Posso rifiutare un trasferimento sul lavoro senza preavviso?

Un trasferimento non può mai piombare dalla sera alla mattina: pertanto, se l’azienda intende trasferire il dipendente in un altro reparto – o, ancor di più, in un’altra unità operativa posta in una differente città – gli deve dare un congruo preavviso, in modo da consentirgli il tempo necessario per «organizzarsi». 

A chiarirlo è la Cassazione con una sentenza emessa ieri.
Il preavviso prima di un trasferimento è un comportamento che si inserisce nell’ambito di quel dovere di buona fede e correttezza che deve contraddistinguere i rapporti tra datore di lavoro e dipendente: il primo non può comportarsi come «padrone», disponendo del lavoratore senza rispettare le sue possibili esigenze private; il secondo deve comunque l’obbedienza che il contratto implica.

Circa la «congruità» del preavviso questo viene deciso sulla base degli usi aziendali o, in mancanza, dal giudice.

Che può fare il dipendente che venga trasferito con un preavviso molto risicato, ad esempio di solo due giorni? Potrebbe ben rifiutarsi di obbedire, nell’immediato, al comando del datore, chiedendo un termine più congruo. Qualora dovesse, per autodifesa, rifiutarsi di lavorare non potrebbe neanche essere licenziato. Il licenziamento – avverte la Cassazione nella sentenza in commento – è solo l’ultima spiaggia, l’estrema sanzione per i comportamenti più gravi del dipendente. E di certo se la protesta di quest’ultimo è scaturita da un comportamento negligente dell’azienda, la sua condotta è certamente scusabile.

Il mestiere del futuro? Senza uffici, posti fissi e gerarchie

Il 95% dei lavoratori tra Nord e Sud America, Europa e Asia Pacifica si dice pronto a lavorare in qualsiasi parte del mondo; il 92% è disposto a spostarsi ovunque servano le proprie competenze; il 79% ritiene di poter svolgere la propria mansione collegato a un semplice dispositivo mobile; l’81% prevede che in futuro non esisteranno contratti di lavoro dipendente ma solo a progetto; l’82% sostiene che l’età pensionabile cesserà di esistere e un altro 82% che le gerarchie non servano più per risolvere problemi lavorativi tanto che (49% delle risposte) dipartimenti e gerarchie spariranno nel futuro.
Sono questi alcune delle riflessioni che emergono dalla ricerca di ADP – multinazionale americana leader nella gestione del personale – condotta su 2.400 lavoratori di quattro continenti (Africa esclusa) e presentata a Bologna in occasione dell’“Executive Circle”, prima tappa di un percorso per confrontarsi con decision maker e opinion leader del Paese sul tema “La digital transformation passa dalle persone” (prossime tappe a Roma il 24 gennaio 2017 e a Milano il 23 marzo). «Partiamo con questo ciclo di incontri da Bologna perché l’Emilia-Romagna si è dimostrata terra di grande innovazione sulle politiche aziendali per le risorse umane. 

Smart working – spiega Nicola Uva, direttore marketing ADP Italia – ma anche orario flessibile, piattaforme social di condivisione delle informazioni tra dipendenti, adozione di strumenti tecnologici che consentono il controllo online dell’avanzamento del lavoro: tutto ciò è già realtà, non è utopia».

Sono cinque i concetti che riassumono le nuove tendenze del mondo del lavoro e impongono una rivoluzione a chi gestisce il capitale umano: libertà, conoscenza, stabilità, autogestione e significato.

Libertà

La tecnologia ha introdotto nuova flessibilità sia per i dipendenti sia per i datori e i primi vogliono l’elasticità necessaria per fare il proprio lavoro quando, dove e come vogliono. Il problema diventa creare una squadra se la maggior parte delle persone lavorano in remoto e in differenti orari. La risposta è negli strumenti online – tra cui le piattaforme di social media – per aumentare la collaborazione e la condivisione delle conoscenze tra individui e tra team.

Conoscenza

Lo studio ADP conferma che già oggi il 97% delle persone utilizza la tecnologia per imparare qualcosa, sempre e ovunque. E l’81% afferma che i social media diventeranno l’hub di collaborazione e condivisione per il lavoro strutturato.

Stabilità

È la priorità lavorativa in Europa davanti a libertà e conoscenza, ma stabilità non significa più posto fisso, bensì rete professionale estesa, relazioni che possono aiutare il lavoratore a crescere sia nel proprio settore sia in altri ambiti, estendendo le possibilità di carriera. Questo rende molto liquidi i ruoli e immediato il rapporto prestazione-retribuzione.

Autogestione

Tecnologie digitali e social portano alla condivisione orizzontale di tutte le informazioni e rendono perciò superflue le gerarchie e molto più autonome le persone sia nel gestirsi sia nel decidere e risolvere problemi.

Significato

Il lavoro sempre più incerto e mutevole implica che l’ambizione delle persone non sia più economica ma quella di dedicarsi a progetti personalmente significativi. L’89% dei lavoratori nel mondo (il 78% degli europei) sceglie infatti di lavorare su interessi personali e di impatto sociale. E anche tra gli europei generalmente meno “aperti” e ottimisti verso il cambiamento rispetto alla media mondiale, il 72% è pronto a lavorare ovunque nel mondo, a usare tecnologie virtuali per formarsi (81%) e ad autogestire problemi e agenda di lavoro (70%).

#respiralavoro mood!!!

Apprendistato formativo: gli sgravi del 2017 per le aziende

Prorogati al 2017 gli sgravi previsti per le aziende che decidono di assumere attraverso il contratto di apprendistato formativo promosso dal Jobs Act.
La dotazione di 11,2 milioni di euro sarà orientata a migliorare e implementare lo sviluppo del cosiddetto sistema duale, ovvero il sistema di alternanza scuola-lavoro e formazione-lavoro.

Come funzionano gli sgravi apprendistato nel 2017?

Gli sgravi del 2017 per l’assunzione con contratto di apprendistato per ragazzi al di sotto dei 25 anni, prevedranno i seguenti vantaggi:

  • cancellazione della “tassa di licenziamento”;
  • cancellazione del il contributo integrativo dello 0,30% per i fondi interprofessionali;
  • sgravio del pagamento dei contributi Naspi (1,31%)
  • esclusione delle spese sostenute per la formazione nel calcolo dell’Irap.

Per le imprese con oltre 9 dipendenti, inoltre, l’aliquota contributiva dovuta in forza dell’assunzione sarà dimezzata, passando dal 10% passerà al 5% (mentre i datori sotto i 9 non pagano nulla fino a fine anno).

Aziende: gli altri vantaggi del contratto di apprendistato

Il contratto di apprendistato permette alle aziende di avere anche altri vantaggi, in particolare è possibile:

  • inquadrare fino a due livelli inferiori il giovane apprendista assunto;
  • pagare al 10% le sole ore di formazione “on the job” (mentre per le ore trascorse a scuola non c’è alcun obbligo retributivo.

 

 

Come dare le dimissioni online

Dal 12 marzo 2016 per cambiare occupazione o interrompere un rapporto di lavoro è necessario dare le dimissioni online. 

Non si è più obbligati a inviare alcuna raccomandata o perdere tempo per recarsi in qualche ufficio. Tale procedura è necessaria sia per le dimissioni volontarie sia per la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. 

Qui vedremo nel dettaglio come funziona la procedura online messaci a disposizione dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Per dare le dimissioni online la prima cosa da fare è andare sul sito http://www.cliclavoro.gov.it, spostarsi nella sezione Cittadini e dal pannello che viene mostrato sulla sinistra cliccare sull’opzione Dimissioni telematiche.

Scorriamo quindi la pagina fino in fondo e clicchiamo su Accesso per i Cittadini. A questo punto verremo reindirizzati su una nuova pagina dove dovremo cliccare sul tasto Login mostrato al centro.

Fatta questa operazione ci ritroveremo nel sito dell’INPS dove dovremo effettuare l’accesso inserendo il nostro codice fiscale e il PIN. Il PIN deve essere di tipo dispositivo. Nel caso non si fosse in possesso del PIN, cliccare su Richiedi e gestisci il tuo PIN per procedere alla richiesta del PIN personale. Se invece si ha il PIN ma non è ancora di tipo dispositivo, si può convertirlo utilizzando la procedura Converti PIN mostrata sempre sul sito dell’INPS. Per completare la richiesta sarà necessario compilare un modulo con la propria firma e la copia di un documento di identità valido. Il modulo e la copia del documento dovranno essere quindi inviati attraverso la procedura online, via fax al numero gratuito 800 803 164 o recandosi personalmente presso una sede Inps.

Una volta effettuato l’accesso al portale dell’INPS clicchiamo su Prosegui. Ci troveremo quindi nella maschera dove caricare le dimissioni volontarie. Per procedere clicchiamo su Nuovo, selezioniamo il periodo in cui è iniziato il rapporto di lavoro e premiamo Cerca.

Verranno quindi visualizzati i nostri rapporti di lavoro. Per procedere con le dimissioni clicchiamo sul tasto Crea alla destra del rapporto di lavoro che si vuole interrompere. Verrà quindi aperta una nuova maschera con importati automaticamente i nostri dati e quelli del datore di lavoro.

Se sono assente per malattia l’azienda può licenziarmi? 

Il licenziamento del lavoratore malato può avvenire in due casi: quando l’assenza supera il tempo massimo consentito dal contratto collettivo (cosiddetto licenziamento per superamento del comporto) o quando, anche se tale termine non viene superato, l’assenza del dipendente procuri un danno all’organizzazione dell’azienda (cosiddetto licenziamento per scarso rendimento). Quest’ultima ipotesi è stata creata dalla giurisprudenza più recente con delle interpretazioni che hanno dato luogo a notevoli critiche e discussioni: in questo modo, infatti, si finisce per addossare sul dipendente l’incapacità organizzativa del datore di lavoro a trovare sostituti.
Ma procediamo con ordine e vediamo tutti i casi in cui il dipendente assente per malattia può essere licenziato.

Licenziamento del dipendente in malattia per superamento del comporto
Se il tuo problema è «quanto tempo posso stare in malattia senza essere licenziato», la prima cosa che devi fare è procurarti il contratto collettivo del tuo settore e verificare quello che tecnicamente si chiama periodo di comporto: si tratta di un termine entro cui l’azienda non può licenziare il lavoratore assente per malattia. Durante questo periodo, infatti, il dipendente ha diritto a mantenere il posto di lavoro e il pagamento dello stipendio.

Il codice civile difatti stabilisce il divieto per il datore di lavoro di licenziare il dipendente malato o infortunato se l’assenza non supera il comporto.

Se, invece, la malattia supera il tempo massimo stabilito dal comporto, può scattare liberamente il licenziamento, senza bisogno che vi sia una giusta causa o un giustificato motivo soggettivo. In pratica, oltre tale periodo, il lavoratore è immediatamente licenziabile, senza che il datore di lavoro debba fornire alcuna ulteriore ragione o prova: è sufficiente elencare nella lettera di licenziamento i giorni di assenza e la durata complessiva della stessa.

Se l’assenza del lavoratore è stata dovuta a un infortunio sul lavoro, perché il datore non ha rispettato le norme antinfortunistiche o, comunque, non ha tutelato l’integrità psicofisica del proprio dipendente, quest’ultimo può protrarre l’assenza anche oltre il termine del comporto senza subire il rischio di essere licenziato (in questo caso, infatti, l’assenza è dovuta alla colpa dell’azienda).

Licenziamento per scarso rendimento

Come dicevamo, la giurisprudenza – e in particolar modo Cassazione e Tribunale di Milano – hanno elaborato una nuova ipotesi di licenziamento del dipendente in malattia: quando l’assenza, anche se non supera il periodo di comporto, cagiona un danno all’organizzazione dell’azienda. In questo caso, però, il datore di lavoro che voglia recedere dal contratto di lavoro, deve dimostrare di aver subito un danno (cosa che, invece, nel licenziamento per superamento del comporto non deve fare, bastandogli semplicemente indicare il superamento del tetto dei giorni di assenza consentiti).

In buona sostanza, si configura in questi casi uno scarso rendimento del dipendente che, assente spesso per malattia, non sia in grado più di produrre secondo i ritmi necessari all’azienda (si pensi al caso del lavoratore che, dopo diversi mesi, non sia più istruito sulle novità lavorative del settore e gli aggiornamenti). Un danno che può essere addirittura superiore nel caso in cui le assenze siano a singhiozzo, mettendo il datore nella necessità di trovare necessariamente un sostituto per quella mansione.

Già l’anno scorso il foro del capoluogo lombardo [1] aveva chiarito la distinzione tra la malattia posta alla base del superamento del periodo di comporto e quella posta alla base dello scarso rendimento. Nel primo caso il datore di lavoro non può recedere dal rapporto prima del superamento del periodo di comporto, tuttavia il superamento di quel limite è condizione sufficiente di legittimità del recesso, nel senso che non è necessaria la prova del giustificato motivo oggettivo, né della sopravvenuta impossibilità della prestazione lavorativa, né della correlata impossibilità di adibire il lavoratore a mansioni diverse. Qui il datore di lavoro ha il solo onere di dedurre ed allegare il superamento del periodo di comporto, il quale – per ciò solo – legittima la risoluzione del rapporto.

Altra cosa è il licenziamento per scarso rendimento; qui la malattia non rileva di per sé, ma in quanto le assenze, anche se incolpevoli, hanno determinato scarso rendimento e inciso negativamente sulla produzione aziendale. Nell’altro caso il datore di lavoro ha invece l’onere di provare che le modalità delle assenze hanno determinato l’impossibilità di utilizzo della prestazione lavorativa.

Se il datore non riesce a dimostrare che l’eccessivo tempo di malattia abbia determinato una disfunzione organizzativa nell’impresa, il dipendente ha diritto ad essere reintegrato sul posto anche con le nuove regole del Job Act.

Questo orientamento è stato, in verità, battezzato dalla Cassazione [4] due anni fa, cui sono seguite diverse sentenze del Tribunale di Milano.

Più precisamente la Corte di Cassazione, nella sentenza richiamata, ha affermato la legittimità del licenziamento di un dipendente, intimato in ragione di ripetute assenze «agganciate» ai giorni di riposo (pur senza superamento del periodo di comporto), in quanto – a detta della Corte – avrebbero determinato scarso rendimento ed una prestazione lavorativa non proficuamente utilizzabile per il datore di lavoro, incidendo negativamente sulla produzione aziendale.

Insomma, la sostanza del licenziamento per scarso rendimento si ha quando si danneggia l’interesse dell’azienda alla continuità dell’attività lavorativa che non può lasciare scoperti alcuni dei servizi o delle attività rese.

Stando a questi “principi”, dunque, un lavoratore dovrebbe cercare di contenere i giorni di malattia in ragione dell’ipotetico e rilevante disservizio creato in azienda.

Tredicesima 2016: a chi spetta la gratifica natalizia, in quale misura matura, a quanto ammonta, quando viene erogata.

All’avvicinarsi del Natale si avvicina, per la generalità dei lavoratori dipendenti, la riscossione della tredicesima. La tredicesima mensilità, o gratifica natalizia, è una mensilità aggiuntiva, cioè uno stipendio mensile in più, che spetta alla generalità dei lavoratori dipendenti e dei pensionati.
Le disposizioni sulla tredicesima, però, non sono uguali per tutti, in quanto questo istituto è disciplinato dai contratti collettivi: così, a seconda dei casi, la gratifica natalizia può maturare in misura differente ed essere erogata con scadenze diverse, senza contare che possono esserci degli accordi, tra datore e lavoratore, che prevedono il pagamento di un rateo della tredicesima ogni mese.

Vediamo, in questo breve vademecum, quando e come matura la tredicesima e quando deve essere pagata, per le principali categorie di lavoratori e per i pensionati.

Tredicesima: spetta ai co.co.co.?

Innanzitutto, va precisato che la tredicesima non spetta ai co.co.co., cioè ai lavoratori parasubordinati, ma spetta soltanto ai lavoratori dipendenti e ai pensionati. È comunque possibile che collaboratore parasubordinato e committente si accordino per un extra della retribuzione assimilabile alla gratifica natalizia.

Tredicesima: quando viene pagata?

La tredicesima è corrisposta, normalmente, dal datore una volta all’anno, di solito in occasione delle festività natalizie: la data precisa è stabilita dai contratti collettivi o dalla prassi aziendale, se più favorevole. Ad esempio, il contratto collettivo Commercio e terziario stabilisce che la tredicesima deve essere erogata entro la vigilia di Natale.

Ci sono dei casi, poi, nei quali la tredicesima è pagata due volte l’anno, in due ratei: si tratta dei lavoratori dell’edilizia. Per loro, il datore di lavoro deve versare ogni mese, alla Cassa Edile, il 14,20% della retribuzione, come accantonamento per la gratifica natalizia. La Cassa Edile, poi, liquida i dipendenti in due ratei semestrali:

  • entro il 31 luglio di ogni anno, per gli importi del semestre ottobre/marzo;
  • entro il 15 dicembre di ogni anno, per gli importi del semestre aprile/settembre.

Per i pensionati, la tredicesima è pagata con la rata di dicembre della pensione.

Tredicesima: a quanto ammonta?

L’ ammontare della tredicesima è stabilito dai contratti collettivi: normalmente l’importo è pari a una normale mensilità di stipendio, o meglio, alla retribuzione globale mensile di fatto, per chi riceve la retribuzione mensilizzata, mentre è fissato in un determinato numero di ore per i lavoratori con paga oraria.

Secondo il ccnl Commercio e Terziario ed il ccnl Turismo, la tredicesima ammonta a una mensilità della retribuzione di fatto, in atto al 30 giugno di ciascun anno.

Nell’ammontare sono compresi gli elementi della retribuzione obbligatori, determinati ed erogati con continuità; i contratti collettivi possono includere anche voci non obbligatorie, se definite e corrisposte con continuità. Ad esempio, sono inclusi nella tredicesima la metà dell’eventuale diaria corrisposta in misura fissa e l’intera indennità di sede disagiata, nonché l’Edr (elemento distinto della retribuzione), perché si tratta di elementi erogati in modo continuativo.

Tredicesima: spetta anche l’assegno al nucleo familiare?

L’Anf, cioè l’assegno al nucleo familiare, una prestazione di assistenza a carico dell’Inps ma corrisposta dal datore di lavoro, non è erogato sulla tredicesima. L’Inps, infatti, riconosce questo importo per 12 mensilità.

Tredicesima: aumenta se ho fatto degli straordinari?

Se, durante l’anno, è stato svolto lavoro straordinario, questo non è compreso negli elementi da includere per stabilire l’ammontare della tredicesima, normalmente. Se, però, si tratta di straordinario obbligatorio, continuativo e predeterminato, si ritiene che debba essere incluso nella tredicesima, perché, in questo caso, rientra nella retribuzione globale di fatto.

Tredicesima: come e quando matura?

La tredicesima matura nel periodo che va dal 1° gennaio al 31 dicembre. Se il lavoratore ha prestato servizio tutto l’anno, la tredicesima spetta in misura intera; se, invece, in alcuni mesi non ha prestato servizio, maturano solo i ratei (cioè i dodicesimi) di tredicesima pari ai mesi di lavoro.

Nella generalità dei contratti collettivi, sono considerate come un mese intero le frazioni di mese pari o superiori ai 15 giorni. I contratti possono comunque prevedere un conteggio più favorevole al lavoratore. In alcuni casi il diritto matura anche se il lavoratore è assente.

Tredicesima: quanto spetta col contratto part time?
Se il lavoratore ha un contratto di part time orizzontale, cioè presta servizio in tutte le giornate lavorative, ma per meno ore rispetto all’orario ordinario (normalmente pari a 8 ore al giorno), i ratei di tredicesima maturano per intero. L’ammontare della tredicesima, però, deve essere proporzionato all’orario effettuato, dato che la base di calcolo è la retribuzione corrente, già riproporzionata in base all’effettivo orario di lavoro a tempo parziale.

Se il lavoratore, invece, ha un contratto di part time verticale, cioè presta servizio a tempo pieno, ma per un numero minore di giornate, settimane o mesi, oppure se ha un contratto misto, valgono le stesse regole applicate nel caso in cui il lavoratore sia assunto o licenziato nel corso del mese. In pratica, sono considerate come mese intero le frazioni pari o superiori a 15 giorni, mentre non vengono considerate quelle inferiori, salvo il trattamento di miglior favore previsto eventualmente dal contratto collettivo: il rateo di tredicesima, dunque, matura solo nel primo caso.

Tredicesima: matura durante il congedo di maternità?

I ratei di tredicesima maturano sia durante il congedo di maternità obbligatoria che durante i permessi per allattamento, ma sono a carico dell’Inps. Nel caso in cui il datore di lavoro sia obbligato dal contratto collettivo ad integrare quanto anticipato per conto dell’Inps, la mensilità aggiuntiva va corrisposta fino a garantire la retribuzione netta che sarebbe spettata in caso di effettiva prestazione di lavoro.

La tredicesima non matura, invece, durante la cosiddetta maternità facoltativa, o congedo parentale: in questo caso, dunque, il datore di lavoro deve detrarre l’importo non maturato in ore, sulla base del periodo non retribuito per l’assenza.

Tredicesima: matura durante la malattia?
La tredicesima matura sia durante le assenze per malattia, che durante le assenze per infortunio, ma nel limite del periodo tutelato dal contratto collettivo, cioè del periodo di comporto. Anche in questo caso, vale quanto appena esposto per la maternità, in quanto la retribuzione è a carico dell’Inps, in caso di malattia, mentre è a carico dell’Inail, in caso di infortuni sul lavoro e malattie professionali. La tredicesima non matura, invece, durante le astensioni per malattia del figlio, anche qualora siano indennizzate.

Tredicesima: matura durante le ferie?

La tredicesima matura in misura piena durante le ferie, poiché queste assenze sono considerate, ai fini delle mensilità aggiuntive, come un periodo lavorato. La tredicesima matura in misura piena anche durante le festività ed i permessi retribuiti, mentre non matura durante i periodi di aspettativa o durante la fruizione di permessi non retribuiti.

Tredicesima: matura durante lo sciopero?

Nelle assenze per sciopero la tredicesima non matura, perché si tratta di assenze non retribuite considerate come una temporanea sospensione del contratto, durante le quali il lavoratore non è tenuto a prestare la propria attività e il datore non è tenuto ad erogare alcuna retribuzione.

Per quanto riguarda la tredicesima, il datore di lavoro deve dunque decurtare la quota relativa ai periodi di sciopero. Per determinare l’importo della decurtazione, bisogna moltiplicare l’ammontare della tredicesima per il rapporto tra le ore non retribuite e l’ammontare annuo delle ore lavorative, che sono, nella generalità dei casi, 2080, cioè 40 ore per 52 settimane.

Semplificando i calcoli, se un lavoratore, nel periodo dal 1° gennaio al 31 dicembre, ha fatto 16 ore di sciopero, la tredicesima spettante va riproporzionata come segue:

considerando una tredicesima spettante pari a 1.500 euro otteniamo:

1500/2080 x 2064=1.488,46 euro.

Tredicesima: matura durante il periodo di prova?

Durante il periodo di prova i ratei di tredicesima maturano in misura intera; tuttavia, il periodo di prova è considerato utile nel caso in cui sia seguito dalla conferma in servizio, in quanto, normalmente, i contratti collettivi rinviano la liquidazione della tredicesima alla conferma in servizio. Di conseguenza, se a dicembre il lavoratore è ancora in prova, il rateo maturato deve essere corrisposto alla conferma, ma in base alla retribuzione in vigore al 31 dicembre.

Tredicesima: matura durante la cassa integrazione?
Nei periodi di cassa integrazione, sia ordinaria che straordinaria (Cig o Cigo e Cigs), la tredicesima matura solo durante i periodi di riduzione dell’orario di lavoro, mentre non matura quando è presente una sospensione a zero ore.

Ad ogni modo, la mancata maturazione riguarda soltanto la quota di tredicesima a carico del datore di lavoro, poiché l’integrazione salariale, pari all’80% della normale retribuzione, è a carico dell’Inps e include una quota della tredicesima.

Tredicesima: spetta durante il congedo straordinario Legge 104?
Nei periodi di congedo straordinario retribuito, cioè durante l’aspettativa prevista per chi assiste familiari portatori di handicap grave, retribuita a carico dell’Inps, il lavoratore ha diritto a un’indennità commisurata all’ultimo stipendio percepito, comprensiva dei ratei delle mensilità aggiuntive, come la tredicesima; pertanto, visto che la tredicesima è già compresa nell’indennità erogata dall’Inps, non deve essere erogata due volte.

Tredicesima: può essere pagata ogni mese?

Azienda e lavoratore possono accordarsi prevedendo il pagamento di un rateo della tredicesima (e di ulteriori mensilità aggiuntive, come la quattordicesima) ogni mese. Considerando che, in quest’ipotesi, il trattamento è di miglior favore per il dipendente, non è necessario sottoscrivere accordi collettivi in merito, ma è sufficiente una pattuizione individuale.

La tredicesima può risultare più bassa dello stipendio non solo quando non sono maturati tutti e 12 i ratei della mensilità aggiuntiva, ma anche perché, su questa mensilità, va applicata la ritenuta Irpef, cioè la tassazione, senza applicare le detrazioni (per reddito di lavoro dipendente o per familiari a carico). Le detrazioni, difatti, vanno calcolate su 12 mensilità. Le imposte, per questo motivo, sono più alte ed il netto in busta paga più basso, rispetto a un normale stipendio.

Perché nella tredicesima non ci sono le addizionali regionali e comunali?

Le trattenute mensili per l’addizionale regionale e comunale a saldo sono applicate allo stipendio per 11 mesi, da gennaio a novembre, mentre l’addizionale comunale in acconto è trattenuta per 9 mesi, da marzo a novembre: di conseguenza, le addizionali non compaiono nella tredicesima.

Prima di lasciare il posto di lavoro rifletti a mente lucida

Pare esistano degli indizi con cui è possibile prevedere se un matrimonio finirà in divorzio. Mah…

Ora si scopre che lo stesso metodo può essere applicato al lavoro, per prevedere le probabilità che un dipendente lasci il suo posto in ufficio, per trovare di meglio.
Ecco quanto emerge da un nuovo studio condotto dal professore Irit Alony della University of Wollongong, in Australia.

In sintesi: non ogni negatività sul posto di lavoro è un brutto segno. Il senso comune ci dice che quando i dipendenti descrivono il proprio posto di lavoro in termini negativi, è più probabile che intendano lasciarlo a breve. Eppure, la nuova ricerca pone dei distinguo.

Lo studio di Alony ha, infatti, determinato che alcune forme di negatività sono benigne e possono essere tollerate anche sul lungo termine. Il problema si pone quando i commenti negativi diventano la totalità: proprio come con le coppie sull’orlo del divorzio, anche per i dipendenti che non vedono più alcun lato positivo nel proprio posto di lavoro, la separazione è lì lì per avvenire.

E se è vero che in tempi di crisi occorre pensarci non una, ma più volte prima di mandare la lettera di dimmisioni al proprio superiore, nella gallery la life coach Giuditta Tanzarella ti aiuta a stabilire i ragionamenti (sensati) da fare prima di dire addio al proprio lavoro.

Ricorda che in questi casi un pizzico di sangue freddo e strategia non guasta.

Se il datore di lavoro non mi paga…

Se il datore di lavoro non paga lo stipendio al dipendente, lo sfogo di quest’ultimo che si concretizzi in un tartassante invio di messaggi sul cellulare, contenenti ingiurie e minacce, può ben essere ben perdonato perché si considera come il frutto di reazione a una provocazione. È quanto chiarito dalla Cassazione poche ore fa.
La sentenza è certamente interessante e spezza una lancia a favore del dipendente che, rimasto senza stipendio e avendo (giustamente, n.d.r.) poca fiducia sui tempi della giustizia, preferisce far ricorso alla tecnologia: e allora inizia a inviare una serie di sms e messaggi in chat all’ex capo per cercare di spingerlo a pagare. Facile cadere nella tentazione di usare toni forti, sprezzanti, offensivi e ingiuriosi, finanche minacciosi. 

Ma di fronte alla fame e alla famiglia è ammesso perdere le staffe. E così, secondo la Cassazione, l’eccesso del lavoratore è un comportamento che, tutto sommato, può essere perdonato.

Ma quanto tempo ci vuole per fare causa al datore di lavoro e ottenere il pagamento dello stipendio? 

Se il dipendente ha una busta paga o qualsiasi altra una prova scritta del proprio credito può ricorrere con un decreto ingiuntivo e, almeno in teoria, i tempi dovrebbero accorciarsi: in media sei mesi (la velocità dipende anche dal Tribunale e dal carico di lavoro del magistrato). Con la notifica, però, l’azienda potrebbe fare opposizione e lì iniziare un giudizio vero e proprio, con i suoi tempi biblici.

Se manca invece la prova scritta, la causa ordinaria è l’unica via: si pensi agli straordinari o alle differenze retributive, per la cui esistenza bisogna spesso ricorrere alle prove testimoniali. Qui risulterà fondamentale dimostrare il proprio credito.

In alternativa c’è sempre la possibilità di affidarsi alla Direzione Territoriale del lavoro e chiedere la cosiddetta conciliazione monocratica: si tratta dell’intervento di un ispettore che provvederà a contestare all’azienda il mancato versamento dei contributi e degli stipendi, sempre che questi non preferisca prima pagare. Un metodo veloce, gratuito e per il quale non c’è bisogno dell’avvocato.

Vuoi saperne di più? 

Uno dei nostri legali può rispondere alle tue domande: scrivi a info@respiralavoro.eu

Cosa é e a cosa serve un Feedback

I Feedback, ossia le recensioni ed i commenti degli utenti, rappresentano oggi senza alcun dubbio un fondamento per determinare l’efficacia dei servizi resi.

Oggi, gli utenti si trovano davanti a migliaia di offerte per qualsiasi tipologia di acquisto che si intenda fare, da un semplice articolo, come un capo di abbigliamento, fino ad arrivare a comprare case, prenotare vacanze, scegliere un Albergo rispetto ad un altro.

Secondo le ultime statistiche, oltre il 60 % degli utenti decide e sceglie in base ai commenti rilasciati da altri utenti, sia in base al numero che alla qualità che viene descritta.

Questo perché si cerca, nel giudizio di precedenti fruitori del servizio, particolari e notizie che probabilmente nelle descrizioni inserite non vengono citate.

Quindi, si passa piano piano dal consiglio chiesto all’amico o al parente, rispetto alle loro esperienze, alla ricerca di offerte che possano vantare i migliori commenti, o che abbiano un numero elevato di recensioni:
questo perché un alto numero di fruitori viene associato alla migliore qualità del prodotto o del servizio.

I feedback dei clienti rendono credibile un venditore ad un ampio e potenziale pubblico di acquirenti.

Il Feedback, quindi, rappresenta la possibilità di superare alcuni ostacoli, primo tra tutti l’aspetto della “fiducia”.

In tutti questi casi, i commenti e le recensioni possono aiutare ad instaurare una maggiore fiducia verso un determinato servizio.

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Lavoro, Istat: a settembre 3 milioni disoccupati, più 60mila in un mese ma calano gli inattivi

A settembre la stima dei disoccupati cresce del 2,0%, pari a +60 mila, dopo il calo registrato a luglio (-1,1%) e agosto (-0,1%). Lo rileva l’Istat. Il numero delle persone in cerca di lavoro si riporta così sopra i tre milioni, in rialzo anche su base annua, dove si registra un incremento del 3,4% (+98 mila). 
L’aumento interessa entrambe le componenti di genere e le diverse classi di età ad eccezione dei giovani di 15-24 anni. Nello stesso mese la stima degli occupati cresce rispetto ad agosto (+0,2%, pari a +45 mila unità), recuperando il calo registrato nel mese di luglio.

Più 265mila occupati in un anno

Su base annua, dice l’Istat, si conferma la tendenza all’aumento del numero di occupati (+1,2% su settembre 2015, pari a +265 mila). La crescita tendenziale è attribuibile quasi esclusivamente ai dipendenti permanenti (+264 mila) e si manifesta sia per la componente maschile sia per quella femminile, concentrandosi principalmente tra gli over 50 (+384 mila). Nello stesso periodo calano sensibilmente gli inattivi (-3,6%, pari a -508 mila) e aumentano i disoccupati (+3,4%, pari a +98 mila).

La maggiore partecipazione al mercato del lavoro nel mese di settembre, in termini sia di occupati sia di persone in cerca di lavoro, si associa alla diminuzione della stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,9%, pari a -127 mila). Il calo interessa donne e uomini e coinvolge tutte le classi di età. Il tasso di inattività scende al 34,8%, in calo di 0,3 punti percentuali.

Nel trimestre luglio-settembre alla sostanziale stabilità degli occupati (+11 mila) si accompagna una lieve crescita dei disoccupati (+0,2%, pari a +5 mila) e un calo degli inattivi (-0,3%, pari a -45 mila).

Cala la disoccupazione giovanile

A settembre il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati), è pari al 37,1%, in calo di 1,2 punti percentuali rispetto al mese precedente. Lo comunica l’Istat, precisando che dal calcolo del tasso di disoccupazione sono per definizione esclusi i giovani inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, nella maggior parte dei casi perché impegnati negli studi. L’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è pari al 9,8%, cioè poco meno di un giovane su 10 è disoccupato. Tale incidenza risulta in calo di 0,3 punti percentuali rispetto ad agosto. Il tasso di occupazione dei 15-24enni aumenta di 0,3 punti, mentre quello di inattività rimane invariato. Nelle restanti classi di età si registra un aumento del tasso di occupazione (+0,2 punti tra i 25-49enni, +0,1 punti tra gli over 50) e del tasso di disoccupazione (+0,7 punti tra i 25-34enni, +0,2 punti tra i 35-49enni, +0,1 punti tra gli over 50) mentre cala quello di inattività (-0,9 punti tra i 25-34enni, -0,4 punti tra i 35-49enni, -0,1 punti tra gli over 50).

7 Motivi che Spingono i Migliori Dipendenti A Licenziarsi, Anche se Amano il loro Lavoro

Per essere la migliore azienda, è necessario conquistare i migliori dipendenti.
Perdere un grande lavoratore è una cosa terribile. Si affrontano delle spese per trovare e formare un sostituto. C’è sempre incertezza su come lavorerà il nuovo dipendente. Si crea un disagio agli altri dipendenti, fino a che la posizione non verrà effettivamente sostituita.

A volte c’è un motivo valido – la persona non si è integrata bene con il resto del team, o si allontana per motivi personali, o gli è stata offerta un’opportunità troppo gande per poterla lasciare andare. In questi casi, anche se si tratta di una transazione difficile, l’abbandono è motivato.

Ma per quanto riguarda il resto?

Riuscire a tenersi stretti i propri migliori dipendenti inizia con la comprensione delle cause per le quali le persone abbandonano il proprio lavoro. Ecco i sette principali motivi:

1. Stagnazione

Le persone non vogliono rimanere bloccate in un solco ed entrare nello stesso posto a fare le stesse cose ogni giorno per 20 o 40 anni. I dipendenti vogliono andare sempre avanti per crescere nella loro vita professionale. Vogliono avere qualcosa a cui aspirare. Se non esiste una carriera o una struttura per l’avanzamento professionale, sentiranno il bisogno di cambiare aria. Nel frattempo, aumentano le possibilità di avere in azienda persone annoiate, infelici e nervose – cose che influiscono sulle prestazioni ed il morale dell’intera squadra.

2. Lavoro Eccessivo

Periodi di sovraccarico e forte stress sono previsti in quasi tutti i posti di lavoro, ma niente spinge i bravi dipendenti a licenziarsi come l’eccessiva mole di lavoro. Spesso sono i migliori dipendenti – I più capaci ed impegnati, i più fidati – che sono continuamente ricoperti di compiti. Se questi si ritrovano con un sovraccarico constante di lavoro iniziano a pensare di essere sfruttati, soprattutto in assenza di riconoscimenti, come promozioni o bonus. E chi potrebbe biasimarli? Ti sentiresti nello stesso suo modo.

3. Visioni vaghe

Non c’è niente di più frustrante che un ambiente di lavoro pieno di visioni e grandi sogni, ma con nessuna traduzione di tali aspirazioni in obiettivi strategici che li rendano realizzabili. Senza questo collegamento, è tutto solo un parlare. Qual è la persona di talento che vuole sprecare il suo tempo e la sua energia a sostegno di qualcosa di indefinito? Alle persone piace lavorare per creare qualcosa, non per scopi ignoti.

4. Gli utili prima delle persone

Quando un’azienda da più valore ai risultati del conto economico che ai suoi dipendenti, le persone migliori se ne vanno altrove, lasciando dietro di sé coloro che sono troppo mediocri e apatici per trovare una posizione migliore. Il risultato è una cultura di sotto-performance, morale basso, e anche problemi disciplinari. Naturalmente le cose come il profitto, le uscite, accontentare gli stakeholder, la produttività sono importanti – ma il successo dipende in ultima analisi dalle persone che fanno il loro lavoro.

5. La mancanza di riconoscimento

Anche le persone più altruiste vogliono essere riconosciute e ricompensate per un lavoro ben fatto. Fa parte di ciò che siamo come esseri umani. Quando non dai riconoscimenti ai dipendenti, non solo non li stai motivando, ma stai anche perdendo una buona occasione per rafforzare la loro grande prestazione. Anche se non si ha il budget per premi e bonus, ci sono tanti altri modi a basso costo per fornire il riconoscimento – per esempio una parola di apprezzamento è gratuita. Le persone non si curano se non si sentono apprezzate.

6. La mancanza di fiducia

I dipendenti hanno un punto di osservazione vantaggioso per vedere e valutare il comportamento dei loro responsabili. Se li vedono comportarsi in modo poco etico con i venditori, mentire agli stakeholder, truffare i clienti, o non riuscire a mantenere la parola data, i dipendenti migliori e più etici se ne andranno all’istante. Il resto, peggio ancora, inizierà a seguire il loro esempio.

7. Gerarchia eccessiva

Ogni posto di lavoro ha bisogno di una struttura e di una leadership, ma una rigida organizzazione top-down è fatta per i dipendenti insoddisfatti. Se i migliori dipendenti sanno di dover produrre senza dare un contributo con le loro idee, se non sono autorizzati a prendere delle decisioni, se devono costantemente dipendere dagli altri sulla base del loro titolo piuttosto che della loro esperienza, non avranno molti motivi per essere felici.

In ultima analisi, molte persone che lasciano il loro lavoro lo fanno a causa dei loro capi*, non il lavoro o l’organizzazione. Chiediti cosa stai facendo per spingere i tuoi dipendenti a mollare il posto di lavoro, ed inizia a fare i cambiamenti necessari per mantenerli con te.

Il primo giorno di lavoro? Alcuni consigli su come affrontarlo

Il primo giorno di lavoro è sempre un mistero, non si sa mai come andrà, come saranno colleghi e quali attività si svolgeranno precisamente durante le giornata. 

Molto importante è non arrivare in ritardo, non perdere tempo con le telefonate personali e evitare di utilizzare i social network. 

Tra le varie domande che una persona si pone – prima dell’inizio di un nuovo lavoro – c’è quella che riguarda il modo di vestirsi. 

Ovviamente dipende da dove si va e quanto sia formale o no l’ambiente dell’ufficio. Infatti la scelta del look ha una funzione molto importante, quella di comunicare chi siamo. Dallo stile che si ha si capisce lo status, la professione attuale, quella che vorremmo ricoprire a breve e anche le nostre passioni.
 Inoltre quando si entra a far parte di un team già formato è sempre meglio farlo senza mettersi troppo in mostra e mantenere inizialmente un profilo basso – low profile – così da familiarizzare gradualmente con i colleghi. 

E’ utile anche mostrarsi propositivi chiedendo pareri, facendo domande per capire alcune dinamiche interne e cercando un confronto con i colleghi. 

Nell’ambiente lavorativo è possibile far nascere amicizie tra colleghi, ma è sempre meglio separare la vita lavorativa da quella privata. 

Risultare troppo disponibili non premia anzi è utile mettere dei paletti se gli incarichi extra diventano una routine. 

Mentre l’ansia spesso deriva dalla tendenza al perfezionismo, oltre che dalla paura di sbagliare e di conseguenza fare una brutta figura.

Comunque tranquilli.. si può sopravvivere!!

L’EMPATIA IN AZIENDA

Possiamo definire l’empatia come la capacità di mettersi nei panni degli altri e quindi comprenderne le esigenze, i punti di vista, gli stati emotivi, le aspettative, le motivazioni da cui scaturiscono determinati comportamenti e determinate scelte.
Quando in una relazione manca la componente “empatia”, il rischio di conflitti subisce una brusca impennata.

In azienda l’empatia trova ampi margini di impiego, e può favorire (o guastare, in assenza) i rapporti tra i collaboratori, tra i collaboratori e il team manager, tra il team manager e i collaboratori, tra il team manager e il suo superiore diretto, tra il superiore diretto e il team manager, e persino tra ufficio e ufficio o tra azienda e aziende partner, piuttosto che tra azienda e clienti e/o tra azienda e fornitori.

Buona parte del “bestiario aziendale”, ovvero di tutte quelle situazioni in cui si riscontrano negligenze, conflitti cronici e menefreghismi, in presenza di maggiore empatia, potrebbe assumere tinte meno – emotivamente – fosche, incrementando la possibilità di avvio di azioni di problem solving autenticamente lucide ed efficaci.

Una parte cospicua delle problematiche team manager vs collaboratori (o viceversa) gravita attorno all’assenza di empatia, dando per di più la stura a parecchi fraintendimenti.

È proverbiale il caso del collaboratore che propone idee, ma queste vengono rigettate.

Benché non si voglia negare che talvolta queste idee vengano rigettate arbitrariamente (talvolta con profitto, altre volte incappando in clamorosi “flop”), spesso queste idee non vengono presentate tenendo conto delle esigenze del team manager e dello stesso team.

Nell’esporre queste idee occorre “appiccicare l’indirizzo del destinatario”, ovvero, fuor di metafora, evidenziare i vantaggi per il gruppo (e per chi lo guida).

L’idea, se svincolata dall’ “io” di chi la propone (e dai propri esclusivi vantaggi), e prospettata in termini di “noi”, diventa automaticamente più interessante, e, anche se verrà scartata, il pensare in termini di gruppo verrà comunque gradito.

Sarebbe un vero peccato che una persona con doti creative e/o di problem solving, demoralizzata da uno o più rifiuti, si chiudesse a riccio, a causa di un errore di atteggiamento e di comunicazione.

Un altro problema che si crea spesso riguarda l’iniziativa, o meglio, la mancanza di iniziativa dei collaboratori. Il più grosso vantaggio che si può offrire a un team manager è quello di “semplificargli” il lavoro.

Dover “imboccare” di volta in volta i collaboratori può risultare indigesto anche a quei manager che vogliono avere un controllo capillare e assoluto della situazione.

Laddove invece i collaboratori comprendano (nel dubbio, possono fare esplicita richiesta) le esigenze del team manager, i criteri di valutazione e gli obiettivi, saranno in grado di lavorare con più autonomia, procacciandosi maggiori opportunità di delega.

Saranno in grado di individuare e/o anticipare i problemi, e potranno liberare un maggiore potenziale creativo.

Per converso, un team manager empatico riuscirà certamente a comprendere che una maggiore chiarezza sugli obiettivi e una manifestazione più frequente di gratitudine e feedback potranno costituire validi supporti per tenere alta la motivazione dei collaboratori.

Proverbiali sono anche i conflitti tra uffici: “L’audit ci sta alle calcagna”, “L’IT è sempre in ritardo sulle forzature”, “L’attuariato non ci manda mai i conteggi per questa tariffa”, “Il customer care ci mette sotto pressione”.

Anche qui, molto spesso si pigia immediatamente il pulsante della critica piuttosto che effettuare anche solo una telefonata in più per capire il perché succede questo, e magari “venirsi incontro”.

Ciascun ufficio si sente dalla parte della (propria) ragione, e si verifica la sindrome degli “uffici orgogliosi”.

Vediamo infine un altro caso: il cliente chiede delucidazioni all’azienda sulla gestione della sua pratica.

L’ufficio preposto è zelante nel fornire informazioni, MA… Non ha compreso l’effettiva richiesta del cliente, che altrettanto puntualmente reitera.

Al ché l’ufficio risponde nuovamente, ricordando al cliente che l’azienda aveva già risposto esaurientemente e nelle tempistiche previste.

Ma la puntualità nell’esecuzione, in assenza del recepimento delle reali esigenze, non aggiunge un grammo di efficacia.

In tutti i casi evidenziati (e sono pochissimi rispetto alla vastità dei casi che tutti i giorni viviamo in azienda) emerge l’importanza dell’empatia.

Essere empatici non è sempre facile, occorre talvolta un atto di “cedevolezza” iniziale, che si può tradurre nel fare qualche domanda in più per comprendere a fondo le esigenze e il punto di vista altrui, nel cacciare eventualmente l’orgoglio ferito sotto i piedi, nell’assumersi una maggiore fetta di responsabilità, nel ridimensionare il proprio ego e le proprie personali esigenze, ma i benefici conseguibili possono essere anche maggiori, sia in termini di risultati conseguiti che di qualità dell’esperienza lavorativa.

Forza…avanti tutta con l’emoatia!

LE DONNE HANNO CIRCUITI SOCIALI PIU’ SVILUPPATI?

Domanda interessante, e la risposta (= sì) sembrerebbe scontata, ma Daniel Goleman nel suo libro Piccolo Manuale di Intelligenza Emotiva (Rizzoli Etas, 2015), aggiunge una chiosa interessante:
“Le persone si chiedono spesso se le differenze di genere hanno un peso sulle competenze di intelligenza sociale necessarie per una leadership di prim’ordine. 

La risposta è affermativa e negativa al tempo stesso. È vero che le donne tendono mediamente a far meglio degli uomini nella percezione immediata delle emozioni altrui, mentre gli uomini tendono a mostrare più sicurezza nelle relazioni sociali, quantomeno negli ambienti di lavoro. 

Ma differenze di genere nell’intelligenza sociale che sono nettamente visibili nella popolazione generale sono pressoché assenti tra i leader di maggior successo”.

E così prosegue: “Quando ha studiato alcune centinaia di dirigenti di una grande banca, Margaret Hopkins della University of Toledo ha rilevato differenze di genere nell’intelligenza sociale del gruppo complessivo, ma non tra gli uomini e le donne più efficaci. 

Ruth Malloy dell’Hay Group ha identificato un andamento analogo nel suo studio sui CEO delle aziende internazionali”.

PRINCIPI DI BON TON AZIENDALE

In questi giorni mi è ricapitato in mano un libro e lo sto sfogliando …molto interessante: Come farsi cacciare dai cacciatori di teste, scritto a quattro mani da Vito Gioia e Attilio de Pascalis, edito da il Sole 24 Ore.
Tra i preziosi consigli forniti dagli autori, riporto qui alcuni principi di bon ton aziendale da loro individuati sulla base delle proprie esperienze.

Rispetta tutte le persone

Ascolta gli altri senza pregiudizi

E’ il capo che valuta i suoi collaboratori e non viceversa

E’ il capo che sollecita i suoi collaboratori per completare un compito affidato e non viceversa

I meriti vanno sempre divisi con i propri collaboratori

Le colpe vanno sempre in carico dal capo

Se chiedi a qualcuno di fare qualcosa, spiega perché va fatto, in che modo ed entro quale termine

Non fare polemiche, è solo tempo perso ed energia sprecata

Se segui un progetto, portalo a termine

Se devi chiedere qualcosa a un collega di un altro ufficio, chiedilo sempre al suo capo

Se hai un problema con un pari grado, cerca di risolverlo parlandoci; se non si trova un’intesa concorda con lui di parlarne, insieme, al grande capo

Se non riesci a risolvere un problema serio, con gravi riflessi per l’azienda, avverti subito il superiore

Informa tempestivamente i colleghi delle cose importanti che devono sapere

Non essere il “collo di bottiglia”: assegna subito compiti operativi senza perdere tempo prezioso

Rispetta ruolo e tempo degli altri

Congratulati con chi ha ricevuto una promozione

Parla sempre apertamente

Aiuta i colleghi in difficoltà

Cerca sempre di essere cortese, educato e gentile

Fai di tutto per essere una persona con la quale sia piacevole lavorare (dipende da te)

Fai bene e in tempo quello che il capo ti chiede di fare (le cose in più sono un optional
E tu che stile hai nella tua azienda?

Scrivici come ti muovi!!

Risorse (Dis)Umane…Come Trovare Lavoro

Un’attività che oramai è diventata un vero e proprio lavoro per la maggior parte delle persone e da cui tutti, almeno una volta nella vita, sono dovuti passare, è quella di attivarsi per la ricerca di un impiego lavorativo e spesso si vive questa ricerca come un disagio, soprattutto quando dopo un certo tempo passato a sforzarsi in questo senso, non si riesce a trovare un lavoro o magari nemmeno ad arrivare alla fase di colloquio.
Il primo passo per cercare lavoro è di affrontare con calma questa ricerca e soprattutto conoscere le regole per dosare ed indirizzare bene le proprie forze. 

A questo scopo diamo una serie di consigli pratici per procedere correttamente alla ricerca di lavoro:

Centri per l’impiego e Agenzie per il lavoro

L’autocandidatura e Internet

Network delle conoscenze

E POI CI SIAMONOU: RESPIRALAVORO!

e infine qui potrete trovare una serie di consigli per la successiva fase del Colloquio di lavoro

CENTRI PER L’IMPIEGO E AGENZIE PER IL LAVORO

In Italia a svolgere attività di intermediazione di manodopera vi sono sia soggetti pubblici, come i Centri per l’Impiego, sia soggetti privati come ad esempio le agenzie per il lavoro (la nuova denominazione delle agenzie interinali) ormai diffuse in tutti i centri urbani e che ricercano figure lavorative a vari livelli (approfondiamo il lavoro di queste agenzie nella sezione intitolata LAVORO INTERINALE).

Può apparire banale dirlo ma è indispensabile sapere, nell’accingersi a cercare lavoro, quale tipo di impiego si sta cercando. Se non si hanno le idee chiare al proposito è certamente opportuno rivolgersi a un Centro per l’Impiego che ha al proprio interno un servizio di orientamento.

Gli indirizzi – sia web che fisici – dei Centri per l’Impiego sono in genere elencati sui siti delle province oppure si può chiederli all’URP (Ufficio Relazioni col Pubblico) provinciale. Sia i Centri che le agenzie interinali sono poi autorizzati a pubblicare tutte le loro offerte sui siti della Borsa Lavoro regionale che hanno un indirizzo standard: http://www.borsalavoro.nomeregione.it

Certo, i Centri per l’Impiego potrebbero funzionare molto meglio di quanto non facciano in realtà. I dati che ogni anno mette in mostra la Confartigianato mostrano che a trovare lavoro con i CPI sono solo una minima parte di coloro che ne fanno richiesta, attestando così la sostanziale inefficienza di un sistema che costa allo Stato più di quattrocento milioni di euro ogni anno. Un motivo di questa inefficienza è data anche dal fatto che sono davvero poche le imprese che si rivolgono ad un CPI per la ricerca di personale, pari ad appena il 2,2% delle imprese nazionali, la gran parte restante preferisce invece utilizzare altri canali come le agenzie interinali, gli annunci su siti internet e prima ancora il sistema della “conoscenza”. La rete di relazioni è a conti fatti il primo sistema di ricerca lavoro da parte delle aziende in oltre il 60% dei casi. Se volete iscrivervi, comunque, basta recarvi presso il CPI della vostra provincia di residenza con i documenti al seguito e compilare la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro.

Il concorrente “privato” del Centro per l’impiego è l’Agenzia per il lavoro. La differenza è, oltre che nello status pubblico/privato, nella possibilità per ciascun individuo di poter iscriversi contemporaneamente a tante Agenzie per il lavoro quante se ne desidera, mentre l’iscrizione al CPI è limitata a quello della sola provincia di residenza. L’Agenzia per il lavoro offre lavoro “somministrato”, cioè a termine e provvisorio, solitamente a progetto o a tempo determinato, sebbene in seguito il rapporto possa trasformarsi in lavoro indeterminato rapportandosi direttamente con l’azienda in cui si finisce a lavorare. Tra le agenzie per il lavoro più conosciute ricordiamo, in ordine alfabetico, Adecco, GiGroup, KellyServices, Manpower, Metis, PagePersonnel, Umana

L’AUTOCANDIDATURA E INTERNET

Identificati i potenziali datori di lavoro la prima mossa possibile è quella di compilare un elenco di aziende che, legate o no all’ambito di studi o esperienze effettuate e comunque alle proprie aspirazioni, potrebbero essere interessate alla candidatura.

Sicuramente avvalendosi di Internet si utilizza uno strumento molto ricco che consente di risparmiare tempo e risorse ed accedere ad un alto numero di offerte di lavoro aggiornate e ai siti delle aziende dal profilo cercato.

Si può quindi cercare il sito di tali aziende per procedere alla candidatura e visitare la sezione “job” o “lavoro” o “contatti”. Preventivamente è opportuno comunque visitare anche la sezione “chi siamo”, cioè cercare di capire a chi ci si sta rivolgendo nel caso si voglia proporre una candidatura. Le aziende con una propria sezione per candidature di lavoro solitamente sono di grandi dimensioni e si può allo stesso tempo consultare quali sono le posizioni aperte disponibili.

Sempre sul Web inoltre si possono consultare centinaia di siti dedicati al lavoro, ed anche in questo sito offriamo una panoramica dei principali siti e portali con moltissime offerte di lavoro .

La maggior parte dei siti per il lavoro permette un’iscrizione gratuita necessaria per poter inviare la propria candidatura a seguito di annunci da parte di aziende. Alcuni sono portali che offrono propri annunci che consentono il contatto con le aziende rispondendo agli stessi. Altri sono invece dei veri “motori di ricerca” per annunci di lavoro, come ad esempio CareerJet, Trovit Lavoro e JobRapido, che mostrano i risultati da tanti siti differenti per le parole chiave immesse, per la località indicata, o anche per la tipologia di impiego o altri parametri inseriti.

Tra i portali per il lavoro ricordiamo tra i più rinomati: Monster.it, con sezione talent per neolaureati, beknown per cercare tramite social network, i profili aziendali per la ricerca per azienda. Fornisce anche consigli su come scrivere il cv o la lettera di presentazione per candidarsi; Infojobs, permette di cercare gli annunci per località, categorie e tipo di impiego, ordinando i risultati per vari fattori e visionare di volta in volta lo stato della propria candidatura;

Vi sono anche siti in cui non è necessario registrarsi per rispondere ad annunci di lavoro, sebbene è sempre consigliato inviare un cv aggiornato e una lettera di presentazione motivata. È il caso ad esempio della sezione lavoro di subito.it e kijiji.it.

Altri siti per il lavoro piuttosto conosciuti sono Trovalavoro.it, Indeed.it, Corriere Lavoro.

Quasi tutti i siti hanno anche un servizio “alert” grazie al quale poter ricevere via mail gli annunci maggiormente indicati per il profilo o i profili ricercati, anche suddivisi per area geografica.

CONOSCENZE DIRETTE e NETWORKING

Ancora oggi in Italia, nonostante esistano diverse centinaia di società di ricerca lavoro e head hunting, oltre il 40% del mercato del lavoro transita attraverso il canale delle conoscenze dirette.

A questo meccanismo si associa a volte un significato deteriore, la prima cosa che si pensa è che occorra essere raccomandati per trovare lavoro. Ma in verità non è (sempre) così: si tratta di una fenomeno che trae origine da motivazioni diverse e molto semplici, quali ad esempio la volontà di venire in contatto con professionalità certificate da persone di fiducia, di evitare i costi di una selezione, ecc.

Quali che siano le motivazioni, il vero problema rappresentato da questo meccanismo di ricerca e selezione è la bassa visibilità, trasparenza e accessibilità delle opportunità di lavoro che transitano attraverso questo canale informale.
Cosa fare quindi? Informare tutti i propri parenti e conoscenti che si è alla ricerca di un’occupazione. E’ opportuno anche domandare loro di passare parola.

Quindi se frequentate posti di ritrovo, palestre, associazioni o qualunque altro ritrovo sociale, sia esso fisico o virtuale (ad esempio Forum di discussione, blog, social network su Internet) non abbiate paura di chiedere se qualcuno è a conoscenza di opportunità lavorative perché siete alla ricerca di un lavoro.

Su Internet poi è molto facile trovare gruppi di persone appassionate di un qualche argomento. Se partecipate a questi “gruppi” (organizzati sotto forma di forum, siti, blog, pagine facebook ecc.) verrete in contatto anche con persone che lavorano nel campo. Un’ottima opportunità quindi, da sfruttare al meglio.

Proprio su questa logica, ad esempio, si fonda il social network oggi leader nel campo del lavoro: LinkedIn. LinkedIn è un network creato esclusivamente per finalità professionali (a differenza di altri social come Facebook) e che risulta essere un mezzo importante per rendersi conto di cosa offre il mercato di lavoro a partire dai propri contatti. La propria pagina consente di gestire un curriculum online dove mostrare le proprie esperienze lavorative, il percorso di studi seguito, le competenze maturate, così che chiunque visiti la vostra pagina possa rendersi immediatamente conto di quali siano le vostre capacità. Inoltre, vi è la possibilità di ottenere delle “segnalazioni”, vale a dire delle attestazioni fatte da colleghi e datori di lavoro sul vostro modo di lavorare e sulla vostra serietà, che sono un ottimo viatico per far capire che siete dei lavoratori affidabili. Anche su LinkedIn, infine, è possibile partecipare a progetti online ed entrare a far parte di gruppi tematici, il cui ambito rimane quello del mondo del lavoro e che possono essere importanti per ricercare nuove opportunità.

Il sistema dei contatti si fonda sulle conoscenze in comune che si hanno con gli altri. Per cui, potrete contattare qualcuno che risponde al vostro ambito lavorativo che non conoscete direttamente ma con cui, ad esempio, avete un contatto in comune. In questo modo diventa più facile presentarsi ed ottenere l’attenzione desiderata. LinkedIn offre anche una versione Premium a pagamento, che presenta questi ulteriori vantaggi: connettersi più facilmente con recruiter e dirigenti d’azienda; maggiori possibilità di essere notati nelle ricerche effettuate dalle aziende; avere maggiori dettagli sugli annunci di lavoro, come il nome completo ed i contatti di un’azienda.

Come è evidente, oggi i canali disponibili per candidarsi ad un profilo lavorativo e per cercare occupazione sono tra i più disparati. La cosa migliore è percorrerli tenacemente tutti, senza distinzioni: muovendosi su più fronti è più probabile ottenere dei risultati rapidamente. Ricordate di diffidare sempre degli annunci di lavoro troppo generici, del tipo “Azienda leader offre lavoro nel settore marketing. Nessun titolo di studio richiesto, solo buona volontà”. Il più delle volte si tratta di annunci per lavori porta a porta o di call center, cui potete evitare di rispondere a meno che non sia quello il vostro interesse. Rimangono validi, oltre ai modi per trovare lavoro detti fin qui, i tradizionali giornali specializzati in offerte di lavoro da acquistare in edicola e la propria rete di relazioni. 

Infine ci siamo noi RespiraLavoro.

Noi siamo un po’ il connubio di quanto sopra descritto.

Possiamo e vogliamo aiutarvi grazie a tutti i nostri contatti, collaborazioni e reti virtuose.

Contattateci per maggiori informazioni … Info@respiralavoro.eu

DISOCCUPATO?INOCCUPATI?STANCHI DEL POSTO IN CUI VI TROVATE?SCRIVETECI…

Amiamo molto il nostro lavoro, ancor più poter aiutare chi si trova senza lavoro oppure nella condizione di voler cambiare…succede…e’ storia di tutti i giorni, ma succede.

A volte diventa difficile individuare l’annuncio reale, la selezione seria, a volte addirittura l’Azienda seria.

Oppure a volte ci si blocca davanti ad ostacoli che sembrano insormontabili, ma che, al contrario, sono facilmente superabili?

COME??

Un consulente di carriera ti accoglie, ti ascolta, ti prepara, ti segue passo passo, ti suggerisce, ti risolve quei piccoli ostacoli…ti aiuta.

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Ti stiamo aspettando, non avere timori, siamo diversi e lo scoprirai….

RespiraLavoro

Come riprendere il controllo della scrivania nel caos, in 10 mosse

Da piccolo la mia camera era sempre disordinatissima, tanto che mamma mi prendeva ad esempio per rimproverare il mio povero fratello maggiore. Il cambio degli armadi, la periodica rivoluzione degli scaffali e la cernita degli oggetti inutili erano tra i miei passatempi preferiti.

C’è chi ha fatto dell’ordine una professione: sono i professionisti riuniti nell’Apoi– Associazione Professional Organizers Italia. A guardare l’albo degli iscritti, la predominanza è femminile e sui 12 senior, solo due sono uomini. Uno di loro, il trevigiano Alessandro Cavallin, è il laureato che ha fatto del cambio armadi un’arte e oggi, fra corsi di formazione e blog, ha trovato il tempo di scrivere questo decalogo per chi ha perso il controllo della propria scrivania.

Lo sai che alcuni dei più grandi geni lavoravano nel caos più totale? Prova a cercare su google qualche immagine delle scrivanie di Einstein o di Steve Jobs: pile di carte, oggetti riposti a casaccio l’uno sull’altro, libri ammucchiati. E allora come potevano essere produttivi? Ma soprattutto, perché tutti ci dicono di riordinare sempre la scrivania?

Le ricerche fatte sul campo (Liljenquist, Zhong & Galisky, 2010) dicono la nostra mente, in situazioni disordinate, diventa più creativa: si attiva cercando soluzioni e semplificazioni al caos. E’ una sorta di pigrizia mentale che, per limitare il dispendio di energie, fa risvegliare e aguzzare l’ingegno.

Per la mente si tratta però di una situazione di emergenza che bisogna gestire : quindi, quando il disordine e il caos prendono il sopravvento e durano a lungo, viene messa a dura prova; si genera così una serie di reazioni pericolose: documenti che vanno persi, rallentamenti, scadenze mancate, stress e frustrazione, ansia… 

Prima di arrivare agli attacchi di panico è meglio intervenire.

Vediamo allora 10 semplici passi per riprendere il controllo della tua scrivania:

1. Elimina elimina elimina: quanti “scheletri” conservi nella cassettiera della tua

scrivania? La prima fase di una buona operazione di riordino è l’eliminazione delsuperfluo. Getta i documenti inutili e gli oggetti vecchi (ogni tanto ancora degli elenchi telefonici su alcune scrivanie!) ed elimina i doppioni: ti basta un paio di forbici e una pinzatrice, così come non ti occorrono catene infinite di fermagli che navigano nel cassetto!

2. Pulisci: lo sai che alcune ricerche dicono che le tastiere dei computer ospitano più batteri delle toilette pubbliche? Purtroppo gli ambienti di lavoro sono spesso sporchi, perché noi non siamo abituati a pensarci e le imprese di pulizie, a volte, si rivelano un po’ superficiali… Allora occupiamocene noi! Non occorre molto: una volta al mese passiamo schermo e tastiera del computer, spolveriamo la scrivania, svuotiamo i cassetti e passiamoli con un panno umido.

3. Il metodo del bersaglio: immagina di dividere l’area della tua scrivania secondo i cerchi concentrici di un bersaglio; nella parte centrale, dove sei tu, devono rimanere solo gli oggetti fondamentali per il tuo lavoro. Ovvero il computer con la tastiera e il mouse. Stop. Tra te e il computer solo uno spazio vuoto, per farci stare il documento sul quale, di volta in volta, lavorerai.Nel secondo cerchio, quindi a portata di mano, riponi tutto quello che ti è necessario per lavorare bene: telefono, un portapenne per la cancelleria minima (penna, matita, due evidenziatori, gomma, temperino, forbice, colla, pinzatrice e pochi fermagli), un calendario, la tua agenda, la cassetta per le pratiche (vedi punto 5). Nel terzo cerchio, ovvero a portata di braccio, puoi tenere il resto: stampante, un piccolo archivio, materiali di cancelleria secondari, risme di carta, chiavi, rubriche, materiali di consultazione, ecc.

4. Libera il piano lavoro e la mente: se tieni un documento o una lettera perché ti ricordano un appuntamento, segna quest’ultimo in agenda e buttali. Oppure se conservi un appunto perché ti ricorda una cosa da fare, segnala nella lista delle cose da fare (la scrivi ogni giorno, verooo?) e butta l’appunto . Affidati insomma a memorie esterne, così la tua mente sarà più libera di concentrarsi sul lavoro effettivo, anziché tentare di capire dove hai segnato quell’appunto così importante riguardante la riunione che avrai tra 5 minuti.
5. Sul tuo tavolo attrezza una cassetta porta documenti con almeno tre scomparti: uno per le pratiche in entrata, uno per quelle su cui stai lavorando e un terzo per quelle da archiviare. Idealmente, dovresti svuotare quest’ultimo alla fine di ogni giornata (vedi punto dieci). A queste tre cassette potrai aggiungere, a seconda del tuo lavoro, una quarta cassetta per le pratiche che devono rimanere in sospeso (perché sono state delegate, o aspettano l’intervento di qualcun altro): in questo caso ricordati di segnare in agenda eventuali date o scadenze ad esse collegate. Eventualmente, ci potrà essere anche una quinta cassetta con le pratiche che devono rimanere aperte continuamente, ovvero quelle sulle quali lavori con cadenza regolare.

6. Allestisci uno spazio per le tue cose personali: un cassetto con delle foto, un angolo con una pianta o una massima che ti ispira appesa al muro… Qualcosa di tuo scalda l’ambiente di lavoro e ti permette di lavorare in modo più rilassato ed efficace, quasi sentendoti a casa. L’importante è non esagerare, quindi niente ciabatte in ufficio! E, soprattutto, nulla che possa infastidire i colleghi.

7. Lo sai che oltre l’80% dei documenti archiviati non viene più ripreso in mano? Crea un sistema di archiviazione efficace e facile da gestire; l’ideale sarebbe averlo vicino alla tua scrivania, in modo che i documenti possano essere raggiungibili velocemente. Il sistema con cui organizzare i documenti lo devi scegliere tu, a seconda delle tue esigenze. L’importante è che ogni pratica sia facilmente reperibile e che tu tenga solo i documenti strettamente necessari. Non aver paura di buttare tutto ciò che non è importante conservare.

8. Allo stesso modo, svuota le buste senza rimandare: tenere documenti imbustati crea volume inutile e confusione sulla scrivania, ma anche nella tua testa.

9. Ricicla la carta invece di buttarla, usandola per appunti e note. Ricordati che uno spazio di lavoro efficiente deve essere anche green .

10. Alla fine di ogni giornata dedica 5 o 10 minuti a riordinare la scrivania: decidi cosa buttare, cosa tenere e archivia qualunque documento che possa essere archiviato.

Iniziare il giorno dopo con una scrivania ordinata ti farà sentire meno stressato e ti darà più carica per affrontare al meglio la tua giornata!
Fonte: il Sole 24 ore

Cos’è l’engagement in azienda?

Il termine engagement si sta facendo ormai strada, nel linguaggio aziendale, anche grazie alla sua valorizzazione strategica che assume nelle strategie di comunicazione di un brand nei social media.

Una definizione di engagement è: l’impegno e il coinvolgimento razionale ed emotivo delle persone verso la propria azienda, accompagnati dal desiderio di realizzare performance d’eccellenza.

Alcuni studi in quest’ambito dimostrano che le aziende o le organizzazioni con collaboratori entusiasti hanno maggiori probabilità di avere performance elevate o eccellenti.

In linea generale si possono suddividere tre livelli:

il primo è engaged,

il secondo è parzialmente engaged,

il terzo è disegaged.

I rapporti con il proprio superiore diretto o con il titolare rivestono una valenza importante per il livello di soddisfazione prima e quindi di engaged. Un ulteriore fattore che influenza questo aspetto è la fiducia nel top management. Il terzo, ma non meno importante aspetto, è l’orgoglio di lavorare o partecipare al progetto della propria azienda.

Se volete migliorare l’engaged dei vostri collaboratori dunque dovrete tenere conto di questi aspetti, ma anche di alcune caratteristiche che essi dovrebbero mostrare e voi sviluppare in loro, cioè: l’entusiasmo, il senso di responsabilità, quanto si lasciano ispirare dai loro leader, la fiducia personale o autoefficacia che dimostrano di poter raggiungere i risultati previsti.

Quando un imindexprenditore ritiene di aver bisogno di aiuto su questo importante aspetto, solitamente coinvolge in un progetto consulenti, formatori o coach esperti che lo aiutino a implementare i presupposti necessari; aspetti che devono essere innanzitutto nella volontà stessa dell’imprenditore che passa tutto il tempo al fianco dei suoi collaboratori.

Aspetti cruciali da creare sono: formulare e diffondere una visione chiara della mission aziendale, serve poi incoraggiare e favorire una comunicazione chiara e aperta a tutti i livelli, si dovranno creare relazioni di fiducia tra responsabili e propri collaboratori diretti, servirà rendere consapevoli tutte le funzioni aziendali dell’impatto diretto che il loro lavoro ha sul raggiungimento o meno dei risultati dell’azienda.

È possibile riconoscere un collaboratore engaged perché mostra tre caratteristiche evidenti: vigore, dedizione, immersione. Una persona con elevato engaged mostra vigore mentre lavora, esprime energia, si sente motivata e carica, si scoraggia difficilmente anche di fronte alle sconfitte. Il lavoratore engaged esprime anche dedizione, si interessa a ciò che accade in azienda, è orgoglioso del suo lavoro e ne è entusiasta. Infine i collaboratori engaged sono completamente immersi nel loro lavoro, sono sempre concentrati, focalizzati e provano piacere nel fare le cose con qualità. Chi raggiunge questo stadio di coinvolgimento nel suo lavoro è una persona in costante evoluzione, pronta sempre ad apprendere e migliorare, consapevole che se lei cresce e migliora anche il suo lavoro migliorerà, dunque l’azienda ne avrà un beneficio che in un qualche modo riverserà a sua volta sul lavoratore. Raramente gli imprenditori attenti ed esperti chiudono i rapporti con persone che sono a un elevato livello di engagement, capita invece che un collaboratore possa giungere alla conclusione di questo ciclo propositivo e virtuoso, vedendo conclusa una parte della sua carriera o del suo impegno in quell’azienda. Quando il livello di engaged giunge così sotto una soglia minima per la quale né datore di lavoro né lavoratore riescono a sviluppare engaged, è buona cosa per entrambi chiudere, il più possibile in armonia ma chiudere il rapporto di lavoro.

L’engagement si configura come una strategia di management delle relazioni sociali nel lavoro, ma è anche un importante concetto su cui si fonda il successo delle strategie di marketing nei moderni social media.

Saper creare coinvolgimento, fiducia, passione, partecipazione attiva, relazioni forti, appare oggi la via maestra per fare crescere brand, aziende e professionisti e per dare maggiore vigore ad una rinnovata passione per il lavoro.

Vuoi consigli?

Scrivici per una consulenza a info@respiralavoro.eu

Lavoro, è operativo il premio di produttività: ecco le istruzioni

Sulla Gazzetta ufficiale del 14 maggio 2016 – numero 112 – è stato pubblicato il comunicato relativo all’entrata in vigore del decreto 25 marzo 2016 del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, in materia di erogazione dei premi di risultato e partecipazione agli utili di impresa con tassazione agevolata.

Il provvedimento attua le norme della legge di Stabilità 2016 (n. 208/2015), dal comma 182 al comma 191, e modifica o integra anche norme contenute nei decreti 81/2015 (articolo 51) e 151/2015 (articolo 14).

Queste le misure decise:

1 – premi di risultato e criteri di misurazione (attuazione comma 182 legge 208/2015). Si stabilisce che i contratti aziendali o territoriali di cui all’articolo 51 del decreto legislativo 81/2015 devono prevedere criteri di misurazione e verifica degli incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione, che possono consistere:
a) nell’aumento della produzione;
b) in risparmi dei fattori produttivi;
c) nel miglioramento della qualità dei prodotti e dei processi tramite:
c1) la riorganizzazione dell’orario di lavoro non straordinario;
c2) il ricorso al lavoro agile quale modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, rispetto a un periodo congruo definito nell’accordo;

2 – partecipazione agli utili (attuazione comma 182 legge 208/2015). Si chiarisce che:
a)  per somme erogate sotto forma di partecipazione agli utili dell’impresa si intendono gli utili distribuiti ai sensi dell’articolo 2102 del codice civile : “Se le norme corporative o la convenzione non dispongono diversamente, la partecipazione agli utili spettante al prestatore di lavoro è determinata in base agli utili netti dell’impresa, e, per le imprese soggette alla pubblicazione del bilancio, in base agli utili netti risultanti dal bilancio regolarmente approvato e pubblicato”;
b) agli utili distribuiti si applica l’articolo 95 comma 6 del Dpr 917/1986: “Fermo restando quanto disposto dall’articolo 109, comma 9, lettera b) le partecipazioni agli utili spettanti ai lavoratori dipendenti, e agli associati in partecipazione sono computate in diminuzione del reddito dell’esercizio di competenza, indipendentemente dalla imputazione al conto economico”;

3 – coinvolgimento paritetico dei lavoratori (attuazione comma 189 legge 208/2015)
Con questo comma si stabilisce che l’ aumento da 2mila a 2.500 euro per le aziende che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro può avvenire solo in presenza di un piano che stabilisca, a titolo esemplificativo, la costituzione di gruppi di lavoro nei quali operano responsabili aziendali e lavoratori finalizzati al miglioramento o all’innovazione di aree produttive – o sistemi di produzione – e che prevedano strutture permanenti di consultazione e monitoraggio degli obiettivi da perseguire;

5 – voucher
Si chiarisce che l’erogazione di beni, prestazioni, opere e servizi previsti dal Dpr 917/2016, articolo 51 comma 3-bis può avvenire anche attraverso il rilascio di documenti di legittimazione nominativi, in formato cartaceo o elettronico che comunque non concorrono alla determinazione del reddito da lavoro dipendente. Derogando al Dpr, si potrà cumulare in un unico documento di legittimazione nel rispetto dei limiti di importo previsti;
6 – efficacia
Il provvedimento si applica a partire dal periodi di imposta 2016 e in quelli successivi.images (1)

Come chiedere un aumento retributivo!

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Dai, a quanti di voi è successo di voler chiedere un riconoscimento per il proprio lavoro, un aumento…e non sapere come fare? O ancora meglio, a quanti di voi è successo di pensare “lavoro bene, non do problemi…vorrei mi fosse riconosciuto il mio valore?”

Siate sinceri, a molti di voi è successo…

Ebbene, il modo c’è!

Occorre però oggi approcciare l’argomento in modo scientifico, strutturato!

Esagerata, direte voi!

E invece no, vi dico io! Pianificare, attaccare e affondare vi rispondo io.

In un momento storico in cui la maggior parte delle aziende pone particolare attenzione ai costi fissi, dove il costo del personale è sicuramente il costo più pesante, è fondamentale porre la questione alla persona giusta, nel momento più opportuno, con i modi più appropriati.

Come capire questi semplici ma complicatissimi tre fattori fondamentali…

Scrivici a info@respiralavoro.eu e ti sveleremo l’arcano.

Forza, reagite!! Non vorrete perdere ancora tempo!!?salary.jpg

Cercare lavoro in un mondo che non riconosco più!

Oggi giorno il mondo del lavoro ha subito e continua a farlo, anchgge mentre stai leggendo, profondi cambiamenti che lo portano ad essere considerato sempre più spesso come un mondo extra-terrestre, un pianeta nel quale le leggi per chi è alla ricerca di un lavoro e che lo governavano fino a qualche anno fa, sembrano aver lasciato il passo a qualcosa di molto più “alieno”, complesso e sofisticato, che spesso non riusciamo a capire fino in fondo perché se fino ad oggi ha funzionato il vecchio metodo di invio del curriculum (quasi sempre sprovvisto di lettera di presentazione per i più), perché oggi questo modo di fare non deve andare più bene?

Certo, si può anche ammettere che non può rimanere tutto invariato nella vita e che, per forza di cose, prima o poi qualcosa deve cambiare, ma perché devo adattarmi proprio adesso a questo cambiamento e come è possibile che questo mutamento debba SCONVOLGERE TUTTO QUELLO CHE SAPEVO SU COME CERCARE UN LAVORO?

Bé, se prima era difficile trovare un lavoro, ormai diventa impossibile farcela!

Il punto è che in Italia siamo rimasti fermi da tutti i punti di vista, ma soprattutto sul piano delle riforme che hanno portato nel corso degli anni, ad un progressivo “riposarci sugli allori” con il conseguente aumento di resistenza a non voler credere che il cambiamento (legislativo e non) fosse invece la soluzione per continuare a stare bene (come invece hanno fatto in altri paesi) e d’altronde, come biasimare chi sosteneva apertamente che “cavallo che vince non si cambia”?

Ma poi, ad un certo punto questo profondo cambiamento c’è stato e continua ancora oggi a destabilizzarci.

Questo accade perché sono ancora in tanti a credere che non ci si poteva aspettare, di certo, che le cose avrebbero preso questa piega, ma ad un certo punto qualcosa è cambiato (e non mi riferisco solo a chi il posto fisso ormai non ce l’ha più, ma anche a chi sul mondo del lavoro non è ancora riuscito a metterci davvero piede per i motivi più svariati).

Di agevolazioni e di buoni propositi, ultimamente se ne vedono parecchi in giro, ma sembra sempre che questi vantaggi siano fatti per qualcun altro che non siamo noi, dove gli altri vanno avanti e tu, invece, resti fermo/a pensando che prima o poi sarà il tuo turno.

Stai sempre lì a fare le solite considerazioni, arrivando quasi al punto di iniziare a rinunciare e pensare che forse per te, davvero, non ci sarà mai un vero posto in questo “strano pianeta“.

Ed allora: che fare? che pensare?

Concludo con le parole di Bruce Lee che ad un certo punto della sua vita parlava di tre doti fondamentali che ci possono permettere di superare le difficoltà (e credetemi, secondo me lui è uno che ne ha passate tante).

  1. CHIAREZZA DI INTENTI= sapere cosa voglio ottenere, dove punto, quale è la stella polare del mio agire;
  2. DETERMINAZIONE= tanta benzina che ci permetterà di arrivare fino in fondo, nonostante gli ostacoli;
  3. FLESSIBILITA’= capacità di essere presenti a se stessi ed adeguare la nostra strategia agli eventi per arrivare fino in fondo.

 

 

E’ la Resilienza quindi, a giocare un ruolo molto più importante di quello che immaginiamo nella vita di ognuno di noi e quindi è la capacità di resistere alle avversità, di non abbatterci, che ci permetterà di vivere in questo nuovo mondo ormai sempre più irriconoscibile anche per quanto riguarda la ricerca del lavoro.

 

A cura del Dott. Simone Costantini.

 

Fonti:

http://mariocatarozzo.it/non-hai-mai-fallito-in-qualcosa-allora-non-sai-cosa-ti-sei-perso/

 

L’opportunità più grande del Job Act per chi cerca lavoro!

Benché sia notizia degli ultimi tempi quella legata alla nascita del CONTRATTO DI RICOLLOCAZIONE, basta guardarsi un po’ intorno, negli altri paesi europei (es. Germania), per vedere che si tratta di uno strumento molto valido ed importante per chi è disoccupato e sta cercando un nuova occupazione.

 L’importanza di tutto ciò deriva dal fatto che siamo di fronte ad un’azione capace di rientrare a pieno titolo tra le politiche attive a sostegno dell’occupazione, e questo èqualcosa che non va sottovalutato, poiché questa novità potrebbe sostituire le famose politiche passive per il lavoro che tanto denaro costano al nostro Stato (parliamo di circa 20 miliardi di € all’anno).

È un passo molto importante per tutti coloro che sono alla ricerca di un lavoro e così, anche noi di ConsulenzaOrientamento HR, non potevamo non parlarne.

 Ma andiamo con ordine e vediamo cos’è nel dettaglio il contratto di ricollocazione:

Si tratta di un sistema a cui, il noto giurista, Pietro Ichino ha dato una grossa mano per fare in modo che i disoccupati possano avere qualche chance in più di farcela, infatti offre ai senza lavoro la possibilità di seguire un percorso di formazione e reinserimento professionale che si va ad affiancare alla famosa indennità di disoccupazione, identificata oggi con il nome di NASPI.

Quindi che cosa accade nel concreto?

 Succede che lormai nuovo iscritto al mondo dei disoccupati, riceve un voucher per frequentare un corso di riqualificazione presso un’agenzia di lavoro privata dopo averla scelta tra quelle che più si adattano alle sue caratteristiche professionali.

 Ed è così che il disoccupato inizia un percorso di outplacement (o di orientamento professionale) dove viene seguito da un operatore dell’agenzia che effettuerà le seguenti operazioni di controllo:

  • Verifica della regolare presenza dell’utente ai corsi di formazione;
  • Verifica della disponibilitàdell’utente ad accettare eventuali offerte di lavoro che gli verranno segnalate.

 In caso di rifiuto da parte del disoccupato, l’indennità di disoccupazione viene peròdimezzata e può annullarsi completamente se anche altre occasioni di lavoro vengono respinte.

Chiaramente, va precisato, che le agenzie hanno tutto l’interesse a far si che l’utente, alla fine, ottenga un nuovo lavoro e questo perché la loro retribuzione (rappresentata da contributi statali), è strettamente commisurata alle possibilità di successo nella ricerca di un lavoro da parte del disoccupato.

Nonostante sia una procedura piuttosto rigida, apparentemente limitante per tutti, l’aspetto positivo in tutto questo è che sarà premura dell’utente, ma anche delle agenzie stesse, facilitare il ricollocamento professionale e questo è un bene al fine di favorire la crescita occupazionale, ma anche la diffusione della cultura dell’orientamento al lavoro per noi che ci adoperiamo in questa direzione.

 Di attività simili a questa, sul nostro territorio, ce ne sono già state e non dobbiamo dimenticarlo perché abbiamo già visto quali sono i benefici che si possono ottenere.

Un esempio è quello della Regione Lombardia che grazie alla DUL (dote unica del lavoro), èriuscita a favorire un risparmio di circa 9 milioni di euro rispetto alle tradizionali strategie di supporto alla disoccupazione e questo, pensate un po’ è stato possibile solo con un intervento condotto a livello Regionale, ma immaginate quanto sarebbe grande questo risparmio se iniziassimo a pensare che interventi di questo tipo possano verificarsi a livello Nazionale.

 Quindi, ben vengano interventi di questo tipo e ben tornato diritto all’occupazione.

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A cura del Dott. Simone Costantini