della vita. Per tutte vale la stessa regola: ama quello che fai, mantieni una curiosità quasi infantile, dimentica la fatica, la noia, le delusioni;
  • Fai pratica con perseveranza: bisogna dedicarsi a ciò che si ama ogni giorno, cercando di migliorare senza mai mollare. Questo significa lavorare sodo per settimane, mesi, anni, restando concentrate e aperte alle sfide;
  • Resta focalizzata sul tuo obiettivo: e ricordati che la passione resta forte quando qualcosa che ha valore non solo per noi stesse, ma anche per gli altri;
  • Coltiva la speranza; senza ottimismo è difficile essere perseveranti. La speranza serve per superare i momenti di scoraggiamento, i dubbi, i fallimenti;
  • Essere grintose vuol dire cadere e rialzarsi: non avere paura di privare di nuovo…

Forza!!!!

5 MOSSE PER COLTIVARE LA VISTRA TENACIA

Grintose di diventa, parola di Angela Duckworth.

Ecco alcuni consigli dal suo libro Grit, The power of passion & perseverance, che vi consiglio di leggere.

  • Segui la tua passione: c’è chi ha un forte interesse per qualcosa fin da piccola e chi lo trova nel corso della vita. Per tutte vale la stessa regola: ama quello che fai, mantieni una curiosità quasi infantile, dimentica la fatica, la noia, le delusioni;
  • Fai pratica con perseveranza: bisogna dedicarsi a ciò che si ama ogni giorno, cercando di migliorare senza mai mollare. Questo significa lavorare sodo per settimane, mesi, anni, restando concentrate e aperte alle sfide;
  • Resta focalizzata sul tuo obiettivo: e ricordati che la passione resta forte quando qualcosa che ha valore non solo per noi stesse, ma anche per gli altri;
  • Coltiva la speranza; senza ottimismo è difficile essere perseveranti. La speranza serve per superare i momenti di scoraggiamento, i dubbi, i fallimenti;
  • Essere grintose vuol dire cadere e rialzarsi: non avere paura di privare di nuovo…

Forza!!!!

Quando l’ignoranza critica, l’intelligenza osserva e se la ride

Talvolta, chi resta in silenzio di fronte alle critiche, all’invidia o alle provocazioni non lo fa per mancanza di argomentazioni o di coraggio: in realtà, quando parla l’ignoranza, l’intelligenza tace, ride e si allontana.

Tutti sanno che mantenere la calma e la temperanza di fronte ad una critica o ad un rimprovero non è facile. Tant’è che, secondo uno studio pubblicato sulla rivista USA Today, il 70% delle persone si sente ferito davanti ad una critica, il 20% la affronta e la rifiuta con ira, e solo il 10% ci riflette su e la ignora quando non è frutto che di banale ignoranza.

Tutti dovrebbero dare per assodato che ci sono discussioni che non vale la pena avere. Quando le orecchie non ascoltano e le menti sono così piccole da non riuscire ad accogliere spiegazioni, è meglio ridere, tacere, e lasciar andare.

L’ignoranza è il seme dell’intolleranza

Iniziamo chiarendo a cosa ci riferiamo quando parliamo di ignoranza. Non stiamo parlando di mancanza di cultura o di conoscenza; l’ignoranza più pericolosa è quella priva della vicinanza, dell’empatia e della sensibilità necessarie per potersi mettere nei panni degli altri, è quella che ama sputare sentenze cariche di disprezzo.

Il livello di ignoranza più elevato è quando rifiutiamo qualcosa di cui non sappiamo nulla. Quando, pur consapevoli del fatto che ci mancano informazioni e dati, preferiamo mantenere la nostra posizione piuttosto che ricercare più elementi utili alla comprensione. Un atteggiamento di questo tipo è il seme dell’intolleranza e dell’assenza di civismo di cui tutti, in qualche momento della vita, sono stati vittima.

Il punto più complesso di tutto questo è che, spesso, l’ignoranza si pratica nelle sfere più vicine a noi. È nei genitori e nei familiari prossimi che giudicano tutto e tutti senza sapere niente, senza scomodarsi di conoscere gli interessi o i bisogni altrui. In questi casi, l’intolleranza fa male, la critica ferisce e l’offesa fa sanguinare il cuore.

Tuttavia, con il tempo, le ferite si ricuciono, le persone maturano e capiscono tante cose. Capiscono che gli altri non cambiano e che chi non è passato dall’ignoranza alla conoscenza l’ha fatto perché non l’ha voluto. Di fronte ai comportamenti di questo tipo, non rimane altro da fare che accettare di aver perso la battaglia e mantenere la dignità che dà tranquillità alla nostra anima. In fondo, è meglio tacere, sorridere con intelligenza e allontanarsi.

Quando l’intelligenza è obbligata ad agire

Non è sempre possibile e giusto scegliere il silenzio di fronte al disprezzo e all’offesa. Talvolta l’intelligenza è costretta a reagire per difendere la sua integrità. Lo fa perché ci sono volte in cui è necessario alzare la voce in modo assertivo, sicuro e coraggioso per mettere in chiaro quali sono i limiti.

Ecco in quali situazioni è conveniente reagire:

Di fronte ai manipolatori: quando la voce dell’ignoranza varca la frontiera del rispetto e fa uso del disprezzo per definirsi e acquisire potere, è il caso di agire.

Non dovete mai permettere ad un manipolatore di assumere il controllo. A questo scopo, dovete interrompere quanto prima i suoi commenti, i suoi disprezzi e la sua tagliente ironia. Dovete fargli capire molto chiaramente che non deve mai rivolgersi a voi in quei termini avvelenati.

Un altro profilo molto diffuso è quello dell’umiliatore professionista. Si tratta di persone che cercano di umiliarvi sia in pubblico sia nella vita privata, perché così facendo acquistano potere. Dietro a questo tipo di comportamento, può esserci la radice dell’invidia.

L’umiliatore non viene vinto umiliandolo e nemmeno gridandogli contro o usando la violenza: viene battuto dall’indifferenza, quando scopre di non avere nessun potere su di voi. In questo modo, gli farete capire bene cosa pensate del suo comportamento. Fatelo in modo categorico, sostenendo il suo sguardo, con molta assertività.

Se l’umiliatore non perde il suo atteggiamento, dimostrategli che ciò che fa e che dice non vi tocca, che non ha nessun tipo di influenza sulla vostra persona.

Per concludere, tutti sappiamo che l’ignoranza più pericolosa è un seme che incontreremo sempre sul sentiero della nostra vita. Ma non è altro che erbaccia. Pensate bene a quali battaglie meritano di essere combattute e quali no, l’importante è che non perdiate la vostra pace interiore e la vostra calma.

Siate abili e prudenti e sappiate che le menti piccole non capiranno mai i grandi sogni. Esistono orecchie sorde che non comprendono le parole intelligenti.

Forza!

Non raggiungi i tuoi obiettivi? Questione di Atteggiamento

Vuoi sapere qual è il segreto infallibile per sapere se raggiungerai un obiettivo? 

Se ci pensi bene, lo sai già, è dentro di te!

 Che cosa intendo con questo? Intendo che il modo infallibile per saperlo è quello di consapevolizzare i propri pensieri, cioè sapere su cosa ci si sta focalizzando e quali pensieri si fanno costantemente. Ed è proprio dal tipo di pensieri, quindi da tipo di atteggiamento mentale che hai, puoi sapere se raggiungerai i tuoi obiettivi.Ci sono due tipi di atteggiamento, quello positivo e quello negativo. 

Ti faccio un esempio di atteggiamento su un argomento a caso… ho studiato economia all’università di Milano e per l’esame di informatica notai che vi erano sostanzialmente due gruppi di persone con i nostri due atteggiamenti. Quindi il gruppo con atteggiamento mentale negativo faceva pensieri poco produttivi, pensavano che fosse difficile, che in pochi lo passavano al primo “tentativo”, che molti non lo passavano mai, che non ce l’avrebbero mai fatta. Secondo te con questi pensieri il loro modo di studiare com’era? Era scarico, svogliato, pessimistico e con questa mentalità chiusa le informazioni “fanno fatica” ad essere assimilata. perciò queste persone facevano azioni carenti, studiavano magari poco e di certo lo facevano mettendo una percentuale di impegno relativamente basso… Morale questi non hanno avuto risultato, non hanno passato l’esame e si son detti: “Lo sapevo, avevo ragione, non lo avrei passato!”. Questo il psicologia si chiama “profezia che si auto avvera”, cioè credi una cosa e quella si avvera! 

L’atteggiamento degli altri colleghi era opposto, ovvero nutrivano la loro mente, il loro giardino interiore, con semi diversi, pesavano che ce l’avrebbero fatta, che se le persone si laureano allora passano l’esame, pensavano che bastava studiare con attenzione per capire e passare l’esame… Con questi pensieri di conseguenza hanno messo più energia, più passione, più concentrazione nel loro modo di studiare e di conseguenza hanno passato l’esame. E la cosa interessante è che anche loro hanno detto la stessa frase: “ho passato l’esame, lo sapevo, avevo ragione!” Ecco che anche qui la profezia si è auto avverata!

E il bello qual è? Il bello è che più questi raggiungevano il risultato più erano contenti e sicuri di sè quindi più aumentavano in positivo il loro atteggiamento mentale, che li ha portati a continuare con i risultati che volevano. Cosa analoga e contraria per chi aveva un atteggiamento negativo, meno risultati avevano, più diventava negativo il loro atteggiamento, cosa che poi li ha portati a lasciare l’università. 

L’aspetto importante è che nel formulare un pensiero positivo o negativo o meglio ancora un pensiero funzionale o non funzionale al raggiungimento del proprio obiettivo richiede la stessa identica energia, quella di un pensiero. 

In più se si pensa negativamente ci si scarica sempre più, e più si pensa in maniera positiva più ci si carica. Questo esempio vale ovviamente per qualsiasi obiettivo che ti puoi porre! 

Trovare il lavoro che desideri, crearti il lavoro che desideri, fatturare quanto desideri, guadagnare quanto desideri, avere la donna o l’uomo dei propri sogni ecc.

In definitiva quando muovi i passi per un obiettivo, per qualcosa che desideri puoi subito capire dai tuoi pensieri che stai facendo se riuscirai a raggiungerlo. Se noti che sono negativi impegnati a cambiarli! Se invece stai lavorando per ottenere qualcosa e non ci stai riuscendo e o stai facendo fatica, fermati e chiediti su cosa ti stai focalizzando, cosi se scopri che fai pensieri non funzionali al raggiungimento degli obiettivi impegnati per cambiarli!

La responsabilità dei propri risultati dipende da se stessi e dai propri pensieri… perciò i tuoi pensieri ti stanno portando verso quello che desideri? NO? 

cambiali! 

Si? continua cosi!

Info@respiralavoro.eu

Non tarparmi le ali…

È possibile che, durante la vostra vita, abbiate sperimentato questa sensazione più di una volta. 

La sensazione di non poter andare avanti, che qualcuno non vi lasci ottenere ciò che volete; perché vi stanno tarpando le ali o perché vi legano a catene che non vi permettono di sfuggire alla loro sfera di controllo.
La crescita personale richiede opportunità e fiducia in sé stessi, coraggio e volontà propria. 

Spesso i genitori o i maestri sono figure che esercitano il loro potere tarpando le ali.

Esistono modelli educativi nei quali si castra la curiosità naturale dei bambini, si imprigiona la loro mente in parametri prestabiliti, in cui non c’è spazio per la spontaneità e la creatività. Finiamo per educare alunni uguali e standardizzati, con una mentalità rigida, che non riescono ad adattarsi a un mondo complesso come quello in cui viviamo.

Non vi è solo il caso dei genitori e dei maestri che limitano la crescita personale dei bambini. 

A volte, le forbici che tarpano le ali si trovano tra le mani del nostro partner: viviamo relazioni che, ben lungi dal permetterci di crescere e maturare come persone, ci tolgono la libertà e bloccano le nostre aspirazioni. Si tratta di un tema molto complesso che merita di essere commentato.

A volte invece è l’ambiente di lavoro, la tipologia di gestione del personale, che ci limita, fino a farci mancare il respiro!

Come si può definire la crescita personale? 

Capita di sentire una certa inquietudine dentro di noi, che prende contemporaneamente la forma di vuoto e di speranza. Le persone traboccano di mete, di progetti e di aspirazioni con le quali sfidano sé stesse per sentirsi capaci, utili e preziose.

Non si tratta sempre di grandi progetti, a volte vogliamo solo sentirci bene, indipendenti, coraggiosi e sicuri di noi stessi. Tuttavia, il circolo sociale che ci circonda esercita un peso considerevole su queste .

Quali sono le barriere principali della crescita personale? In che modo possiamo vincerle?

La sfiducia (sia nei confronti degli altri che di noi stessi). 

Si tratta di un circolo vizioso: pensate a quei genitori iperprotettivi che costruiscono una barriera dietro l’altra, nella speranza che il figlio rimanga sempre unito alla famiglia.

Fanno tutto il possibile per mantenerlo dipendente, rendendolo frustrato sul lavoro. Erigono muri, tarpano le sue ali giorno dopo giorno, gli fanno credere di non essere una persona abile. È un rischio molto elevato.

L’insicurezza.

 È curioso vedere come persone che vivono in maniera dinamica e indipendente creino, improvvisamente, relazioni di coppia in cui cambiano la loro personalità. Il controllo da parte del partner provoca dipendenza, la quale si trasforma in paura e insicurezza. Si tratta di relazioni tossiche, in cui la crescita personale è completamente annichilita.

La perdita del controllo. 

Il momento in cui avvertiamo che ci stanno tarpando le ali e, allo stesso tempo, lo permettiamo, è quello in cui perdiamo tutto il controllo della situazione. Perché lo facciamo? Perché permettiamo che altri erigano muri attorno a noi, bloccando la nostra crescita personale?

A volte è per paura, altre per affetto, per un amore tossico dal quale dipendiamo e dal quale non riusciamo a separarci. Può darsi che sia anche per una mancanza di forza di volontà, perché si sta vivendo nella propria zona di comfort da troppo tempo, e lì tutto è certo e prevedibile. Questi fattori vanno tenuti in considerazione.

Non permettete che nessuno decida per voi, né che limiti le vostre aspirazioni. Quel che sentite dentro deve agire come uno stimolo a ribellarvi. 

La crescita personale richiede coraggio e volontà di cercare il vento che vi farà finalmente salpare.

Cercate il vostro oceano, accendete i motori e date le spalle a coloro che vogliono tarparvi le ali. Ricordatevi che chi vorrà tenervi sotto il suo controllo farà di tutto per convincervi che vi ama, che vi dà e vi darà sempre il meglio, ma non è vero. Chi ama davvero non impone né ferisce, bensì comprende e apre il cammino affinché avanziate assieme, con fiducia.

Autunno, una tristezza da ascoltare 

Alle porte dell’autunno, quando le vacanze sono ormai finite, le ore di luce diminuiscono e si affacciano le prime piogge, può capitare di cadere preda della malinconia. Ma a cosa rimanda il malumore che nasce nell’uomo davanti al cambiamento delle stagioni? 
“Le stagioni invecchiano in fretta o meglio, come dice Antonio Tabucchi in una raccolta di storie, il tempo invecchia in fretta. Le stagioni nel loro succedersi simboleggiano le fasi della nostra vita, ci danno il senso del tempo che passa e ci inducono a meditare sulla nostra finitudine”, spiega Franco Bonaguidi dell’Istituto di fisiologia clinica (Ifc) del Cnr di Pisa.

D’altronde, l’uomo è da sempre afflitto dalla sua condizione mortale, una consapevolezza che tende, nel corso della vita, a nascondere a sé stesso. “Nel suo inconscio l’uomo non può concepire la sua morte. Cerca di ignorarla immergendosi nel lavoro e nelle diverse occupazioni e vivendo il più intensamente possibile”, prosegue lo psicologo dell’Ifc-Cnr. “Ma quanto più rimuove il sentimento di questa sua condizione tanto più si allontana dalla natura ed è impreparato a scontrarsi con essa. Nella perdita delle persone care, nell’invecchiamento, nel percepire lo scorrere del tempo, e nella perdita della bellezza del suo corpo l’uomo è indotto a riflettere sulla sua impermanenza”.

Bonaguidi ricorda come, in un breve saggio intitolato ‘Caducità’, Sigmund Freud racconti che un giorno in compagnia di un amico e di un giovane poeta stava facendo una passeggiata in una contrada estiva di montagna in piena fioritura (Freud non ci dice il nome del poeta ma sembra accertato che si tratti di Ranier Maria Rilke): “Il poeta ammira la bellezza della natura intorno ma non ne trae gioia, al contrario ne prova tristezza. Freud si accorge del turbamento del giovane amico e gliene chiede la ragione. Il giovane poeta gli risponde che è diventato triste al pensiero che tutta quella bellezza intorno presto perirà con l’inverno. Freud rovescia l’interpretazione del poeta. Non è la bellezza che perirà ma è l’uomo che scomparirà a causa della sua condizione umana. In quanto alla bellezza della natura, essa ritorna a fiorire ogni anno dopo l’inverno e questo ritorno in rapporto alla durata della vita è un eterno ritorno”.

Caducità dunque davanti all’eterno alternarsi delle stagioni: l’uomo, al contrario delle piante, non rinasce in primavera dopo la sua morte e un doloroso conflitto gli impedisce, dunque, di godere pienamente della bellezza della vita. “Vorrei riportare l’esperienza vissuta di un paziente di 68 anni che ha passato tutta la vita facendo il lavoro di tessitore in proprio in un ampio scantinato della sua casa”, continua il ricercatore. “Nella ripetitività del suo lavoro e della sua vita, la sua percezione del tempo si altera e si congela in un tempo senza età. Si sente un eterno ragazzo. Poi all’improvviso la scoperta di una malattia. Esce di casa (la sua prigione interiore) in un giorno pieno di sole. ‘Per la prima volta, racconta, ho guardato i monti intorno alla mia città e li ho visti bellissimi’. Si sente improvvisamente vecchio e nel sentimento doloroso della perdita incontra di nuovo la vita”.

Ogni anno l’autunno ritorna a mostrare i suoi scenari suggestivi, pieni di nuovi colori. La caduta delle foglie diventa l’emblema della nostra condizione. “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” recita in un unico verso una famosa poesia di Giuseppe Ungaretti. “In questo paesaggio ritroviamo i nostri ricordi, rimpianti, rancori, profumi, silenzi, gioie, tristezza. Tutta la tristezza del tempo perduto”, conclude Bonaguidi. “Ma questa tristezza è preziosa se saputa ascoltare. Attraverso essa impariamo un po’ a morire mentre impariamo a vivere più vicino al ritmo della natura, che è lo stesso che scandisce la vita dell’uomo: libera la nostra mente e ci rende più vivi, in grado di dialogare con noi stessi e con gli altri in un modo nuovo, di stabilire nuove priorità, di riscoprire gli affetti e i rapporti più autentici”.

Buon autunno…🍁🍂🍄

L’importanza di aspettarsi l’inaspettato

Siamo sempre stati portati a credere che ogni evento futuro non possa essere nient’altro che il risultato delle azioni passate, e che nulla di assolutamente imprevedibile possa mai accadere. Anche quando qualcosa di davvero non previsto accade, tendiamo a darne subito una giustificazione, addossandone la motivazione al caso, o a qualche causa che non avevamo tenuto in considerazione.Questo comportamento è abbastanza normale, e deriva dal modo in cui il nostro cervello elabora le informazioni a sua disposizione.

Dobbiamo considerare infatti che il principale scopo del nostro cervello è quello di proteggerci da possibili pericoli, pertanto di fronte a qualsiasi situazione tendiamo in modo spontaneo a fare una previsione di quello che potrebbe succedere, in base alle informazioni che abbiamo memorizzato riguardo l’esito di situazioni simili a quella che stiamo per affrontare.

A questo poi dovete aggiungere che, per lo stesso motivo, la mente tende sempre a ipotizzare la situazione peggiore che potrebbe venirsi a creare, sempre allo scopo di proteggerci da potenziali pericoli.

Tutto ciò va benissimo in tutti i casi in cui dobbiamo fronteggiare qualche situazione davvero pericolosa, o nei casi in cui non valutare le conseguenze delle nostre azioni potrebbe davvero mettere in pericolo la nostra incolumità o quella dei nostri cari.

Il problema purtroppo è che abbiamo fatto diventare questo meccanismo una nostra abitudine mentale, che scatta automaticamente in tutte le situazioni, anche quando non c’è alcun pericolo da fronteggiare.

Vi sarà capitato sicuramente di affrontare un esame scolastico con la paura di venire bocciati, o di trovarvi in situazioni difficili – per esempio economiche o professionali – e pensare che nulla e nessuno al mondo potevano tirarvi fuori di lì, ecc.

Il mondo non è deterministico

Chi ci segue sa sicuramente che l’Universo non ha volontà propria, e che quindi gli unici artefici del nostro destino siamo soltanto noi.

Forse sapete anche che, pur prendendo in considerazione tutte, ma proprio tutte le variabili in gioco, a causa del principio di indeterminazione di Heisenberg non è assolutamente possibile determinare quale sarà l’evoluzione di un qualunque sistema fisico.

Non è fisicamente possibile, che ci crediate o no, determinare con esattezza il futuro, e questo è ampiamente dimostrato da diversi principi della fisica quantistica. Il mondo non è soggetto ad alcuna legge deterministica, ma l’unica regola che vige è che qualsiasi risultato è sempre possibile. Qualsiasi, indipendentemente dalla situazione attuale, e senza alcun legame con quello che potrebbe essere successo in passato in situazioni simili.

Creare aspettativa per l’inaspettato

Il mondo quindi non è un luogo che sottostà a rigide leggi meccaniche. Questo lo credono solo coloro che non conoscono le ultime scoperte nel campo della fisica quantistica, ma non bisogna nemmeno per questo cadere nell’errore opposto, credendo che il mondo sia un luogo caotico in cui può succedere di tutto senza alcun controllo da parte nostra.

La legge di causa-effetto esiste, pertanto non è possibile che accada qualcosa senza una causa scatenante. Ma la vera causa di tutto, la causa prima, è una e una sola: il nostro pensiero.

Cosa vuol dire questo? Vuol dire che, come dice il titolo di questo articolo, dobbiamo creare l’aspettativa. Bisogna insomma aspettarsi l’inaspettato.

Dobbiamo entrare nell’ottica che finchè non crediamo che tutto possa accadere, rendiamo il mondo un luogo in cui nulla di nuovo può succedere. I nostri pensieri, e quindi le nostre aspettative, sono leggi inviolabili per l’Universo, pertanto il creare l’aspettativa per l’inaspettato apre le porte al nuovo, e rende possibile qualsiasi cosa.

Ogni qual volta pensiamo che qualcosa sia impossibile, ricordiamoci sempre che la probabilità che qualcosa possa accadere la decidiamo noi, attraverso le nostre credenze. E’ importante quindi creare la giusta aspettativa, e spazzare dalla mente tutti i pensieri automatici che ci fanno credere che tutto possa andare solo come il buon senso suggerisce.

Immaginare un esito positivo è altrettanto semplice quanto immaginarne uno negativo. 

La quantità di energia necessaria è la stessa. A noi non sembra così perchè siamo da sempre abituati a pensare in modo pessimistico.

Rompiamo allora una volta per tutte gli schemi mentali, e affrontiamo tutte le situazioni con una positiva aspettativa per l’inaspettato.

Prova, vedrai accadere miracoli.

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10 frasi di Freud che ci insegnano a vedere il mondo da un’altra prospettiva

Freud, il padre della psicoanalisi, era un uomo coraggioso, pronto a ribaltare molte delle convenzioni del suo tempo. Lui era nato in una famiglia ebrea, ma ben presto perse le sue convinzioni religiose e mosse i suoi passi in un’altra direzione.

 

Quando cominciò a esercitare la professione medica, fu uno dei primi ad usare la cocaina a scopo terapeutico ed ebbe anche il coraggio di utilizzare l’ipnosi, che a quei tempi non era ancora una tecnica completamente accettata dalla comunità scientifica.

Tuttavia, ben presto cominciò a inoltrarsi per il proprio cammino, creò il metodo delle libere associazioni e gettò le basi della psicoanalisi approfondendo l’analisi dell’inconscio e lanciando ipotesi che solo oggi la Neuroscienza ha potuto dimostrare. Egli enfatizzò anche l’importanza della sessualità nel nostro comportamento, un argomento tabù per la società puritana nella quale viveva.

Alla fine le sue idee vennero accettate dalla comunità scientifica, ma ricevette anche dure critiche, anche da quelli che erano stati suoi discepoli. Dovette affrontarle con stoicismo, come il cancro alla mascella che lo ha portato in sala operatoria più volte e alla fine causò la sua morte.

Pertanto, molte delle frasi migliori di Freud non provengono esattamente dalle sue riflessioni sulla psicologia, ma dalle sue esperienze, dalla sua conoscenza della natura umana. Oggi vi invito a riflettere su alcune di queste.

Le frasi famose di Freud che ci insegnano a vedere il mondo da un’altra prospettiva

1. “Sono stato un uomo fortunato, niente nella vita mi è stato facile.”

Solo nelle avversità possiamo crescere. Sono i problemi a stimolarci facendoci mettere mano alle nostre risorse e trovare la grinta necessaria per fare un passo avanti e uscire dalla nostra zona di comfort. Comprendere le avversità come una sfida ci permette di metterci alla prova e sviluppare il nostro pieno potenziale. In realtà, se c’è qualcosa che caratterizza le persone resilienti è che assumono le difficoltà come delle opportunità per imparare e crescere.

2. “L’umanità ha sempre sacrificato un poco di felicità per un poco di sicurezza in più.”

Abbiamo un urgente bisogno di sicurezza, per dare un senso al nostro mondo. E siamo disposti a cercarla ovunque e ad ogni costo. In realtà, spesso cadiamo nell’errore di confondere la sicurezza con i beni materiali e il denaro, ma questi simboli offrono solo una sicurezza effimera e una sensazione di controllo illusoria. Tuttavia, sacrifichiamo il nostro tempo e talvolta anche le relazioni, allo scopo di ottenere più sicurezza, la quale non è garanzia di felicità, ma piuttosto il contrario.

3. “Le emozioni represse non muoiono mai. Vengono sepolte vive e in futuro usciranno nel peggiore dei modi.”

La società ci ha insegnato a sopprimere le emozioni, catalogandone alcune come inadeguate e altre come un segno di debolezza. Tuttavia, nascondere e reprimere le emozioni equivale a non accettarle e quindi queste rimangono nell’inconscio e causano dei danni. Quando finalmente tornano alla luce, possono causare un vero e proprio terremoto emotivo.

4. “Abbiamo la predisposizione a credere che le idee sgradevoli siano incerte, e cerchiamo istintivamente argomenti che lo confermano.”

Il nostro cervello odia le incongruenze, la dissonanza cognitiva è il suo principale nemico. Così, quando troviamo spiacevoli alcune idee o queste non corrispondono alle nostre convinzioni, cerchiamo di appartarle cercando degli argomenti che ci diano ragione. Ovviamente, questo modo di pensare nega il cambiamento e ci costringe a rinchiuderci all’interno di schemi di pensiero molto limitati.

5. “Noi siamo quello che siamo perché siamo stati ciò che siamo stati.”

Il nostro passato ci condiziona, molto più di quanto pensiamo. In realtà, se vogliamo capire come e perché siamo giunti ad un certo punto della nostra vita, dovremmo guardare indietro, analizzare le nostre esperienze e le decisioni passate. Tuttavia, una volta consapevoli di tale influenza, possiamo sbarazzarcene e fare in modo di perseguire la vita che desideriamo. Il nostro passato esiste, ma non siamo incatenati al destino.

6. “La tradizione è una scusa per le menti pigre che si rifiutano di adattarsi al cambiamento.”

Le tradizioni ci danno un illusorio senso di sicurezza, sono qualcosa di familiare che conferisce un ordine logico al nostro mondo. Pertanto è comprensibile che l’idea di abbandonarle ci terrorizzi, soprattutto se il futuro è incerto. Tuttavia, è solo abbracciando l’incertezza e mettendo in discussione le tradizioni che possiamo andare avanti. Se ci aggrappiamo al passato, ci anchilosiamo e moriamo un poco alla volta ogni giorno, perché il mondo è in continua evoluzione.

7. “La maggior parte delle persone non vuole la libertà, perché questa implica responsabilità; e la responsabilità ci spaventa.”

La libertà implica non solo il diritto di scegliere, ma anche la necessità di assumerci la responsabilità delle nostre azioni. Di conseguenza, molte persone preferiscono avere degli altri che scelgono per loro, in questo modo se ne possono lavare le mani, come Ponzio Pilato. Il problema è che lasciando che gli altri decidano per noi terminiamo per vivere la vita che vogliono gli altri e non quella che ci soddisfa e ci rende veramente felici.

8. “Le persone di solito usano falsi modelli a cui ispirarsi. Cercano e ammirano il potere, il successo e la ricchezza, ma sottovalutano i veri valori della vita.”

La società pubblicizza la sua immagine della felicità attraverso valori come la ricchezza, il successo, la carriera e il potere. Tuttavia, questi valori non portano realmente alla vera felicità e non offrono più che una soddisfazione immediata, che scompare rapidamente. Le persone, alla fine della loro vita, non vorrebbero mai aver accumulato più ricchezza o potere, ma rimpiangono di non essersi divertite di più e avere trascorso più tempo con coloro che amavano.

9. “Gli uomini vivono il presente con una certa ingenuità, senza riuscire mai a considerarne attentamente il contenuto.”

Il nostro più grande tesoro è il presente perché il passato esiste solo nella nostra mente e il futuro deve ancora venire. Tuttavia, ci è difficile vivere nel qui e ora, perché siamo troppo preoccupati per il futuro e continuiamo a mantenerci occupati rimproverandoci il passato. Questo atteggiamento ingenuo ci fa trascurare il nostro dono più grande: la capacità di godere appieno il presente.

10. “A volte un sigaro è solo un sigaro.”

Le nostre credenze, stereotipi e condizionamenti a volte ci impediscono di pensare con chiarezza. Quindi, terminiamo per dare un significato sbagliato alle parole e alle azioni delle persone che ci stanno vicino, e questo è il risultato delle nostre insicurezze e delle paure. Questo significato sbagliato può causare grossi problemi nei rapporti interpersonali e ci può anche turbare. Quindi, a volte non è necessario cercare un significato nascosto. In caso di dubbio, basta chiedere. La vita è spesso molto semplice, siamo noi che la complichiamo.

Manipolatore narcisista: diavolo nei panni di una persona amabile e gentile

Tutto sorridente, gentile quando è in pubblico, in privato può trasformarsi in un vero tiranno, e di fronte a un manipolatore narcisista esiste una sola scelta possibile: la fuga. Queste persone, infatti, possono rappresentare una reale minaccia, psicologica o addirittura fisica, per la loro preda.

Il manipolatore narcisista è una sorta di Dr Jekyll e Mister Hyde, ha mille facce e rende quindi molto difficile individuarlo al primo colpo.

Che cos’è la manipolazione narcisista?

Il narcisista manipolatore trae gratificazione dalla svalutazione degli altri. Non ama nessuno e ha un’immagine negativa di se stesso/a, che proietta su chi gli/le sta intorno, cercando di distruggere nelle altre persone ciò che lui/lei non è in grado di raggiungere: felicità, desiderio, piacere

Può trattarsi di chiunque: il partner, un membro della famiglia, un amico, un collega, un datore di lavoro… L’importante, però, è non dimenticare che il narcisista manipolatore può celarsi dietro le sembianze sia femminili sia maschili.

A partire dal momento in cui una certa relazione si è stabilita e il narcisista diventa cosciente di avere un potere sull’altro, può iniziare il suo processo di svalutazione della vittima. Approfitta dei nostri errori e delle nostre mancanze e passa all’azione non appena avverte la nostra fragilità come un ragno, tesse la sua tela e aspetta il momento opportuno.

Tutti uguali di fronte al narcisista?

Se una preda cade nella sua rete, è perché il narcisista manipolatore ha tante facce: sa mostrarsi simpatico, socievole, gradevole, possiede alcune qualità che utilizza al meglio per manipolare le proprie vittime. Certe persone sono ovviamente più vulnerabili di altre, ma siamo tutti potenzialmente a rischio: come si fa a non cedere di fronte alle minacce, alla denigrazione, alle critiche e alle umiliazioni, soprattutto se ripetute?

Anche le personalità cosiddette forti possono cadere nella loro trappola, soprattutto quando esiste una dipendenza affettiva: le vittime, in questo caso, perdono del tutto la razionalità riguardo alla loro relazione.

Come riconoscere un manipolatore?

Non è facile smascherare questi diavoli calati nei panni di persone amabili e gentili: il manipolatore indossa una maschera, e la famiglia e gli amici della vittima non sempre riescono a individuarlo. La vittima, dal canto suo, spesso non è cosciente della manipolazione che sta subendo.

In questa relazione, però, arriva un momento in cui la situazione precipita: quando il rapporto diventa incentrato sulla colpevolizzazione, la critica, la svalutazione, la menzogna e la gelosia, di certo sei entrato/a nel gioco di un manipolatore narcisista.

Al di là di questi tratti caratteriali o di questi comportamenti, è opportuno concentrarsi anche sui comportamenti che caratterizzano la vittima: è probabile che tu abbia a che fare con un manipolatore se in sua presenza sei sulle spine, se non ti senti più lo stesso/a quando lui/lei è nella stessa stanza, se fai di tutto per non contrariarlo/a… In tal caso è meglio che tu stia in guardia: di certo la manipolazione è già entrata nel vostro rapporto.

Come liberarsi di un narcisista manipolatore?

È inutile sperare di poter cambiare un manipolatore narcisista, poiché pensa di essere onnipotente: per lui/lei è inconcepibile mettersi in discussione, perché è nel giusto, ovviamente sono gli altri ad avere torto.

Se si cade nella trappola di un manipolatore è indispensabile fuggire, altrimenti si finirà per perdere se stessi e le proprie energie. Bisogna allontanarsi, a maggior ragione se si tratta di una coppia, perché con questo tipo di persona non sarà mai possibile stabilire una relazione sana. Per avere totalmente la vittima in suo potere, inoltre, il perverso cercherà di isolare la sua preda e di farle interrompere i rapporti con i suoi cari.connotati La difficoltà principale consiste ovviamente nell’identificare questa relazione patologica e avere la possibilità e il coraggio di allontanarsi. Una volta presa coscienza delle conseguenze nocive di questa relazione per se stessi, bisogna troncare, e non si deve cercare di capire il perverso narcisista, né trovargli delle giustificazioni.

Qualora capitasse in ambito professionale, la situazione è ovviamente carica anche di timori legati al proprio posto di lavoro.

Essendo molto complicato far emergere tali comportamenti, qualora ci si trovasse in una situazione tanto spiacevole, il suggerimento è di rivolgersi ad un professionista che aiuti a gestire la situazione oppure, inderogabilmente, attivarsi per trovare un nuovo lavoro…purtroppo!

Se ti trovi in questa situazione…contattati.

Potrai avere sia supporto psicologico con il nostro Psicologo, che aiutarti a ricollocarti.

Quello che gli altri pensano di te riflette ciò che sono loro, non chi sei tu

Ricordo che quando ero al Liceo, privato e di suore tedesche (🙀), ci dicevano spesso che quando si punta il dito verso qualcuno, altre 3 dita sono rivolte verso di noi!

I Sioux avevano un proverbio molto interessante: “prima di giudicare una persona cammina tre lune nelle sue scarpe”. Si riferivano al fatto che giudicare è molto facile, capire è un po’ più difficile, ed essere empatici è molto più complicato. 

Questo si ottiene solo se si sono vissute esperienze simili.

Tuttavia, spesso affermiamo che gli altri ci capiscono, comprendono le nostre decisioni e le condividono, o almeno ci appoggiano. Quando non lo fanno, ci sentiamo male, ci sentiamo incompresi e anche respinti.

Naturalmente, non è colpa nostra, tutti abbiamo bisogno che in alcune situazioni qualcuno convalidi le nostre emozioni e decisioni, è perfettamente comprensibile. Ma subordinare la nostra felicità all’accettazione degli altri o prendere decisioni basandoci sulla paura che gli altri non ci capiscano è un grosso errore.

Perché ciò che gli altri pensano di te, in realtà dice molto di più di loro che della tua persona, riflette chi sono loro, non chi sei tu.

Quando qualcuno critica una persona senza essere in grado di mettersi nei suoi panni, senza mostrare un briciolo di empatia e senza cercare di capire il suo punto di vista, in realtà sta semplicemente esponendo il suo modo di essere. Con le sue parole potrebbe gridare al mondo che pensa che sei una persona cattiva, ma con il suo atteggiamento sta rivelando solo che lui è una persona insicura, con una mentalità rigida e piena di stereotipi.

Si critica ciò che non si comprende o non si vuole accettare

La verità è che dietro ad una critica distruttiva quasi sempre si nasconde l’ignoranza o la negazione. In realtà, molte persone ti criticano perché non capiscono le tue decisioni, non si sono messe nei tuoi panni, non conoscono la tua storia e non capiscono cosa ti ha spinto a prendere una determinata strada. Molte persone criticano dall’ignoranza più profonda e, soprattutto, da una postura arrogante che fa loro pensare che possiedono la verità assoluta.

In altri casi le persone criticano perché vedono riflesse in te determinate caratteristiche o desideri propri che non vogliono riconoscere. A questo proposito, lo scrittore francese Jules Renard ha dichiarato: “la nostra critica consiste nel rimproverare agli altri di non avere le qualità che crediamo di avere noi”. Ad esempio, una donna che subisce abusi da parte del suo compagno può criticare aspramente il divorzio, ribadendo così la sua posizione: ripetere a se stessa che deve continuare a sopportare questa situazione. E il lato curioso è che quanto più dura è la critica tanto più forte è la negazione alla sua base.

In pratica, a volte la critica distruttiva non è altro che un meccanismo di difesa conosciuto come “proiezione”. In questo caso, la persona proietta sugli altri tali sentimenti, desideri o impulsi che sono troppo dolorosi o che non è in grado di accettare, in modo tale che li percepisce come qualcosa di estraneo e punibile.

Come sopravvivere alle critiche?

A nessuno piace essere criticato, soprattutto se le critiche si trasformano in veri e propri attacchi verbali. Purtroppo, non sempre possiamo evitare queste situazioni, dobbiamo imparare a convivere con esse senza che ci danneggino eccessivamente.

Come fare? Ecco alcune strategie poco comuni ma molto efficaci:

1. Mettiti al posto di quelli che ti criticano. L’empatia è un potente antidoto alla rabbia e all’ira. Non possiamo arrabbiarci con qualcuno quando comprendiamo come si sente. Così la prossima volta che critichi qualcuno cerca di metterti al suo posto, anche se quella persona non è in grado di mettersi nei tuoi panni. Così vedrai che probabilmente si tratta di una persona miope, che non ha vissuto le tue stesse esperienze di vita o che accumula molta amarezza e risentimento. Noterai così che non vale la pena preoccuparsi per le sue parole.

2. Accetta che il suo è solo un parere. Ciò che gli altri pensano di te è la loro realtà, non la tua. Quelle persone ti giudicano in base alle loro proprie esperienze, valori e criteri, non secondo i tuoi. Se si fossero messe nei tuoi panni e avessero percorso il tuo stesso cammino nella vita, probabilmente penserebbero in modo molto diverso. Pertanto, assumi che queste critiche sono in realtà solo opinioni, né più né meno. È possibile prenderle in considerazione, per vedere se puoi trarne vantaggio, o puoi semplicemente respingerle.

3. Restituisci la critica con grazia. Quando si tratta di una critica distruttiva, la cosa più conveniente è di solito fingere di non sentire, perché quella persona di solito non è aperta al dialogo, se lo fosse, invece di giudicare e di attaccare avrebbe mostrato un atteggiamento più rispettoso. Ma vi sono casi in cui è necessario porre un limite alla situazione. Dopo tutto, quando si tratta di mali estremi, si deve ricorrere a soluzioni estreme. In tali casi, rispondi senza alterarti e con frasi concise che non danno luogo a repliche. Ad esempio: “non accetto che esprimi un’opinione in merito a qualcosa che non conosci” oppure “credo che non mi hai capito, e che non lo vuoi fare, quindi non accetto che mi critichi”.

Non criticare senza prima pensare

“In generale, le persone giudicano più con gli occhi che con l’intelligenza, come tutti possono vedere, ma pochi capiscono quello che vedono”, diceva Niccolò Machiavelli alcuni secoli fa. Possiamo fare nostra la frase facendo in modo che quando critichiamo la critica contenga i semi del cambiamento e sia costruttiva. 

Criticare solo per il piacere di farlo significa semplicemente che la nostra lingua è scollegata dal cervello.

Buona Domenica

“Una persona cattiva non diventerà mai un professionista”

“Una persona cattiva non diventerà mai un professionista”, ha affermato il padre delle intelligenze multiple, Howard Gardner, in un’intervista concessa al giornale spagnolo “La Vanguardia”.
In questa intervista ha fatto alcune riflessioni molto interessanti e, con esse, ci ha dato la possibilità di maturare un’idea che riflette una verità demolitrice. Solo le brave persone possono diventare eccellenti professionisti. Quelle cattive, al contrario, non potranno mai esserlo, anche se possono acquisire grandi competenze tecniche.

Questo ci fa riflettere riguardo la possibilità di categorizzare le persone in buone o cattive. Questa distinzione potrebbe sembrare fittizia, poiché gli esseri umani non rispondono ad una dicotomia, bensì sono composti da un insieme di qualità.  

Queste qualità, ovviamente, possono essere positive o negative. Quando le mettiamo su una bilancia, il piatto potrebbe abbassarsi a favore di quelle negative; è proprio questo che intendiamo con il titolo del nostro articolo.

La bontà e l’equilibrio: la base della nostra professionalità 

Ci deve essere un equilibrio tra l’impegno, l’etica e l’eccellenza per poter diventare grandi professionisti. Diciamo che per “essere davvero bravi”, bisogna mettere l’anima, le emozioni, i sentimenti e l’impegno nel nostro lavoro. In questo senso, questo frammento di intervista ad Howard Gardner riflette la correttezza delle sue parole:
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Se devi aggrapparti a qualcosa, che siano sogni, non persone .

-Giornalista: Perché esistono eccellenti professionisti che sono pessime persone?  

-Howard: Non esistono. In realtà, le persone cattive non riusciranno mai ad essere veri professionisti. Possono avere buone competenze tecniche, ma non saranno mai eccellenti.
-G: A me vengono in mente alcune eccezioni…
-H: È possibile verificare che i migliori professionisti sono sempre eccellenti, etici e si impegnano molto in ciò che fanno.
-G: Non si può essere cattive persone e, allo stesso tempo, ottimi professionisti?
-H: No, perché non si raggiunge l’eccellenza se non si pensa di superare la soddisfazione del proprio ego, delle proprie ambizioni e della propria avarizia. Se non ci si impegna in obbiettivi che vanno oltre le proprie necessità, che guardano alle esigenze di tutti. E questo esige etica.

-G: Per diventare ricchi, a volte si sbaglia.
-H: Senza principi etici, si può diventare ricchi o tecnicamente preparati, ma non eccellenti.
-H: È una bella notizia!
-H: Oggigiorno non tanto, perché abbiamo scoperto che i giovani sono etici, ma non all’inizio della loro carriera, perché credono che, senza mettere da parte i loro principi, non avranno successo. Vedono l’etica come un lusso che solo chi ha raggiunto il successo può concedersi.


L’importanza di essere, soprattutto, umani

“Conosci tutte le teorie. Domina tutte le tecniche.Tuttavia per toccare un’altra anima umana, devi semplicemente essere un’altra anima umana”. Queste sono meravigliose parole dell’emblematico psicoanalista Carl Gustav Jung, parole che rivelano una grande realtà.

È importante essere brave persone prima di essere bravi professionisti, poiché questo ci permette di sviluppare le nostre qualità professionali. Non possiamo separarci dal nostro essere, ovvero non possiamo dissociare la nostra vita interiore da quella professionale.  
Parliamo di essenza, di quelle qualità che ci aiutano a non perdere noi stessi quando siamo insieme agli altri, a conoscerci e a non riconoscerci, a trasformarci attraverso le lezioni che impariamo, ad avere un cuore buono, a migliorare ogni giorno e a contemplarci come arcobaleni colorati.
Perché, se c’è qualcosa che dobbiamo avere ben presente, è che le persone a volte sono bianche, a volte nere e altre volte di tantissimi colori. Se la bilancia pesa più verso le qualità positive, riusciremo a raggiungere l’eccellenza nella nostra professione e in tutti gli ambiti della nostra vita.

Persone che motivano e persone che sfiniscono

Ci sono persone che sfiniscono, che divorano il nostro tempo, la nostra pazienza e la nostra energia. Sono presenze sibilline, esperte nel fare promesse che non manterranno, non hanno mai pace, anzi, sono sempre in guerra con il resto del mondo. Per questo motivo, dobbiamo essere saggi e selettivi nei nostri rapporti e dobbiamo attorniarci solo di persone che ci motivino.In un interessante studio sull’interazione sociale, realizzato dall’Univeristà di Rochester, New York, si ottenne un dato curioso: 1 persona su 10 presenta una personalità definita dagli esperti come “sabotatrice della felicità”. Le persone che sfiniscono sono le più comuni perché adottano, talvolta senza rendersene conto, comportamenti stressanti che condizionano direttamente le persone intorno a loro.

Ci sono persone che screditano il loro rapporto con noi senza nemmeno accorgersene. Ce ne allontaniamo perché ci sfiancano, perché ci sottraggono le energie e perché non dobbiamo permettere a nessuno di sabotare la nostra felicità. È bene circondarci di persone che ci motivino.

Molti di voi penseranno che il profilo appena descritto corrisponda a quello delle persone tossiche; ebbene non è una definizione adeguata. Non fate un uso così frequente di queste etichette che hanno ben poco di scientifico e sono anzi molto colloquiali, perché altrimenti vi dimenticherete di alcuni comportamenti e atteggiamenti in particolare.

Se una persona vi sfinisce è perché siete permeabili. 

Vi invitiamo a rifletterci su.

I meccanismi psicologici delle persone che sfiniscono

Le persone che sfiniscono sono presenti nella nostra famiglia, al lavoro, tra gli amici e persino nelle nostre relazioni affettive. Ci sfiancano quando siamo prigionieri dell’affetto e quando la persona amata diventa un volgare giocatore d’azzardo, che punta tutto sui nostri errori e poi si intasca la vincita. Sono i discorsi egoisti a stancarci, i pregiudizi, il campo minato dal vittimismo

5 consigli per amare se stessi 

Se sappiamo cosa dobbiamo fare, perché non lo facciamo? 

Ci sono giorni in cui tutto è in disordine: i capelli, il letto, il cuore 

Essere coraggiosi significa raccogliere i pezzi e ricostruirsi.

Nell’interessante libro intitolato “Intelligenza emotiva 2.0” di Jean Greaves, si spiega che le persone non sono completamente consapevoli dell’impatto dei legami di questo tipo sul loro equilibrio emotivo e sulla loro salute. 

Vi proponiamo, dunque, di scoprire alcuni di questi effetti.

L’impatto emotivo delle persone che sabotano la nostra calma

Le persone che sfiniscono tendono ad usarci come dei contenitori emotivi in cui gettare i loro pensieri, le loro paure e le loro ombre, fino a consumare gradualmente quell’architettura intima e potente che forma il nostro cervello.

Le persone che sfiniscono provocano in noi elevati livelli di stress. Quando quest’emozione negativa diventa cronica, i dendriti (i piccoli “tentacoli” con cui si uniscono le nostre cellule nervose) si rompono a causa della sovreccitazione dannosa e stressante. L’area in cui quest’alterazione è maggiore è l’ippocampo, ovvero dove si trovano la memoria e le emozioni.

La nostra stanchezza e permeabilità a questi atteggiamenti, ben lungi dall’appagarci e fornirci pace, ci mantiene sempre in allerta. Si tratta della chiara ed istintiva sensazione di volerci difendere da qualcosa o da qualcuno, di vivere sempre sulla difensiva e in uno stato di prigionia.

Siamo sicuri che, in situazioni del genere, vi sarete già sentiti dire “devi mettere un freno a questa storia, adesso”. In realtà, è tutto molto più complesso.

Dovete capire una cosa essenziale: nessuno ha il diritto di prosciugare tutte le vostre scorte di felicità, nessuno deve trascinarvi in mezzo alla tormenta quando abitate in un oceano calmo. Nessuno deve portarvi alla deriva dove si celano i vostri demoni interiori. Cercate persone che vi motivino, non persone che accendano la scintilla che provocherà in voi incendi interiori che finiranno per bruciarvi.

Mi piacciono le persone che motivano

Si dice che, quando si è molto giovani, gli amici o i primi amori non si scelgono, si prende quello che viene con passione e senza filtri, lasciandosi trasportare da una momentanea cecità, che sicuramente verrà curata con gli anni. Con il tempo diventiamo sempre più selettivi, più abili e meno permeabili a ciò che è inutile, a ciò che sfinisce, a ciò che intende portarci via la felicità che ci meritiamo legittimamente.

Permetterci di incontrare persone che ci motivino è una necessità vitale su cui dovremmo investire ogni giorno. Chi ci motiva apre le finestre della nostra anima e accende il faro della nostra mente, per permetterci di emergere dalle nostre notti di apatia, paura e solitudine.

Ad esempio, avere una madre, un padre o dei fratelli che ci motivino ci conferisce una forza eccezionale per crescere maturi e liberi. Avere amici che non sfiniscono, ma che si innalzano come figure che ci spingono ad essere migliori, è senza dubbio un privilegio a cui non dovremmo mai rinunciare.

D’altra parte, nessuna passione  può essere  più pieno e autentico di quello che si costruisce con le radici del rispetto e con le foglie lucide dell’ammirazione e dell’ispirazione mutua. 

Perché per ispirare qualcuno, non è necessario essere perfetti: in realtà, è sufficiente che gli altri vedano il modo in cui superate le vostre imperfezioni per dare il meglio di voi in ogni momento.

VINCITORI O VINCENTI??

Dicono che esistano due categorie di persone: i vincitori e i vinti. Ma non è così. Esistono i vincitori, ed esistono i vincenti. E la differenza fra loro è enorme.Perché il vincitore deve il suo successo ad un insieme confuso e imprecisato di fattori. Può vincere per fortuna, o per momentanea incompetenza dell’avversario; può vincere per furbizia, o perché le condizioni gli rendono quel momento particolarmente favorevole. Può vincere per distrazione, o per caso. Tuttavia, non potrà mai assaporare in pieno il suo successo, perché non saprà mai in che percentuale sarà veramente e solo merito suo. E questo lo renderà sempre un vincitore – sotto sotto – triste. E precario.

Il vincente invece, lo è dentro, lo è di default, lo è nel DNA, e sa che ogni vittoria è solo e soltanto sua, e non deve coincidere necessariamente con il risultato.

Il vincitore apprezza della vittoria i primi cinque secondi di applausi; poi è già proiettato alla prossima partita. Il vincitore non sa perdere, perché teme la sconfitta più di qualsiasi altra macchia. Il vincente assapora la vittoria fino al midollo, e non ha paura di perdere perché sa di potersi rialzare.

Il vincitore si guarda attorno con sospetto, perché teme costantemente di non aver saputo dimostrare a tutti il suo valore; il vincente si muove fra la gente sorridendo, perché tanto lo sa da solo, che vale.

Il vincitore esulta con rabbia e perde recriminando; il vincente esulta con rispetto e perde con dignità.

Il vincitore non saprà mai se chi ha accanto lo fa per stare con lui, o per vivere di luce riflessa; il vincente non sarà mai solo.

Il vincitore può perdere; il vincente è invincibile. Il vincitore cammina con il petto in fuori, ma solo quando porta una medaglia al collo; il vincente cammina a testa alta. Sempre.

Il vincitore ha negli occhi la luce accecante della sfida, il sapore argenteo della lama ghiacciata pronta a cogliere il lato debole dell’avversario, e a colpire proprio lì. Il vincente ha gli occhi di tigre, ed è con quello sguardo che guarda il mondo. Con gli occhi leali della tigre pronta a tutto. Con la luce dorata calda e avvolgente di chi vive di pura energia.

Ed ora veniamo a te, e alla domanda che devi farti se hai colto queste differenze. E non sto per chiederti a quale categoria tu ti senta di appartenere, o a quale profilo – se vincitore o vincente – tu ti senta di assomigliare di più. 

La domanda che dovrai farti domani mattina, quando ti guarderai allo specchio appena sveglia è questa: cosa voglio essere oggi? Un vincitore o un vincente? Se vedrai nei tuoi occhi lo sguardo di tigre, ti sarai già risposta.

E allora sarà una giornata buona.

LETTURE ESTIVE: the turning point – la resilienza di G.Braden

The Turning Point individua le criticità presenti nel mondo che stanno ridando nuova forma alla nostra vita, le chiavi per prosperare in mezzo alla trasformazione e le strategie per arrivarci.Esiste un’epoca in cui ogni crisi può tramutarsi in trasformazione; in cui l’atto di limitarsi a sopravvivere può diventare gioiosa floridezza. 

Nella nostra vita, quel momento è rappresentato dal punto di svolta. Nel mondo, quel momento è adesso!

Seguite Gregg Braden in questa sua nuova opera e scoprite in prima persona il potere dei “punti di svolta” della natura: in loro risiede il segreto per prosperare di fronte alla più grande trasformazione del pensiero e della vita della storia del mondo.

Risolviamo nostri problemi in base al modo in cui concepiamo noi stessi e il mondo.

Il picco energetico, il picco del debito, il collasso delle economie, le condizioni dovute al cambiamento climatico e la vita quotidiana ci stanno mostrando le aree in cui il vecchio modo di pensare è ormai diventato obsoleto.

Una serie di cambiamenti drammatici relativi ai settori dell’impiego, del denaro, della salute e perfino delle nostre abitazioni mostra con chiarezza che la vita per noi sta cambiando in modi inediti, a livelli ai quali non siamo preparati e con una rapidità mai vista in precedenza. È altrettanto chiaro che il vecchio modo di pensare del passato non basta più a soddisfare i nostri bisogni di oggi.

Un nuovo mondo, sano e sostenibile, sta emergendo, e la nostra capacità di accogliere ciò che offre comincia dalla nostra disponibilità a:

riconoscere onestamente la concretezza di ciò che stiamo fronteggiando;

accogliere le nuove scoperte che svelano il ruolo della cooperazione in natura e nelle comunità umane;

creare resilienza nella nostra vita, nelle nostre famiglie e comunità in base a principi comprovati e sostenibili.

Gregg Braden è uno scrittore americano. E’ considerato uno dei pionieri della commistione tra spiritualità e scienza. Ha raggiunto la notorietà poiché interprete autorevole del “Fenomeno 2012”, ovvero quella serie di credenze escatologiche che volevano la fine del mondo coincidere con il 21 dicembre 2012, l’ultima data presente nel calendario Maya. Formatosi accademicamente come geologo informatico, Gregg lavorò per la Phillips Petroleum durante la crisi energetica del 1970 e fu Sistemista Senior alle dipendenze della Martin Marietta. Nel 1991, divenne il primo Technical Operations Manager di Cisco Systems, dove guidò un team di supporto globale che s’impegnava a garantire e testare l’affidabilità della neonata Internet. In seguito, diventò collaboratore NASA. Da sempre appassionato di luoghi remoti, Gregg ha cercato in essi testi e informazioni che gli consentissero di carpire i segreti del tempo. Questo studio e queste ricerche gli hanno consentito di scrivere libri di grande successo, come L’Effetto Isaia, Il Codice del tempo, La Verità Nascosta – Deep Truth, La Matrix Divina, che mirano a esplorare un’importante premessa: la chiave per il nostro futuro è nella saggezza del nostro passato. I suoi libri sono stati pubblicati in 38 lingue e in 33 paesi diversi.

Le vacanze «vuote». Perché fruttino davvero serve coraggio (anche di disconnettersi)

Finalmente siamo seduti sotto l’ombrellone o su un terrazzo a guardare prati verdi e cieli azzurri, a leggere il giornale. Ambite come un premio, intraviste per mesi come un’oasi nel deserto, le vacanze sono il tempo e il luogo che per innumerevoli settimane coccoliamo nell’attesa che diventino reali e che ci regalino quell’ossigeno necessario dopo mesi di apnea, troppo presi dal lavoro, dagli impegni, dai ritmi del quotidiano. Ora è il tempo del riposo, del divertimento, delle relazioni sociali, delle letture piacevoli, dello sport, della libertà. È il tempo di tantissime cose che lasciamo in sospeso per undici mesi l’anno e che poi vorremmo godere nei pochi o tanti giorni (mai del tutto sufficienti) che ci dedichiamo in estate. Il rischio di delusione — perché potremmo non riuscire a soddisfare tutto quello che abbiamo atteso di godere — è molto alto. Si cambia il passo frenetico e veloce e si rallenta, a volte fino a fermarsi: per qualcuno è corroborante, per altri è fonte di ansia. C’è quindi anche la possibilità che questo cambio di ritmi e tutta questa disponibilità di tempo ci spiazzino, ci annoino o ci inquietino, facendoci desiderare di rientrare presto nella vita di tutti i giorni.

Con il cellulare acceso

Spesso, poi, ci portiamo il lavoro in vacanza, teniamo il cellulare acceso tutto il giorno, continuando a rispondere alle mail o alle telefonate di lavoro e la sera, anche a ore impensabili, accendiamo il computer portatile o il tablet. Insomma: non stacchiamo mai davvero. Siamo pervasi dall’ansia di presidiare tutto, di restare connessi sempre. Certi gesti sono diventati una sorta di tic, per riempire i vuoti, anche brevi; sono un’abitudine meccanica che fatichiamo a mandare in vacanza, anche solo per qualche giorno. Con le abitudini è così, lo sapeva bene già Aristotele. Bisogna allenarsi per fare in modo che ne subentrino altre, quelle malsane vanno destrutturate, abbandonate, sostituite e un buon modo per farlo è iniziare a farci caso — accorgersi dell’automatismo, magari chiedendo a qualcuno di farcelo notare — e interrogarle: cosa succede se rimando a domani o alla settimana prossima? Siamo così certi che sia tutto sempre urgente, da evadere in breve tempo, mai rimandabile o non delegabile? Forse bisogna ritrovare maggiormente sfondi e primi piani: non può essere tutto importante e ugualmente fondamentale, sempre, ogni giorno. Altrimenti il tempo non è mai davvero riposante e non è mai del tutto lavorativo, quindi non ci è utile in nessuno dei due ambiti: non lavoriamo bene e non riposiamo al meglio. Darsi qualche compartimento stagno che aiuti ad alternare tempo di riposo a tempo di lavoro, tempo creativo a tempo esecutivo è estremamente necessario e funzionale. Bisogna provare a darsi un ritmo per questa alternanza, imporselo, perché divenga la nostra nuova abitudine.

Lasciar «sgonfiare» parti di sé

Il vero senso della vacanza, se guardiamo alla sua etimologia, dovrebbe essere quello di un tempo vacuo, vuoto, sgombro, libero e senza occupazione. Un tempo in cui si lasciano vacanti ruoli, funzioni, cariche, cattive abitudini che ricopriamo o che ci vengono assegnate per tutto l’anno. La vacanza è il tempo del rallentamento e del riposo. Non dovrebbe essere un tempo da occupare, esattamente come facciamo con quello ordinario, cambiando ora solo il tipo di attività cui dedicarci.

È bene che sia il tempo in cui allentare le tensioni accumulate, anche nel corpo e che sia il periodo in cui lasciar sgonfiare le parti di sé rese ipertrofiche dal troppo uso per fare emergere altre parti di noi che chiedono di esprimersi e sono le parti legate alla creatività, alla lentezza, alla libertà. Sono dimensioni che raramente durante l’anno lasciamo respirare e che teniamo in gabbia e soffocate per troppo tempo, in attesa dell’ora d’aria che le vacanze rappresentano. L’aria di cui abbiamo bisogno per vivere. In greco pneuma significa proprio aria, respiro vitale e significa anche spirito. Non è un caso che molti ormai scelgano vacanze solitarie o meditative come quelle filosofiche, spirituali, dedicate alla mindfullness o ai cammini verso Santiago o lunga la via Francigena. Vacare serve a ristrutturare e ricomporre la propria persona nelle sue diverse dimensioni in una sorta di ritessitura di parti smembrate o slegate tra loro, è utile e soprattutto necessario per riconoscersi, per conoscere nuovamente se stessi — come l’oracolo di Delfi invita a fare — per essere maggiormente armonici, orientati, interi, ampi e quieti. E reggere al meglio le fatiche che ci aspettano al rientro.

Quello che resta

Finite le vacanze, quindi, dovremo fare in modo che quelle parti di noi che in vacanza emergono non tornino in esilio o in gabbia, ma dovremmo provare ad armonizzare i tempi ordinari con i tempi straordinari che in vacanza possono prendere più corpo ed avere più espressione. Dobbiamo permetterci di lasciare più spesso vacanti — appunto — ruoli, compiti, imbrigliamenti vari anche durante l’anno. Esercitarci quotidianamente a non sentirci sempre indispensabili o insostituibili e imparare ad appendere fuori dalla nostra ideale «stanza» — sia essa un luogo, un tempo, una pratica, una relazione — il cartello «chiuso per inventario», in cui ci si nutre di ciò che si ha e che altrimenti si perde nei magazzini impolverati del tempo che corre, in cui custodire sensibilità e capacità che servono per stare al meglio anche nei ruoli, nei compiti, nelle fatiche. 

Se la vacanza ristora, dovremo riuscire a restare più legati al Kairos, al tempo che salva, il tempo dell’opportunità e della giusta misura, dove stiamo bene e non solo dove altri ci collocano o in cui noi ci collochiamo per dovere verso altri o altro o per piacere loro. Armonizzare tempi naturali e tempi artificiali per restare sani e salvi e non intrappolati troppo a lungo solo nel tempo lineare del Kronos, dell’orologio che scandisce la giornata, crudele padre del tempo che divora i suoi figli. E anche noi..

8 libri che non potete perdervi… Da leggere anche in vacanza…

Quando scoprite un libro che vi tocca il cuore, è come se aveste scoperto il più prezioso dei tesori. 

A volte si scopre per caso, curiosando nella libreria di casa, altre volte ce lo consiglia un amico… 

Oggi, siamo noi a porgervi le nostre mani cariche di libri!

Ognuno ha i suoi gusti, certo, ma ci sono dei libri che non lasciano indifferenti quasi nessuno.

 Ecco un elenco che non vi deluderà!
1. Alla ricerca di un significato nella vita, di Viktor Frankl.

 Lo psichiatra Viktor Frankl ha sofferto sulla sua pelle l’orrore dei campi di concentramento nazisti. Riusciva a farsi forza pensando che i suoi cari, prigionieri in altri campi, lo stavano aspettando, in attesa che la guerra finisse. Purtroppo non fu così, perché tutti erano morti: ma Frankl riuscì a farsi forza e a ritrovare il senso della sua vita, che risiedeva nel raccontare la sua storia ed elaborare una teoria che potesse aiutare altre persone in situazione difficili. È un libro che tutti dovremmo leggere, una vera lezione di vita.

2. Siddharta, di Hermann Hesse. 

Hermann Hesse divenne un vero punto di riferimento tra i giovani della sua generazione e di quelle successive. Questo libro narra il percorso di Siddharta alla ricerca della saggezza; anche se non si tratta della vera vita di Buddha, senz’altro vi si ispira. Un libro sull’orgoglio e sull’individualità dell’essere umano di fronte al mondo e alla storia; un libro per ritrovare noi stessi e per avvicinarci alla spiritualità che tutti abbiamo dentro di noi.
3. L’alchimista, di Paulo Coelho.

 Un libro venduto in più di 150 paesi. Un protagonista che se ne va di casa in cerca di un tesoro, un viaggio pieno di avventure e disavventure ricche di significati. Alla fine, scopre che il tesoro era sempre rimasto a casa sua… Un romanzo che fa riflettere.

4. Il mondo di Sofia, di Jostein Gaarder.

 La filosofia e la psicologia sono senz’altro unite in un qualche modo. A tutti gli amanti della filosofia, Gaarder propone un viaggio lungo la sua storia attraverso una bambina, Sofia, a cui un filosofo cerca di insegnare che cos’è la vita. Un vero best seller che è diventato una lettura obbligatoria in molte scuole e che ci aiuta a crescere come persone.

5. Intelligenza emotiva, di Daniel Golemann. ( che adoro!)

Da quando Golemann pubblicò questo libro nel 1995, non si è mai smesso di parlare dell’intelligenza emotiva. Per capirci e capire meglio gli altri, per imparare con e attraverso le nostre emozioni, questo libro è fondamentale. Senz’altro vi farà riflettere e chiedervi se avete un’intelligenza emotiva sufficiente, o come potete raggiungerla per essere più felici e iniziare a vedere ciò che vi accade da un altro punto di vista.

6. Arrendersi mai. Come trovare la carica per affrontare positivamente la vita, di Luis Rojas Marcos. 

Luis Rojas Marcos è uno dei migliori psichiatri spagnoli, e anche uno tra gli autori più bravi nel comunicare in modo semplice tutto ciò che riguarda le nostre emozioni e pensieri. Forse sono proprio la sua umiltà, la sua semplicità e la sua calma a renderlo un oratore sempre degno del nostro ascolto. Per questo vi raccomandiamo di leggere questo libro, in cui ci mostra come l’ottimismo sia di grande aiuto in molti momenti della vita.

7. Mai più attacchi di panico e di ansia, di Linda Manassee Buell.

 Una donna che ci racconta la sua esperienza con l’ansia e il panico. Scritto con la supervisione della psicologa Brenda Wierderhold, questo libricino è un vero tesoro. Sarà d’aiuto a tutti coloro che soffrono di attacchi d’ansia, o che hanno dei cari che ne soffrono.

8. 50 racconti per meditare e da regalare, di Ramiro Calle. 

Ramiro Calle e uno scrittore e maestro di yoga, che ha scritto diversi libri sulla pratica della meditazione e i suoi benefici per la salute. Questo è uno dei suoi scritti, perfetto per chi vuole approfondire il tema della meditazione e immergersi nella saggezza orientale.

Buona Lettura!

VAMPIRI O DONATORI… DI ENERGIA?

Siete mai stati con qualcuno che sembra irradiare una luce che mette di buon umore tutte le persone intorno?
E nello stesso modo: avete mai passato del tempo con qualcuno così infelice, che sembra emanare vibrazioni così negative, al punto di risucchiare la felicità di chiunque fosse intorno a lui?Oltre ai vampiri energetici, esistono i donatori di energia positiva; ognuno di noi, anche se inconsapevolmente, emana un’energia, che può risultare positiva o negativa: il contatto con un’altra persona crea come due poli che si possono attrarre o allontanare.

Non è necessario avere dei poteri paranormali per percepire l’energia positiva o negativa emessa dalle altre persone, si tratta di una forma di energia molto reale.

E’ successo qualcosa che vi ha reso felici, ottimisti, produttivi e in salute? Probabilmente siete stati contagiati da un donatore di energia positiva.

La ricerca ha dimostrato che una buona carica di energia positiva aiuta non solo la guarigione psicologica, ma anche quella fisica. Le persone sono ispirate a fare buone scelte, quando vedono gli altri intorno fare lo stesso. 

Chi sono i donatori di energia positiva?

Sono persone che, nonostante tutto, restano sempre allegre, felici, propositivi. Non è che queste persone non sentano il dolore o la tristezza, non sono insensibili, né hanno vite idilliache, prive di problemi.

 “Semplicemente”, riescono a non farsi sopraffare dai sentimenti negativi e a godere delle cose positive della vita.

Ecco alcuni comportamenti caratteristici di questo tipo di persone; abitudini che possiamo replicare e far diventare anche nostre per vivere meglio, sicuramente più felici.

Apprezzano la vita

Sono persone che hanno imparato a sviluppare un senso di meraviglia nei confronti della vita, concentrandosi sulla bellezza di ogni singola cosa. Sono grati per il fatto di svegliarsi ogni mattina; prendono il massimo da ogni singolo giorno della loro vita, non danno mai nulla per scontato e imparano ad apprezzare la bellezza che sta intorno a loro, in tantissime cose, dalle più piccole alle più grandi, come i bimbi.

Ridono tantissimo

Ridono sempre, sanno che il sorriso ha su di loro innumerevoli benefici. Non prendono né se stessi né la vita troppo seriamente; approfittano di ogni occasione per farsi quattro risate. Perchè non ne approfittatene?

Vi può solo far bene.

Sono ottimisti

Cercano di vedere il lato positivo di ogni situazione. Anche nelle situazioni che sembrano negative, in realtà riescono a individuare almeno un lato positivo: può essere il fatto di imparare qualcosa da un errore, l’opportunità di migliorare dopo un esame non passato, e così via. 

Può essere difficile da trovare, ma secondo loro, il lato positivo esiste sempre. Perchè non fate uno sforzo per trovarlo anche voi e rimpiazzate sempre i pensieri negativi con altri positivi?

Sono gentili

Rispettano sempre le altre persone, indipendentemente da chi sono, cosa fanno, dove vivono ecc. Quando possono, aiutano gli altri, senza volere nulla in cambio. Sono generosi e gentili. Perchè non provate con la vostra gentilezza a cambiare la giornata di chi vi trovate davanti, rendendola migliore?

Non smettono di imparare

Sono sempre aggiornati sulle cose che riguardano sia il lavoro che le passioni degli altri. Perchè non provate cose nuove che stimolano la vostracuriosità o cose che avete sempre voluto fare?

Amano ciò che fanno

Hanno capito che la felicità non è fare ciò che si ama, ma amare ciò che si fa. Se la vostra vita è tutta dedita all’ottenere ricchezze e a essere ogni giorno più potenti, vi posso assicurare che non riuscirete mai a trovare la felicità.

Si godono la vita

Sanno prendersi del tempo per godere delle bellezze attorno a loro. Non fanno del lavoro il centro della loro vita, hanno capito che esiste molto altro. Hanno imparato a vivere nel presente e ad apprezzare quello che hanno intorno. Non restano intrappolati nel passato e neanche intrappolati con la mente sempre al futuro. Vivono giorno per giorno, momento per momento. Perchè non provate a passare più tempo con le persone che amate o magari a fareun’escursione in mezzo alla natura?

Scelgono gli amici sapientemente

Si circondano solo di persone positive, che hanno valori simili ai loro e condividono i loro obiettivi. Perchè non provate anche voi a fare una cernita con le vostre amicizie?

Perdonano

I donatori di energia sanno che serbare rancore fa male solo a se stessi, non ci fa ottenere nulla. Sanno anche perdonare se stessi quando fanno un errore, perchè hanno capito che imparando dall’errore compiuto è possibile evitare di ripeterlo. Perchè non iniziare da ora ad essere meno severi con voi stessi e verso gli altri?

Hanno un atteggiamento di gratitudine

Hanno imparato a essere grati per tutto ciò che hanno. Analizzano la loro vita, considerando quante cose hanno per cui essere grati: dalla casa al lavoro, dagli amici alla famiglia, e così via, passando anche dalle cose banali. Perchè non provate a focalizzarvi sulle cose belle anzicchè focalizzarvi su quelle negative?

Vivono relazioni sane

Vivono le relazioni all’insegna del rispetto reciproco, della fiducia, della felicità e del benessere della coppia. Come vivete il vostro rapporto?

Non giudicano gli altri

Non si concentranosulle vite degli altri, su cosa fanno o dicono. Non giudicano. Sanno bene che ognuno ha il diritto di vivere la vita come crede, inclusa la loro.

Non mollano mai

Se vogliono ottenere qualcosa, piccola o grande che sia, fanno di tutto per raggiungerla; non mollano mai. Creano un piano d’azione e agisciscono….e se falliscono, ritentano. Sanno che se cadono possono rialzarsi. Perchè non provate a porvi un piccolo obiettivo?
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Come capire se si è dotati di intelligenza emotiva

L’intelligenza emotiva non è una capacità che si acquisisce con una laurea; riuscire a individuare chi la possiede però non è cosa facile, perché è fatta di tanti piccoli elementi che si mischiano sapientemente tra loro.

Tutti possono allenare la propria intelligenza emotiva

Parliamo di quella saggezza basata sull’empatia e sull’assertività, due pilastri meravigliosi su cui fondare la conoscenza di se stessi e gestire le emozioni in maniera equilibrata.
Riconoscere i propri sentimenti ci consente di gestire lo stress e comunicare efficacemente con le persone: due abilità che migliorano sia la nostra vita personale sia quella professionale. Contrariamente al quoziente intellettivo, che rimane costante nel corso dell’intera esistenza, l’intelligenza emotiva può essere sviluppata e perfezionata nel tempo.

I sei pilastri dell’intelligenza emotiva

Daniel Goleman indica sei caratteristiche che contraddistinguono coloro che fanno uso dell’intelligenza emotiva:

  1. Abilità nella consapevolezza di sé: questo permette di produrre risultati riconoscendo le proprie emozioni e pensieri.
  2. Abilità nel dominare se stessi: è la capacità di utilizzare i propri sentimenti per un fine.
  3. Abilità motivazionale: l’abilità di scoprire i motivi profondi che spingono all’azione.
  4. Abilità empatica: capacità di intuire i sentimenti, le aspirazioni e le emozioni altrui per entrare in contatto.
  5. Abilità di socializzazione: la capacità di stare con gli altri e di percepire i movimenti che avvengono tra le persone.
  6. Abilità decisionale

Ti consiglio la lettura dell’articolo “Intelligenza emotiva: perchè è così importante e come svilupparla

Le emozioni influenzano il nostro modo di sentire, pensare ed agire

A seconda del nostro stato d’animo percepiamo in maniera differente le informazioni della realtà che ci circonda e tendiamo a cogliere aspetti diversi dell’ambiente intorno a noi. Inoltre, ciascuno di noi tende a ricordare e richiamare alla memoria le informazioni che sono coerenti con i sentimenti che stiamo provando in quel preciso istante, ad esempio: ho paura e riporto alla mente episodi in cui ho provato paura oppure sono felice e riporto alla mente episodi e ricordi di felicità. Ma come è possibile questo?

La risposta è semplice quanto destrutturante, infatti, i processi che utilizziamo per “pensare” e per “sentire” sono totalmente interdipendenti, in poche parole: il pensiero analitico e i sentimenti sono prodotti dalle stesse cellule e dalle stesse reazioni chimiche.

La metafora dell’iceberg

Ognuno di noi è una persona con le sue complessità e individualità, ciascuno possiede una sua personalità, ha un suo diverso modo di vivere, di relazionarsi con le altre persone e di comportarsi in un modo che gli altri spesso trovano difficile da comprendere. Ma le persone agiscono sempre per delle ragioni e degli scopi e le emozioni sono un’importante fonte d’informazione per capire il perché di molti comportamenti e decisioni.

Prova a pensare ad un iceberg. L’iceberg è una struttura di ghiaccio imponente che mostra sopra la superficie dell’acqua circa il 15% della sua massa, mentre il restante 85% rimane sommerso. Quello che noi vediamo dell’iceberg può essere paragonato a ciò che di noi stessi mostriamo agli altri e di cui siamo consapevoli.

Invece, la restante parte che rimane nascosta sotto l’acqua, è paragonabile ai comportamenti, alle sensazioni, emozioni, abitudini, valori e giudizi che teniamo dentro di noi. Comprendere ciò che non si vede in superficie e sfruttare questa consapevolezza è quanto ci permette di produrre valore in ambito lavorativo e famigliare.

L’intelligenza emotiva ci permette di esplorare e comprendere gran parte di quello che nascondiamo sotto la superficie a noi stessi e agli altri.

Se riusciamo a comprendere questi nostri stati emotivi diveniamo più capaci di usare strategicamente le nostre emozioni per poter effettuare le scelte migliori.

Sapevate che molte aziende usano dei test di intelligenza emotiva come criterio di assunzione del nuovo personale?

intelligenza-emotiva

E’ stato recentemente dimostrato che chi ha sviluppato questa particolare intelligenza produce in proporzione molto di più di c

hi non ce l’ha. E’ una facoltà bellissima, che tocca tutti gli ambiti della tua esistenza. Un’abilità che riesce a metterti in contatto col mondo, che ti perfeziona, che ti migliora e ti circonda di gente che coltiva e nutre la tua autostima.

Come possiamo capire di essere dotati di intelligenza emotiva?

Spesso le persone emotivamente intell

igenti sono quelle che, all’interno di un gruppo di amici, sono più richieste per ricevere dei consigli o del conforto. Se hai un amico che ti sembra cogliere come ti senti prima ancora di raccontarglielo, allora probabilmente questa persona ha una buona intelligenza emotiva. Ecco gli indicatori di una buona intelligenza emotiva.

  • Riescono a liberarsi dalle paure e dalle fobie con una certa facilità
  • Sono in grado di superare in poco tempo nervosismo o tristezza
  • Hanno scoperto un nuovo modo di percepire se stessi
  • Riescono a non essere condizionati dal giudizio altrui
  • Non si sentono inadeguati, non provano una ingiustificata vergogna
  • Sono sereni di fronte alle circostanze che li mettono in difficoltà
  • Superano le emozioni dolorose senza nuocere se stessi e gli atri
  • Si concentrano sul loro potenziale
  • Scoprono i loro talenti nascosti
  • Creano uno stato d’animo vincente ogni volta che scelgono di farlo
  • Imparano dagli errori
  • Se hanno commesso un torto, cercano di porvi rimedio senza farsi coinvolgere dai sensi di colpa
  • Imparano come trasformare i loro insuccessi in successi
  • Hanno fiducia in se stessi
  • Sanno infondere fiducia in chi li ascolta
  • Sanno come comunicare efficacemente con se stessi e gli altri
  • Ottengono il massimo risultato da se stessi

Quali vantaggi p

portare sviluppare l’intelligenza emotiva?

Conoscere le proprie emozioni e saper distinguere le emozioni superiori dalle emozioni inferiori è fondamentale per imparare a gestirle, così come è importante saper dare un nome a ciò che proviamo interiormente e  confrontarsi con persone che sono impegnate nel processo di conoscenza del proprio mondo interiore sono le componenti essenziali della nostra intelligenza emotiva.

  • Posso non essere schiavo di sentimenti come paura, rabbia e tristezza
  • Posso evitare che qualcuno trattandomi male rovini la mia giornata
  • Posso comprendere ed evitare le reazioni emotive eccessive di cui dopo mi pento
  • Posso comprendere meglio quanto valgo ed evitare di screditare il mio lavoro
  • Posso decidere in autonomia e nei tempi giusti, senza ritardare ogni mia importante azione
  • Posso accettare i miei limiti e riconoscere le mie debolezze
  • So dosare il verbo “dovere” senza esserne schiavo
  • So dare peso alle parole e riconoscere chi è realmente intollerante e cosa è insopportabile
  • So riconoscere il reale peso delle cose, senza precipitare in situazioni di catastrofiche infondate
  • So evitare rapporti conflittuali con amici, familiari e colleghi

RICORDATE…

L’intelligenza emotiva è la chiave per aprire molte di quelle porte che abbiamo chiuso nel corso della nostra vita. Capire come la mente si collega alle emozioni ci permette, senza dubbio, di destreggiarci meglio nella vita quotidiana.

RespiraLavoro può aiutarti ad affrontare un colloquio di lavoro…usando la tua intelligenza emotiva….

IMPARARE OGNI GIORNO…DALLE ESPERIENZE.

Immagino che ognuno di voi possa raccontare aneddoti ed episodi di eventi, azioni, reazioni da cui avete imparato qualcosa, tanto da non dimenticarla più!

Vi parlo della mia esperienza di oggi…

Per l’ennesima volta ho capito che devo sempre, e dico SEMPRE, seguire il mio istinto!

Cosa è successo?

Semplice…vengo contattata per una attività, e l’istinto mi dice…no, lascia perdere, questa persona non mi convince. Ma poi la ragione ha il sopravvento, bla bla bla… metto in un angolino silente, ma non silenzioso il mio istinto, e seguo quella attività.

Tanto impegno, salti mortali tra una cosa e l’altra, sacrifici….ma sicuramente mi capite….e oggi cosa scopro??

Che quel cavolo di istinto ha sempre ragione…mannaggia a lui!

E voi? Avete episodi da raccontare? IO ho imparato che devo sempre seguire il mio istinto….e voi?? Cosa avete imparato?

Raccontateci!

Buona serata a tutti!!download (5)

RESILIENZA E PERSONE RESILIENTI.

Le persone resilienti sono dotate di un meraviglioso cervello emotivo. Nei loro comportamenti e nelle loro abitudini cercano di evitare di farsi schiacciare dalle avversità. Sanno che le difficoltà sono un’occasione di crescita e che non sempre ciò che in questo momento appare negativo lo sarà ancora in futuro.

Come possiamo fare per allenarci alla resilienza? Possiamo rafforzarci interiormente ed imparare a definire noi stessi come capaci e competenti. Fortificare la nostra psiche è utile per affrontare al meglio le avversità.

Chi è dotato di resilienza non si fa cogliere impreparato emotivamente di fronte alle emergenze e sa accettare con flessibilità e senza rigidità le sfide della vita. Le persone resilienti sono simili al bambù durante un uragano: si piegano ma non si spezzano. E anche quando si sentono a pezzi sanno come fare per sistemare la situazione dato che la lotta fa parte della loro essenza.

Ecco le caratteristiche principali delle persone resilienti.

1) Conoscono i propri confini

Le persone resilienti sanno che esistono dei confini di separazione tra loro stesse e le cause della propria sofferenza temporanea. Sanno che gli eventi traumatici possono essere parte della loro storia senza sconvolgere tutta la loro identità.

2) Si circondano di buoni amici

Le persone resilienti tendono a circondarsi di buoni amici, resilienti a loro volta. Si tratta di persone che sanno supportare gli altri senza invadere i loro spazi, che sanno incoraggiarli e che non tentano di risolvere i problemi altrui senza prima chiedere il permesso di farlo.

3) Coltivano l’autostima

Chi coltiva la propria autostima conosce bene il proprio valore, non ha bisogno di vantarsi e non giudica gli altri. Non fa paragoni tra se stesso e le altre persone perché sa che ognuno vive la propria vita in modo diverso e unico. Le persone che credono in se stesse sanno ascoltare gli altri fino in fondo e sono molto empatiche.

4) Sanno accettare tutte le situazioni

Una persona resiliente sa accettare le situazioni in cui si trova anche quando sono molto stressanti. Sanno che la guarigione può richiedere tempo ma anche che lo stress e il dolore fanno parte della vita, che prima o poi passeranno e che anche da essi è possibile trarre degli insegnamenti.

cervello emotivo persone resilienti

5) Sanno ascoltarsi

Per le persone resilienti è più facile imparare ad ascoltarsi e rimanere in silenzio. Conoscono l’importanza della meditazione e della concentrazione. Sanno vivere il più possibile nel momento presente senza rimanere troppo attaccate al passato e senza preoccuparsi in modo eccessivo per il futuro.

6) Sanno di non avere tutte le risposte

E’ impossibile avere sempre tutte le risposte a ciò che accade nella vita e ai nostri perché. Le persone resilienti lo sanno bene e sanno anche che le risposte possono arrivare in modo naturale e spontaneo soprattutto quando non ci forziamo ad individuarle. Quando serve sanno lasciare fluire i pensieri e sanno abbandonarsi a ciò che la quotidianità offre loro nella vita fisica, emotiva e spirituale.

7) Si prendono cura di se stesse

Alcune persone sembrano aver perso la capacità di prendersi cura di se stessee tendono a lasciarsi andare e a trascurarsi. Le persone resilienti invece, grazie al loro cervello emotivo, sanno che non ci si può dedicare ad aiutare gli altri se prima non si sta bene con se stessi. Ecco allora l’importanza di prendersi cura ogni giorno del proprio corpo e della propria mente.

persone resilienti cervello emotivo

8) Sanno chiedere aiuto

Tutti abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri in alcuni momenti della vita ma non sempre abbiamo il coraggio di chiederlo. Ecco allora che una persona resiliente sa a chi rivolgersi quando le serve aiuto e nello stesso tempo sa come e quando dare una mano agli altri in modo che migliorino la loro vita.

9) Sono pronte al cambiamento

Chi è resiliente è di per sé pronto ad affrontare i cambiamenti nella consapevolezza che nella vita quotidiana le certezze sono davvero poche. Di fronte ai cambiamenti le persone resilienti sanno come comportarsi per ricominciare tutto da capo. Hanno fiducia nel futuro e sanno che il domani potrà essere migliore.

10) Sanno gestire lo stress

Una persona resiliente nel corso del tempo ha ormai trovato la tecnica che preferisce per gestire lo stress e le situazioni difficili. C’è chi sceglie la meditazione, altri preferiscono scrivere, altri ancora praticano sport, ascoltano la propria musica preferita, ballano o fanno yoga.

Me stesso: Migliore alleato o peggior nemico?

« Il vostro tempo è limitato, quindi non sprecatelo vivendo la vita di qualcun altro. Siate affamati, siate folli, perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero ».

Steve Jobs.

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Ogni fine giornata, guardandoci allo specchio, ci chiediamo cosa abbiamo concluso nella giornata appena trascorsa, abbiamo svolto tutto al meglio? Abbiamo detto tutto quello che dovevamo dire?

Qualunque sia la risposta, l’unica cosa che ci resta da fare è quella di prendere nota e apportare, nella giornata seguente, le migliorie che riteniamo opportune.

Ovviamente tutto ciò vale per ogni ambito, lavorativo, affettivo e via dicendo.

In questo caso prendiamo in considerazione l’aspetto lavorativo. Quando ci troviamo in un ambiente lavorativo che ci provoca insoddisfazione e sofferenza, rischiamo di creare problemi anche nelle sfere esterne all’ambiente in questione, influenzando non solo noi stessi, ma anche coloro che ci sono accanto. In questo momento ci troviamo di fronte ad un bivio che determinerà se siamo o meno i migliori alleati di noi stessi. A questo punto, si focalizza l’attenzione su tutto ciò che è positivo, partendo dal modo di esprimersi, evitando l’uso di espressioni al negativo o passive, ma focalizzandosi su inviti all’azione e su comportamenti positivi, facendo emerge quell’aspetto combattivo insito in ognuno di noi, che però, per le cause su accennate, si sta pian piano affievolendo. Proprio in momenti come questi bisogna prendere per mano la propria vita (che sia limitata all’aspetto lavorativo o meno) e fare un bilancio di se stessi, capendo cosa ci ha spinti fino a quel punto e come abbiamo potuto permettere che tutto ciò avvenisse senza accorgercene prima. Un processo, affrontato in tal senso, non potrà che fortificarci e renderci persone migliori.

Mantieni i tuoi pensieri positivi,
perché i tuoi pensieri diventano parole.
Mantieni le tue parole positive,
perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti.
Mantieni i tuoi comportamenti positivi,
perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini.
Mantieni le tue abitudini positive,
perché le tue abitudini diventano i tuoi valori.
Mantieni i tuoi valori positivi,
perché i tuoi valori diventano il tuo destino”.
(Mahatma Gandhi).

A cura di Alfonso Sacchettini.

Empatia: parliamone!

L’empatia si attua con parole specifiche, positive e incoraggianti.

Immaginiamo di essere in uno stato d’animo alterato, ad esempio adirati, depressi, oppure malinconici: l’ultima cosa che vorremmo sentirci dire da qualcuno quando siamo in questo stato è “non dovresti sentirti così”, o anche “perché ti senti così?”.

Queste parole non farebbero altro che approfondire lo stato negativo sul quale lo stato d’animo poggia, creando frasi non empatiche, per niente incoraggianti e positive.

Chi co^D93EE925A7E055DC13DEFC4E4E22519E5689B52640466DA44C^pimgpsh_thumbnail_win_distrnosce la tecnica dell’ascolto empatico non si esprime con frasi del genere; inoltre, altra cosa che eviterebbe è il NON dare soluzioni per l’interlocutore, semmai lo aiuta a trovarle da solo.

Ci si sente più motivati ad agire se si decide in prima persona.

L’ascolto attivo crea in chi lo attua un comportamento che incoraggia, esorta l’altro a parlare, facendolo sentire veramente ascoltato, ma oltre ad evocare sensazioni positive deve anche esser rafforzato al livello del linguaggio non verbale, con dei silenzi, domande fatte per capire meglio, postura e riepilogo delle cose più importanti.

La persona che attua un ascolto empatico è bene che chieda spesso spiegazioni o informazioni: così facendo crea situazioni positive e mostra atteggiamenti neutrali, soprattutto non valutativi (Bisio, 2004).

È utile anche spostarsi con il corpo verso il parlante e stabilire un contatto visivo usando vocaboli espressivi del tipo: “Capisco”, “Continua”… che indicano attenzione da parte nostra.

Un esempio in proposito ci può esser fornito dai bravi venditori, i quali sono ottimi comunicatori e sanno bene che dimostrare attenzione quando parla il cliente è fondamentale: di certo non li vedrete mai in questi momenti guardare l’orologio, guardare in giro, giocherellare con oggetti, ecc.
Se nell’ascolto non andremo a realizzare queste funzioni principali, che ripeto sono importantissime, è più facile che andremo a realizzare il contrario di quanto ci proponiamo, a scapito della nostra comunicazione.

Quali sono queste funzioni principali?
1.affermazione
2.comprensione
3.sostegno
4.aiuto

Ad esempio, se non sosterremo l’affermazione daremo corpo al disinteresse; ancora, il contrario della comprensione è il pregiudizio; il contrario di sostenere è l’esclusione ed invece di svolgere una funzione di aiuto, faciliteremo la chiusura dell’altro.

Metodi semplici ed efficaci per indicare che stiamo ascoltando sono:
•mantenere il contatto visivo: bisogna ascoltare guardando l’interlocutore;
•permettere all’altro di dire la sua: le persone interpretano le interruzioni come mancanza di rispetto per le loro idee e quindi per le loro risorse;
•convenire, cioè annuire o sorridere, dimostrando così di essere in sintonia;
•prestare piena attenzione: quindi lasciar perdere matite, chiavi, con cui gingillarsi;
•rilassarsi, cioè adottare posizioni rilassate.

Molte persone non considerano importante il semplice annuire, anzi credono che nella persuasione non sia importante mostrare tale atto.

Recenti studi, invece, hanno fatto emergere che quando l’ascoltatore annuisce facendo tre cenni di fila a intervalli regolari, l’altro parla tre o quattro volte più a lungo del solito. Una ricerca di questo tipo se ricordi bene, l’ho riportata anche in una delle mie newsletter di questo mese.

La velocità con la quale esprimiamo il nostro modo di annuire, può fornire utili indicazioni

Vediamo qualche esempio:
1.se annuiamo lentamente mostriamo interesse per il discorso
2.se annuiamo con rapidità desideriamo che il discorso finisca, per prendere la parola o per andarcene il prima possibile.

L’annuire ci porta inconsciamente ad un atteggiamento mentale positivo e sappiamo che il linguaggio del corpo rispecchia la nostra sfera emozionale.

Possiamo stabilire quella che in PNL viene chiamata un’ancora cioè, ogni volta che annuiamo, andremo ad attingere a tutti quei sentimenti positivi che tale gesto suscita.
Nutriamo sentimenti positivi quando in genere parliamo annuendo col capo, e ripetendo questo gesto volontariamente, torneremo ad attingere alle sensazioni che quel gesto ci offre: non si tratta d’altro che usare a nostro vantaggio gli ancoraggi positivi che derivano da quel gesto.

Anche in questo caso vale la regola di “causa ed effetto”, infatti annuire è contagioso, se qualcuno ci fa un cenno col capo, di solito rispondiamo allo stesso modo, a volte senza neanche concordare con quanto sta dicendo.

Annuire durate l’ascolto favorisce la collaborazione ed è un buon sistema per instaurare un accordo e un buon clima paritario.

Attuare un ascolto attivo quando comunichiamo è un passaggio fondamentale per creare un ambiente positivo, in cui l’interlocutore si possa sentir libero di parlare a cuore aperto e noi di ascoltare.

L’ascolto è una qualità che chiunque può sviluppare ed applicare in ogni ambito privato o professionale della sua vita; certo bisogna attraversare momenti difficili che comprendono il “mordersi la lingua”, l’astenersi dal giudicare e criticare.

Sono cose più facili a dirsi che a farsi, ma ci si può arrivare comunque, basta fare pratica, pratica, pratica!

Vi assicuro che le soddisfazioni non tarderanno ad arrivare e le persone giunte al momento di congedarsi da noi lo faranno con la frase: “È bello parlare con te, mi dai sempre dei buoni consigli”, anche se in realtà di consigli non ne abbiamo mai dati.

Mi viene sempre in mente in questi casi un detto popolare che dice:

“gli amici sono quelle rare persone che ti chiedono come stai, e poi ascoltano persino la risposta”.

Tutta la bibliografia riportata in questo articolo la puoi trovare nel mio libro “Comunicare bene, la comunicazione come forma mentis“, dal quale è stato tratto questo post.

Questo libro tratta la comunicazione verbale e non verbale, il linguaggio del corpo e l’ascolto empatico all’interno di una corretta comunicazione.

Partendo dall’approccio iniziale, seguendo passo per passo le dinamiche di un rapporto di comunicazione – che si tratti di rapporti di lavoro o relazioni informali – vengono presentate le principali strategie, proprie della PNL, della Gestalt e dell’Analisi Transazionale, per comunicare nel modo più efficace ed evitare gli errori più comuni, che spesso rendono difficile entrare in sintonia con i nostri interlocutori.

 

A cura della Dott.ssa Chiara Biondaro

“Liberi pensieri sulla figura dell’Orientatore”

Troveremo una strada, se non la troveremo la costruiremo. (Annibale)

Domani sarò ciò che oggi ho scelto di essere. (James Joyce)

La nostra vita è fatta di scelte che provocano cambiamenti e cambiamenti che ci costringono a fare scelte. Per fortuna!

Nei momenti più banali come in quelli più importanti, ci ritroviamo a compiere delle scelte e siamo i protagonisti dei cambiamenti che ne derivano. A volte non comprendiamo appieno la portata delle nostre decisioni; inoltre, non abbiamo conoscenze e strumenti necessari a universitario.

D’altro canto, quando ci si trova a progettare la propria vita all’interno del mondo del lavoro, è facile scontrarsi con la difficile situazione odierna che spinge sempre più ad abbandonare l’idea del “posto fisso” in favore di una carriera flessibile. Risulta ormai necessario, infatti, tener presente la possibilità di cambiare occupazione anche nel giro di pochi mesi, oppure di svolgere più occupazioni contemporaneamente.

In un tale contesto – compresso se non caotico – ha assunto sempre più rilevanza l’attività di orientamento e la figura dell’Orientatore.

Ma di cosa si occupa e chi è veramente l’Orientatore?

In generale, l’Orientatore si occupa di futuro.compiere un’adeguata analisi delle alternative inquadrandole in un’ottica di medio-lungo termine.

Molte di queste scelte riguardano il nostro futuro: la scuola da frequentare, la carriera da intraprendere e il luogo in cui vivere ne sono degli esempi.

Al giorno d’oggi, però, quando, ad esempio, si sceglie la scuola da frequentare ci si trova nella difficile situazione in cui non ci si conosce abbastanza, non ci si è chiesti quali siano i propri bisogni e le proprie aspettative, non si conosce abbastanza il mondo scolastico o

Chi si occupa di futuro è costretto ad immaginare, a creare, a pensare in divenire, ad accettare il rischio dell’errore nel formulare ipotesi ed anticipazioni. È chiamato ad accettare l’incertezza e il disagio. L’accettazione del rischio comporta l’uso del condizionale (potrebbe, sarebbe…).

Chi si occupa di futuro, agendo su incertezza e disagio, camminando lungo un percorso costellato di condizionali, è chiamato a ragionare in modo probabilistico.

A chi si occupa di futuro piace inventare soluzioni a problemi che ancora non esistono, immaginare a prospettare visioni e scenari anche improbabili o utopistici con lo scopo di indurre gli altri ad aprire la mente ed esplorare la moltitudine di possibilità che si hanno di fronte, guardare le cose da più punti di vista per individuare quello più conveniente.

Chi si occupa di futuro non può essere pessimista; al contrario, è un ottimista cronico che vede sempre il lato positivo delle cose ed è capace di trasmettere questa positività anche agli altri. Solo csempre al miglioramento.

L’Orientatore è quel professionista che possiede tutte queste competenze e riesce a trasmetterle agli altri. Le basi della sua azione affondano le radici nelle conoscenze teoriche e metodologiche legate alla Psicologia dell’orientamento e del lavoro, nella capacità di ascolto e analisi dei bisogni, nell’uso di strumenti adeguati all’attività orientativa e nella conoscenza del funzionamento del mondo scolastico, universitario e lavorativo.

Per affrontare il futuro tutti abbiamo bisogno di una certa dose di ottimismo, di fiducia in noi stessi, di resilienza – per rialzarci dopo aver subito un trauma –, di autoefficacia – per non dimenticare che possiamo farcela –, di conoscere le opportunità che ci sono e spesso non siamo in grado di individuare da soli…E di non dimenticare che «il vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare!!! » (N. Mandela).

 a cura del Dott. Andrea Zammitti.hi è ottimista è capace di trarre il massimo vantaggio dalle vittorie così come dalle sconfitte, di trasformare problemi in opportunità piuttosto che opportunità in problemi come farebbe un pessimista.

Chi si occupa di futuro sa bene che il cambiamento, le scelte, le vittorie ma anche le sconfitte, fanno parte della vita. E sa bene che dalle sconfitte c’è solo da imparare.

Chi si occupa di futuro è capace anche di raccogliere tutte le proprie energie e capacità per puntare

 

L’importante è provarci sempre!

Prendo spunto da quelle parole che vengono pronunciate quasi ogni giorno da migliaia di persone (in questo periodo storico più che mai) che, di fronte all’ennesimo silenzio dell’Azienda che non ha risposto al curriculum inviato, iniziano ad entrare nel circolo vizioso dello sconforto e della “depressione” e a quel punto iniziano a diventare quasi oppressivi pensieri del tipo:

  • non ce la faccio più, mi trovo di fronte all’ennesimo “fallimento” in questa ricerca di lavoro;
  • è un totale sfacelo e non c’è più verso di risalire la china;
  • è ormai impossibile in Italia trovare lavoro;
  • è inutile che continuo a stare davanti al pc perché so, che non avrò mai più un lavoro.
Sicuramente un pugno di mosche, o quasi; ed è così che hai iniziato a cercare sempre meno tra le offerte di lavoro che ti si sono mostrate dinnanzi ai tuoi occhi, se non addirittura sei arrivato/a a smettere di cercare del tutto, reduce dei tuoi insuccessi.Bene, la tua è una situazione assolutamente comprensibile e di fatto anche ragionevole dal momento che capita molte volte sentir dire che cercare un lavoro è diventato un lavoro e nonostante “Qualcuno” (leggi Stato, riforme etc.) provi a fare qualcosa per cambiare la situazione, nulla di nuovo in effetti, appare all’orizzonte.
Ma alla fine ti chiedo: di chi è davvero la colpa?
  • Forse il segreto di tutto ciò non è tanto quello di smettere di cercare, quanto piuttosto quello di iniziare a pensare che è il caso di cambiare il modo di cercare lavoro; ed allora cosa puoi fare di diverso a questo punto:
  • Pensi che sia solo dello Stato e della società di oggi se non riesci a trovare lavoro, oppurepensi che forse qualcosa di sbagliato c’è anche in te che cerchi questo “benedetto” lavoro con gli stessi metodi di sempre e con la speranza che qualcosa arrivi dal cielo?
Eh si, caro mio lettore e cara mia lettrice; perché posso immaginare quanto spesso tu abbia iniziato a pensare in negativo e  quale è stato il risultato finale che hai ottenuto?
  1. NON FARTI PRENDERE DALLO SCONFORTO perché: anche se ti deprimi nessuno ti darà un lavoro perché ha sentito le tue lamentele (anzi, è più probabile che ti scarterà fin da subito;
  2. NON RIMANDARE QUELLO CHE PUOI FARE OGGI A DOMANI perché: ogni cosa a suo tempo, dice il vecchio saggio, perciò se hai in mente di andare di persona in un’azienda per portare il tuo CV oggi, non aspettare che arrivi domani. Qualcuno che come te è alla ricerca di un lavoro, potrebbe essere andato al posto tuo OGGI ed aver colto l’occasione d’oro;
  3. DAI LIBERO SFOGO ALLE TUE CAPACITA’ perché:se fino ad oggi hai pensato che alcune delle tue competenze non sono “vendibili” sul mercato del lavoro, aspetta, fai un respiro prima di giungere alla stessa conclusione e prova ad immaginare, a pensare a cosa puoi fare per sfruttare questa o quelle competenza in un modo a cui non hai mai pensato fino ad ora;
  4. DATTI DA FARE ANCHE QUANDO NON CI SONO MOLTE SPERANZEperché: se è vero che, come dice il vecchio saggio, l’appetito vien mangiando, allora pensa che se cambi il tuo modo di cercare un lavoro, forse qualche piccola risposta potrai iniziare ad ottenerla e forse, di risposta in risposta, potrai iniziare a prenderci gusto perché potresti accorgerti che agli occhi dei selezionatori non è vero che non vali nulla oppure che non hai valide competenze interessanti per gli altri.

Insomma, le parole che dovrai tenere SEMPRE a mente sono:

PROVARE, MA CON IL GIUSTO CRITERIO!

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Quali i fattori realmente motivanti per un dipendente?

Quando riflettiamo sulla relazione tra motivazione e lavoro, di solito pensiamo al denaro come all’unico fattore rilevante.

Insomma, l’incentivo monetario viene visto come ciò che spinge le persone a lavorare e come la leva in grado di renderci più produttivi.

Ma è proprio così? resilienza.jpgLe scienze comportamentali testano questo tipo di impostazione, perché in fin dei conti l’idea che traspare da essa è che gli esseri umani non siano troppo diversi dai topolini di laboratorio che reagiscono a uno stimolo preciso con una risposta altrettanto univoca. Se mi dai un pezzo di formaggio, eseguirò il compito attribuitomi. Se mi paghi un ricco stipendio, farò il lavoro richiesto al meglio delle mie possibilità.

La motivazione professionale è un mosaico complesso in cui lo stipendio è solo una parte!

Scansiamo subito eventuali dubbi: il denaro e la retribuzione sono un mattone fondamentale della motivazione e contribuiscono eccome a spiegare la produttività di un lavoratore. Tuttavia la motivazione è un mosaico complesso e soprattutto un’equazione in cui lo stipendio è certo un parametro importantissimo, ma in relazione ad altri.

Quali quindi gli altri fattori?

A)  Apprezzare il lavoro dei collaboratori è importante!

Un esperimento condotto su alcuni studenti universitari negli USA, per esempio, aveva lo scopo di investigare il ruolo che esercitano gratificazione e riconoscimento sulle prestazioni delle persone. I partecipanti sono stati divisi casualmente in tre gruppi: ognuno aveva un’ora di tempo per completare lo stesso esercizio enigmistico, che consisteva nell’identificare, all’interno di fogli pieni di testo scritto, le coppie di lettere che si ripetevano (per esempio, una doppia b o una doppia s). Al completamento di ogni foglio lo studente veniva pagato e poteva decidere se chiederne un altro, meno retribuito, o se lasciare la stanza con il ricavato.

Ciò che cambiava era il contesto in cui i tre gruppi svolgevano l’esercizio: nel primo caso, chi finiva un foglio lo consegnava allo sperimentatore, che esprimeva un cenno di approvazione. Nel secondo caso invece lo studente non riceveva alcun segno da parte dello sperimentatore, che si fingeva non interessato. Nel terzo e ultimo gruppo infine i fogli consegnati venivano immediatamente distrutti nel trita-documenti.

Questo tipo di setting serviva di fatto a riprodurre il meccanismo della gratificazione e del riconoscimento. I risultati sono molto interessanti: chi riceveva il cenno di approvazione svolgeva effettivamente più esercizi degli altri, mentre sia i soggetti del gruppo 2 che del gruppo 3 risolvevano lo stesso numero di quiz. Le implicazioni in termini di organizzazione del lavoro sono essenzialmente due:

1) È abbastanza facile far stare bene le persone rispetto al loro lavoro

2) Ignorare le persone può essere demotivante tanto quanto distruggere il loro lavoro

B) Più mi paghi, più lavoro: è davvero così?

Un secondo tema su cui l’economia comportamentale può dare un importante contributo in termini di analisi del mercato del lavoro è quello della politica dei bonus: la teoria standard vuole che incentivi monetari più elevati si traducano in un miglioramento della performance, ma funziona proprio così? Pensate ai super bonus dei manager: si tratta di uno strumento in grado di impattare sulla loro performance? E in che modo?

Dan Ariely e il suo team hanno condotto un interessante esperimento sul campo per cercare di trovare una risposta il più possibile generalizzabile a tutto il mondo del lavoro. Per fare questo si sono recati in India, in varie aree rurali molto povere, dove hanno condotto alcuni esperimenti sulla popolazione dei villaggi, chiedendo ai soggetti studiati, divisi in gruppi con condizioni diverse, di fare giochi che richiedevano alcune abilità cognitive (memoria, coordinazione oculo-manuale, destrezza).

Poiché il reddito procapite in queste regioni è molto basso, è stato possibile compiere gli esperimenti con lo stesso budget utilizzato nelle ricche università americane, avendo così la possibilità di testare effettivamente la reazione dei lavoratori a offerte di denaro molto alte.

Siamo sicuri che i super bonus servano veramente a migliorare le performance professionali?

Il primo gruppo infatti riceveva in caso di performance sopra la media un bonus corrispondente a un giorno di paga di un contadino indiano della sua area.

Il secondo riceveva un bonus pari a due settimane di paga e il terzo, infine, riceveva un bonus pari addirittura a sei mesi di remunerazione. I risultati hanno mostrato in modo inequivocabile che il super bonus produceva, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, un peggioramento della prestazione, probabilmente a causa dell’ansia e dell’insicurezza legata alla possibilità di simile premio. La questione, aperta da questo studio e lanciata alla comunità accademica, è provocatoria e stimolante insieme: se i risultati dell’esperimento sono generalizzabili a tutti i contesti di lavoro, non è forse il caso di ripensare completamente il modo in cui il lavoro viene premiato, anche per il top management?

La rivoluzione del lavoro condiviso e della sharing economy, con l’emergere e il proliferare degli spazi di coworking e di nuovi modelli di welfare aziendale sempre più tesi a valorizzare le relazioni e l’offerta di servizi per i propri dipendenti, sembrano andare nella direzione di una motivazione intrinseca più attenta alla complessità del contesto lavorativo.

Motivazione… questa sconosciuta???

La differenziazione e l’innovazione sono vitali per il successo aziendale a lungo termine. Nuove tipologie di processi e modelli di business, strategie intelligenti: le aziende fronteggiano sfide difficili nel difendere il proprio margine competitivo e nel trovare nuove strade per rinnovarlo. RespiraLavoro aiuta i suoi clienti a sviluppare e progettare processi alla base delle strategie aziendali rivolte alle risorse dell’azienda più importanti, le PERSONE, che permettano loro di restare un passo avanti rispetto ai concorrenti, anche in tempi di cambiamento costantemotivazione